Ucraina: la guerra di Londra contro Trump e la nuova Yalta

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Prosegue il forcing di Trump su Zelensky per costringerlo a negoziare con Putin. Che corre in parallelo con quello esercitato sull’Europa perché smetta di sostenere la postura muscolare del presidente ucraino e perché riprenda a intrattenere rapporti con la Russia iniziando dall’acquisto del gas del Nord Stream (nel quale sono interessati a investire imprenditori americani).

Nel frattempo, Trump ha rimesso tutte le sanzioni comminate contro Mosca, vanificando le analisi di quanti avevano profetizzato che avrebbe brandite come un maglio le sanzioni infernali ideate dal senatore Lindsey Graham e approvate dal Congresso dopo il suo decesso. Quando aveva sottoscritto la risoluzione era ovvio che l’avrebbe attutita o disattesa al momento opportuno.

Resta, però, che la pace ad oggi è solo un pourparler né le esternazioni di Trump cariche di frustrazione e irritazione nei confronti di Zelensky, che accusa di non volere la pace (non è il solo a pensarlo), non sono bastevoli per piegarlo.

Zelensky ha tutto da perdere dalla pace: il potere, i soldi (è impossibile che sia l’unico onesto del suo Inner circle, da anni falcidiato dalle inchieste giudiziarie) e, infine, il prestigio internazionale che il conflitto gli ha regalato (sic).

Così il 14 ottobre l’America ha inviato un messaggio forte e chiaro, interrompendo per una notte la funzionalità della la rete satellitare Starlink, facilitando le operazioni dei russi.

Zelensky, puntando sulle critiche generalizzate delle oligarchie occidentali all’iniziativa trumpiana, puntualmente arrivate, ha proseguito imperterrito per la sua strada contando, com’è avvenuto, sul ripristino della rete.

Nonostante il ripristino, però, Zelensky ha lamentato che ciò non è avvenuto appieno per le forze armate ucraine. E stanotte si è registrato un altro attacco russo contro Kiev non segnalato da Starlink.

Così Zelensky si è deciso a telefonare agli uomini di Trump, Witkoff e Koushner, cosa che aveva evitato di fare da quando ha iniziato a polemizzare ferocemente con il presidente americano dopo che questi ha revocato le sanzioni al gasolio russo.

Siamo solo a un primo passo e per di più ambiguo, data la testardaggine di Zelensky e la sua fragilità, altro fattore che non gli permette di adire alla pace: rischia di essere ucciso per tradimento dai suoi amici, interni ed esterni.

Per capire quanto stanno elaborando gli sponsor di Zelensky per contrastare l’offensiva trumpiana, riprendiamo quanto scrive Anders Aslund sul Kiyv Post, media ucraino di stretta affiliazione britannica. Trump, scrive il professore, ha “ormai gettato la maschera” e sta mostrando il suo vero volto all’Europa.

In realtà, già in passato Trump aveva mostrato la sua propensione a un approccio non conflittuale con Mosca (e a cercare la pace in Ucraina) con i leader europei avevano affrontato tale disposizione usando l’adulazione e la persuasione.

Stavolta, Trump appare più determinato e tale approccio non funzionerà, scrive Aslund, che aggiunge: “L’Europa non può più rimanere passiva. Né può fingere che gli Stati Uniti siano un alleato. Si tratta di un nemico che sostiene la Russia, si oppone all’Ucraina e vuole distruggere l’UE“. Così, il primo passo da fare insieme al Canada, secondo il professore, è cambiare la Nato “eliminando il più rapidamente possibile il personale e gli elementi statunitensi”…

La nuova Nato, che in tal modo sarebbe a trazione britannica, deve “sviluppare rapidamente” la capacità di intelligence necessarie a supportare Kiev e procedere ad “armarsi il più velocemente possibile”. Tale sviluppo deve correre in parallelo a un processo di integrazione dell’Ucraina nella Nato, che deve procedere “al più presto, ma ciò può avvenire solo dopo l’esclusione degli Stati Uniti”.

Non citeremmo un articolo tanto allucinante se non fosse che dà voce un sentiment che circola in tanti ambiti culturali europei, che stanno accarezzando il sogno (leggi incubo) di uno scontro diretto con la Russia. Lo accarezzano, lo propagandano come qualcosa di realizzabile, facendo finta che si possa evitare la catastrofe che ne conseguirebbe.

Ma è interessante, ovviamente, anche per lo sprone a modificare il rapporto con l’America, almeno con quella di Trump, che infatti da tali circoli è considerata un’entità avversa.

Non è solo la guerra ucraina a distanziare come non mai le sponde dell’Oceano Atlantico, ma anche, e soprattutto, la prospettiva verso cui si muove Trump, accennata in un articolo del Wall Street Journal. Nella telefonata tra Trump e Putin di domenica 14 giugno, infatti, si è parlato di un possibile trilaterale tra Putin, Trump e Xi Jinping al vertice dell’APEC del 18 -19 novembre.

Nel raccontare la telefonata avevamo accennato che questo fosse il contenuto della conversazione, il WSJ conferma autorevolmente. Secondo il giornale americano in quella sede si tratterà della pace in Ucraina. Possibile, anche se serve un interlocutore ucraino per farla, ma in ballo c’è qualcosa di molto più grande: un nuova Yalta, sotto altre forme e specie, un nuovo ordine mondiale che ponga fine all’attuale momentum delle guerre infinite.

Una nuova Yalta che vede esclusa l’Europa, con tutto quel che consegue. Ma soprattutto la Gran Bretagna, che nella Yalta pregressa c’era e fu parte rilevante dell’ordine mondiale del dopoguerra, che ha nel momentum delle guerre infinite una propaggine impazzita (tali guerre servono, infatti, a tentare di preservare il potere dei vecchi padroni e a rintuzzare l’emergere di nuove realtà geopolitiche).

Non per nulla fu Winston Churchill a ideare la Cortina di Ferro, la barriera invalicabile tra Est e Ovest che diede forma a quella Yalta, consegnando all’oligarchia anglosassone la leadership dell’Occidente.

Tale precedente spiega perché oggi la Gran Bretagna abbia lanciato una jihad contro la nuova, ipotetica, Yalta trilaterale. La guerra ucraina è un grimaldello prezioso a tale scopo. Londra è preda di una vera e propria hubrys, tanto da arrivare addirittura a sognare di porsi alla guida di una Nato senza States. Intanto, ha aggiogato al suo carro la Ue. Non è poco.

Una foto d’archivio del febbraio 1945 che ritrae, seduti da sinistra, Winston Churchill, Franklin D. Roosevelt e Iosif Stalin insieme ai loro consiglieri a Yalta.