C’è un tormentone geopolitico che perseguita il discorso pubblico occidentale fin dal 2014, una sorta di barzelletta che non smette di aggiornarsi: l’Ucraina come l’eterna aspirante europea, che bussa alla porta di una discoteca esclusiva chiamata Civiltà. Fuori c’è il gelo, dentro ci sono le luci stroboscopiche, i diritti civili e, soprattutto, gli stipendi polacchi. O almeno, così promettevano alcuni pifferai magici. Il problema è che, arrivati al quinto anno di guerra, la discoteca ha sbarrato gli ingressi e i buttafuori (leggasi Francia e Germania) hanno iniziato a controllare i documenti con una pignoleria che puzza di ipocrisia lontano un chilometro.
Il bluff del “Fast-Track”
L’ultima puntata di questo strazio diplomatico si è consumata lo scorso mercoledì, durante una cena informale a Bruxelles. Ursula von der Leyen, nel ruolo della zia ottimista che promette regali che non può permettersi, aveva ipotizzato una membership lite: un’adesione accelerata entro il 2027, una sorta di abbonamento Netflix dove però non puoi scegliere i film (niente fondi strutturali, niente diritto di voto, solo il bollino blu sulla porta).
La risposta di Berlino ha il sapore di una doccia gelata. Mentre il Direttore della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, ha dichiarato candidamente che “finché l’Ucraina difende l’Europa, il pericolo non è così grande” – una frase che suona sinistramente simile a “continuate a morire voi, che a noi va bene così” – sul fronte finanziario i rubinetti restano a secco. I 90 miliardi di euro promessi sono congelati, ufficialmente per colpa del “cattivo” Viktor Orbán, ufficiosamente perché a molti leader del Nord Europa l’austerità fiscale eccita più della solidarietà democratica.
La sindrome di Frankenstein
Ma perché questo improvviso irrigidimento? La verità è che l’Ue ha paura del “mostro” che ha contribuito a creare. Se l’Ucraina entrasse davvero nel club, perderebbe l’unico guinzaglio che Bruxelles riesce ancora a tenere, quello delle “riforme anticorruzione”: molti funzionari europei ritengono che l’Ucraina non abbia ancora fatto abbastanza per riformare il proprio sistema giudiziario. Il timore è che, una volta dentro, Kyiv smetta di impegnarsi.
Una volta entrata, anzi, Kyiv potrebbe fare come la Polonia di qualche anno fa o come l’Ungheria di oggi: diventare orgogliosamente indipendente, ultranazionalista e, paradossalmente, un polo di attrazione per tutte quelle galassie nere che vedono nell’asse franco-tedesco un’egemonia “cultural-marxista” da abbattere.
C’è poi la questione economica, legata ai populismi interni: la concorrenza di decine di milioni di ucraini improvvisamente immessi nel mercato del lavoro Ue potrebbe regalare consensi ai partiti contrari all’allargamento. Un ingresso dell’Ucraina senza il consenso dell’opinione pubblica e dei sindacati potrebbe favorire i partiti antieuropeisti. Accettare l’Ucraina con una procedura d’urgenza creerebbe inoltre un precedente difficile da gestire per altri Paesi candidati e messi in coda da tempo, come Albania, Montenegro o Moldavia. Senza dimenticare il problema dell’unanimità: per ogni passo avanti serve il voto favorevole di tutti i 27 membri.
Nessuna fretta
Mentre si discute di capitoli di adesione e riforme giudiziarie, il cinismo europeo raggiunge nuove vette. La nuova tendenza nei corridoi di Londra e delle capitali scandinave sembra essere quella di rimandare indietro gli uomini ucraini per rifornire la linea del fronte. Addirittura, si parla di minori vulnerabili rispediti in zone di guerra contro la volontà delle famiglie.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha indicato una data precisa per l’adesione, il 1° gennaio 2027, sperando che possa diventare un pilastro fondamentale di un futuro accordo di pace con la Russia. Una garanzia di sicurezza alternativa alla Nato se l’Ucraina dovesse accettare un accordo di pace che non preveda il ritorno di tutti i territori occupati o l’ingresso nell’Alleanza atlantica; un modo per “ancorare” in ogni caso il Paese all’Occidente.
Ma l’Europa dei valori, quella che Zelensky invoca in ogni video-discorso, si sta rivelando per quello che è: un mastodontico apparato burocratico che all’idealismo preferisce il pragmatismo, che deve tenere conto delle opinioni divergenti dei Paesi membri, di un bilancio sparagnino e soprattutto dell’impossibilità di poter garantire alcunché, in materia di sicurezza, senza l’assenso dell’egemone statunitense. Così per ora l’Ucraina deve tirare avanti come Stato cuscinetto, semi-deindustrializzato, militarizzato e spopolato piuttosto che come partner paritario.
Quando Zelensky ha minacciato “violenza fisica” contro Orbán, la Commissione si è indignata per il linguaggio e ha ammonito il leader in tuta mimetica, facendo capire di essere ancora una volta forte con i deboli e debole con i forti. Ma il vero schiaffo è il silenzio di Parigi e Berlino mentre l’Ucraina affronta quella che il suo capo del fisco ucraino, Danylo Hetmantsev, definisce un’imminente “tragedia finanziaria”. Siamo tutti fratelli finché c’è da combattere, ma quando arriva il conto della cena, l’Europa si scopre improvvisamente a corto di contanti.