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Le cifre sono impietose: meno di 500 giovani ucraini tra i 18 e i 24 anni hanno firmato un contratto per entrare nelle forze armate del Paese, nonostante il governo abbia offerto premi in denaro fino a 1 milione di hryvnia, circa 25mila euro – una cifra che vale almeno 60 o 70 stipendi medi nel Paese – e numerosi altri benefit. A dirlo è un quotidiano peraltro filogovernativo, la Ukrainska Pravda, che non ha peli sulla lingua e rende onore al giornalismo coraggioso. Nemmeno salari e benefit paragonabili a quelli dei soldati di Mosca hanno convinto i giovani ucraini ad arruolarsi: questo dato, più dei sondaggi, riflette la percezione collettiva del conflitto nella nazione invasa da Mosca, e del costo umano che sta richiedendo.

È almeno da sei mesi che il governo di Kyiv è sotto crescente pressione da parte degli alleati occidentali affinché estenda la mobilitazione militare ai giovani sotto i 25 anni. Ci avevano pensato gli uomini dell’amministrazione di Joe Biden, sulla via d’uscita, a chiedere l’abbassamento dell’età per il reclutamento, insieme a politici ucraini liberali come Roman Kostenko, e dopo la vittoria di Donald Trump anche repubblicani come Lindsey Graham, pur nel complesso ostili alla causa ucraina.

La legge sulla mobilitazione approvata nella primavera del 2024 non aveva prodotto i risultati sperati e il numero di nuove reclute è rimasto nettamente inferiore alle attese, nonostante l’allentamento dei requisiti medici, che ha incluso anche uomini già sopravvissuti ad Hiv e tubercolosi. Per evitare la leva forzata dell’ultima vera grande riserva demografica per l’Ucraina, Zelensky ha lanciato il cosiddetto Contratto Giovani: nella ricetta prevede una remunerazione economica più allettante, prestiti in banca agevolati, la possibilità di lasciare temporaneamente il Paese dopo aver servito al fronte, più tutta una serie di benefici di status mostrati in fantastici video su TikTok, pensati con la logica del marketing.

Secondo il sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko e il blogger militare Peter Korotaev (li abbiamo sentiti nel nostro podcast qualche mese fa) sono due le ragioni principali della ritrosia di Zelensky di fronte le richieste occidentali: una di tipo strutturale, l’altra politico.

La trappola demografica e il problema della legittimità

La prima ragione, spiegano i due studiosi, riguarda una questione demografica profonda. L’Ucraina, già prima dall’attacco russo del 2022, affrontava un calo demografico significativo. L’emigrazione, il declino della natalità e la crisi economica avevano già ridotto la base giovanile del Paese. Mandare al fronte decine di migliaia di ragazzi sotto i 25 anni significherebbe rischiare di compromettere irrimediabilmente il futuro economico, sociale e produttivo del Paese.

Sacrificare una generazione intera in una guerra di logoramento può voler dire, nel lungo periodo, condannare l’Ucraina a una fragile ricostruzione postbellica, con meno lavoratori, meno contribuenti, meno famiglie. Una prospettiva che terrorizza chi guarda oltre l’emergenza immediata.

Ma c’è anche una ragione politica: Zelensky teme l’effetto che una mobilitazione forzata e impopolare potrebbe avere sull’opinione pubblica. Nonostante il conflitto venga descritto come una guerra per la sopravvivenza della nazione, il malcontento popolare è in crescita. Il patriottismo che aveva animato i primi mesi dell’invasione ha lasciato il posto a un sentimento diffuso di stanchezza, diffidenza e distacco.

Secondo Pavlo Palisa, vicecapo dell’Ufficio della Presidenza ucraina, la risposta dovrebbe essere universale: “Tutti devono servire, anche le donne”. Ma l’idea che la leva obbligatoria diventi uno strumento brutale e indiscriminato rischia di allargare ulteriormente il divario tra lo Stato e una società sempre più scettica, impoverita e spaventata.

La differenza con la Russia

E cosa succede invece a Mosca? L’esercito russo, nonostante le sanzioni e le perdite militari, ha visto negli ultimi mesi un’impennata di volontari (per quanto, va detto, di età superiore alla fascia del Contratto Giovani ucraino) che non accenna a diminuire. Secondo molti analisti, il fattore decisivo non è la propaganda, né la convinzione di combattere una guerra “giusta”, ma la semplice aspettativa di vittoria. Dove si crede di potercela fare e non morire invano, si combatte. Dove si teme l’inutilità del sacrificio, si diserta.

In questo quadro complicato, il cosiddetto “keynesismo militare” – cioè l’uso della spesa pubblica per sostenere la guerra e l’economia attraverso il reclutamento – funziona in Russia, ma non in Ucraina. Lì, le promesse economiche non bastano. La guerra, da molti ucraini, è percepita come una scelta imposta, più che come un atto di autodifesa collettiva. Non è solo la stanchezza a determinare la riluttanza: è la sfiducia nelle élite, nei fini della guerra e nella capacità dello Stato di proteggere chi combatte.

Il futuro del fronte interno

L’Ucraina si trova così davanti a un bivio sempre più tragico: continuare a cedere alle pressioni occidentali e spingere su una mobilitazione forzata, oppure cercare nuove formule per mantenere la coesione interna e motivare la popolazione. La prima opzione rischia di indebolire ulteriormente la già fragile legittimità statale; la seconda impone di ripensare le priorità della guerra e della ricostruzione.

Una cosa è certa: senza una forte connessione tra leadership politica e società civile, senza consenso reale, nessun esercito potrà resistere all’onda lunga dell’erosione sociale e demografica. E in Ucraina, oggi, il vero fronte più instabile non è quello del Donbas ma quello della fiducia collettiva.

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