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Vladimir Putin avrebbe vinto la battaglia per l’Ucraina soltanto in un modo: non invadendo. Il suo interlocutore in Europa, Emmanuel Macron, era riuscito a far ripartire il formato Normandia e, soprattutto, stava popolarizzando l’idea della finlandizzazione dell’Ucraina. Fatti tutt’altro che irrilevanti. Era necessario, in sintesi, soltanto dell’altro tempo. Ed era necessario, soprattutto, che l’Unione Europea togliesse il fascicolo Ucraina dalle mani degli Stati Uniti.

In Ucraina, il 24 febbraio, ha vinto l’amministrazione Biden. E ha vinto perché, come avevamo pronosticato all’apertura delle ostilità, aveva già predisposto un piano d’azione nel caso in cui Putin fosse caduto in quel tranello costituito dalla strategia dell’intransigenza: nessuna negoziazione, nessun compromesso. Caduta nella tagliola, e (al momento) priva di una via di uscita, la Russia sta peggiorando la propria posizione portando avanti una narrativa debole, quella della ricerca dell’Ucraina di armi di distruzioni di massa, che convince poco e ricorda molto la famigerata linea comunicativa dell’amministrazione Bush ai tempi della guerra in Iraq.

Vittoria tattica, sconfitta strategica

È la strategia dell’intransigenza di Biden che ha reso possibile che l’opzione più remota, cioè lo strumento militare, assumesse poco a poco maggiore plausibilità, di pari passo con lo stallo controllato delle trattative, sino a diventare inevitabile. Putin non aveva capito che il continuo ammassamento di truppe e armamenti lungo i confini ucraini si sarebbe rivelato un’arma a doppio taglio e così è stato. A un certo punto, superata una data soglia e non avendo ottenuto nulla da Biden, ritirarsi era diventato semplicemente impossibile. Le implicazioni per la credibilità e il potere negoziale del Cremlino sarebbero state enormi. Ed eliminati i diplomatici, è stata data carta bianca ai falchi.

Oggi, mentre la tesi del tranello di Biden prende forma e trova crescente riscontro nei fatti – spegnimento del Nord Stream 2, ricompattamento della Comunità euroatlantica attorno a Washington, fine del partito della distensione, abbandono dell’autonomia strategica, disaccoppiamento delle due Europe, dialogo con Iran e Venezuela –, un altro nostro pronostico va avverandosi: quella di Putin rischia di rivelarsi una vittoria tattica seguita da una sconfitta strategica. E non per la questione sanzioni, che, anzi, danneggeranno più l’Unione Europea della Russia, determinando una maggiore dipendenza dagli Stati Uniti della prima e catalizzando l’agenda autarchica della seconda.

Le ragioni della possibile sconfitta strategica che va profilandosi all’orizzonte sono varie e hanno a che fare con il consenso interno, con i sentimenti dello spazio postsovietico e con la credibilità del Cremlino nel dopoguerra.

Per quanto riguarda il primo, il malcontento domestico verso il Cremlino, non si fermano le proteste pacifiste esplose a macchia d’olio in tutta la Federazione – più di quattromila arresti dal 24 febbraio al 7 marzo – e si avvertono segni di rottura nella cerchia del potere a causa delle dissonanze tra diplomatici e falchi, delle sanzioni e delle cacce ai conti correnti degli oligarchi. La profondità delle implicazioni del fattore consenso si dispiegherà con il tempo, gradatamente, con una possibile esplosione in concomitanza delle elezioni del 2024.

I sentimenti dello spazio postsovietico, dove la russofobia è sempre stata tangibile sia nel basso sia nell’alto, stanno conducendo a vaste mobilitazioni contro il Cremlino da Tbilisi ad Almaty, mentre i governi di Georgia e Moldavia hanno inoltrato ufficialmente e intelligentemente la candidatura all’Unione Europea – intelligentemente perché la richiesta di adesione all’Alleanza Atlantica significherebbe guerra.

La questione della credibilità

Il Cremlino, a metà febbraio, era ad un bivio: le trattative su sfere di influenza, status dell’Ucraina e architettura securitaria europea non avevano prodotto risultati e la ritirata di quell’impressionante forza schierata a scopo negoziale avrebbe avuto conseguenze negative in casa e all’estero, con la Russia associata alla debolezza e all’inabilità di mercanteggiare con gli Stati Uniti.

Invadere, similmente, avrebbe comportato un’altra marea di rischi – come si è visto – e il Cremlino, per giustificare tale decisione, abbisognava di motivi credibili. Il punto è che quei motivi sono stati trovati soltanto in parte ed è stata peraltro adottata una strategia comunicativa in stile Bush – che difficilmente funzionerà, perlomeno a Occidente.

Il Cremlino ha criticato tanto a lungo la Casa Bianca da averne assorbito la forma mentis. Emulatore inconsapevole. Le masse non hanno memoria storica, perciò sono manipolabili, ma ciò vale più che altro nel medio e lungo periodo. E la memoria dell’avventura americana nell’Iraq di Saddam Hussein è ancora fresca: in Europa come nel resto del mondo.

Le accuse di Putin a Volodymyr Zelenskij ricordano tristemente quelle di George Bush Jr a Saddam: questa è la ragione principale alla base della diffidenza generale e della carenza di consenso, specialmente tra i russi, verso quella che il Cremlino ha definito un’operazione speciale per denazificare e demilitarizzare l’Ucraina.

Regge il movente dell’allargamento ad est dell’Alleanza Atlantica – in quanto obiettivo e incontestabile. Regge l’addebito di genocidio, perché la guerra nel Donbas ha fatto circa tredicimila morti, ma solo parzialmente: il conflitto tra Donetsk e Lugansk ha ucciso sia ucraini sia russi e manca ogni elemento o indizio utile ad indicare l’esistenza di un piano di eliminazione sistematica dei russi d’Ucraina. Ma non reggono le accuse di nazismo – l’influenza dell’estrema destra a livello governativo è pressoché inesistente, come mostrato dal fatto che Settore Destro non ha neanche un deputato alla Rada, e la classe dirigente persegue una politica laica e pluralistica, come palesato dall’attenzione ai tatari – e di presunto possesso di armi di distruzione di massa.

Ucraina 2022 come Iraq 2003

L’Ucraina ha effettivamente agitato la carta della corsa al nucleare – il primo a parlarne fu Pavlo Rizanenko nel 2014 –, e recentemente sia Zelenskij sia l’ambasciatore ucraino in Germania, Andriy Melnyk, avevano spiegato che il persistere dell’incertezza e della conflittualità con la Russia avrebbe potuto spianare la strada a un dibattito sulla revisione del Memorandum di Budapest, ma esiste una differenza di sostanza tra una dichiarazione e un fatto.

L’Ucraina non aveva e non ha né le infrastrutture né i mezzi per dotarsi di armi nucleari, delle quali si è disfatta nell’immediato post-indipendenza, non possedendo né centri di arricchimento dell’uranio né luoghi di lavorazione del combustibile nucleare. E un eventuale armamento sarebbe comunque durato anni, se non decenni – Iran e Corea del Nord insegnano –, incontrando l’ostilità primariamente dell’Unione Europea.

I bombardamenti di inizio marzo su alcune strutture militari, ritenute dal Cremlino dei “bio-laboratori” americani sul territorio ucraino adibiti allo sviluppo di armi biologiche e batteriologiche, non provano che al loro interno si stessero manifatturando armi di distruzione di massa. I bombardamenti servono a sostenere la narrazione. Una narrazione debole, comunque, dato che tali bio-laboratori esperiscono comprovate ricerche civili, più nello specifico di natura antiepidemica e antipandemica, e la loro esistenza, siccome si trovano anche in “nazioni amiche” come Azerbaigian e Kazakistan, non ha mai rappresentato un problema per la Russia.

Le conseguenze nel lungo termine

Il ritorno di fiamma della strategia comunicativa alla Bush rischia di cagionare un’ustione di terzo grado al volto del Cremlino, che, perlomeno in Occidente – ma anche altrove –, sperimenterà una tremenda perdita di affidabilità e credibilità. Prima perché ha a lungo negato i preparativi di invasione – per poi invadere. E dopo per i pretesti utilizzati per giustificare la guerra – quasi una presa in giro, un riciclo della fialetta di antrace di Colin Powell che per diciannove anni è stata tra le migliori armi del repertorio narrativo russo – e per lo stesso modo in cui è stata condotta, tra minacce nucleari e di mondializzazione delle ostilità.

Putin potrà anche ottenere la ri-satellizzazione parziale dell’Ucraina, la sua finlandizzazione o la sua balcanizzazione, girando le sanzioni a vantaggio dell’economia di resistenza russa nel medio e lungo termine – e accelerando la costruzione di una “globalizzazione a più corsie” –, ma ha sbagliato i calcoli nella maniera in cui non ha preso in considerazione le ripercussioni della guerra nell’Unione Europea – che da ora in avanti sarà significativamente più dipendente dagli Stati Uniti –, ha sottovalutato l’impatto del conflitto in casa e nello spazio postsovietico – le masse protestano nelle piazze, ma arriverà anche il turno dei politici – e non ha intuito le ricadute negative per la transizione multipolare.

Se fino a ieri tirannide, oppressione e ingiustizia venivano associate all’unipolarismo, la guerra in Ucraina ha cambiato tutto. Dal 24.2.22 non è più possibile continuare a promuovere l’immagine di un ordine a più polarità come maggiormente giusto, sicuro e rispettoso dell’autodeterminazione dei popoli. La transizione multipolare avrà luogo, perché semplicemente inevitabile – la mutevolezza è codificata nel dna della storia –, ma sarà accolta più con disincanto che con euforia. E la Russia dovrà faticare per togliersi di dosso l’odore dell’imperialismo. Mentre per quanto riguarda l’eurasismo, il sogno di un’Europa autonoma dagli Stati Uniti ed estesa da Lisbona a Vladivostok, questo è certo: è morto in Ucraina la notte del 24.2.22. E morto resterà per almeno una o due generazioni.

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