Guerra /

Ormai da alcuni giorni anche l’Institute for the Study of War indica chiaramente nelle sue mappe la città ucraina di Pokrovsk  come conquistata dai russi. La notizia, passata praticamente in silenzio sulla stampa nostrana, fa rumore per varie ragioni. Primo arriva da un sito che pur essendo ricco di informazioni utili è chiaramente, e a volte anche sfacciatamente, schierato dalla parte ucraina invece di rappresentare una visione distaccata del conflitto.

Secondariamente, perché tra novembre e dicembre scorso nel dibattito pubblico occidentale e italiano la cittadina era diventata molto famosa dopo che i russi la consideravano già in mano loro mentre gli ucraini affermavano di controllarla e  molti analisti hanno sostanzialmente rilanciato tale visione, che però non corrispondeva alle reali dinamiche del campo di battaglia. Già all’epoca, infatti, la città poteva essere considerata persa trovandosi sulla linea del fronte e circondata su tre lati con il quarto che era rappresentato da una stretta striscia di terra sotto costante fuoco russo. Ciò di fatto creava le condizioni per una situazione di assedio per le truppe ucraine ancora presenti nell’abitato.

Tale condizione può essere risolta a favore del difendente solo con una controffensiva che rompa l’accerchiamento, ricacci indietro l’attaccante e porti ai soldati impegnati nei combattimenti urbani nuovi rifornimenti. In caso contrario chi difende è destinato a venire presto o tardi sopraffatto dal nemico perché si trova isolato dal resto delle proprie forze armate quindi dalla propria linea logistica. A quel punto l’attaccante può semplicemente chiudere la sacca e far sì di consumare lentamente chi è rimasto intrappolato al suo interno.

La situazione era quindi segnata, e il ragionamento vale per molte altre cittadine di cui ciclicamente sentiamo parlare, anche per l’impossibilità degli ucraini di condurre controffensive realmente efficaci e ciò è testimoniato dai dati pubblicati qualche settimana fa sull’avanzata russa. Si parla di circa 6000 km² di territorio ucraino nel 2025 che rappresentano quasi il doppio del 2024 (circa 3500km²) e più di 10 volte di quello conquistato nel 2023 (poco meno di 600km²). I numeri sono chiaramente soggetti a piccole modifiche a seconda della fonte, ma il trend è chiaro: gli ucraini stanno perdendo costantemente terreno e non hanno capacità offensive sul campo (altro discorso gli attacchi con droni o missili su territorio russo, ma che comunque non cambiano la dinamica strategica generale).

Le lezioni da trarre dal caso di Pokrovsk

Il caso di Pokrovsk ci deve dunque far riflettere su una certa narrativa che affligge il flusso informativo in Italia e in Occidente in generale, ma ci consente anche di ragionare in modo più attento e sistematico su un tema centrale nella guerra in Ucraina ma non solo, ovvero quello dei combattimenti urbani. In un precedente articolo si era già evidenziato come questo particolare campo di battaglia possa rappresentare una costante per il futuro, qui possiamo invece fare altre riflessioni.

Primo, la guerra in corso tra Mosca e Kiev evidenzia sicuramente la persistenza  dell’ambiente urbano nei conflitti moderni. È vero che non tutte le azioni di combattimenti si sono svolte in città, tuttavia a partire dall’assalto a Kiev nel febbraio 2022, passando per Mariupol, Bakhmut e molte altre cittadine è altrettanto evidente che molte battaglie, anche lunghe e cruciali, hanno avuto luogo in aree urbane.

Secondo, l’esempio di Pokrovsk menzionato in precedenza sottolinea un aspetto specifico delle azioni urbani, ovvero l’assedio dell’abitato. Storicamente chi circonda l’abitato e lo isola, vince: da Stalingrado a Berlino, da Huè a Falluja è sempre stato così, perché, come si diceva prima, in questo modo si isolano i difensori all’interno che prima o poi rimarranno senza rifornimenti e dovranno cedere. Nella battaglia di Mosul (2016-2017) si verificò una situazione similare, con gli Stati Uniti e gli iracheni che lasciarono una “via di fuga” ai miliziani di ISIS con l’obiettivo di colpire chi si muoveva lungo quella direttrice. L’isolamento del campo di battaglia è quindi una precondizione del combattimento urbano e un elemento che fa chiaramente pendere da un lato il risultato finale.

Terzo, se è vero che la letteratura sul tema degli ultimi decenni ha sottolineato ripetutamente l’urbanizzazione dei conflitti, bisogna altresì segnalare che la maggior parte di questi studi prefigurava scontri tra eserciti regolari e milizie, mentre l’esperienza ucraina ci restituisce un qualcosa di diverso con eserciti regolari e armati con moderni mezzi militari su entrambi i fronti.

Infine, la dottrina NATO riguarda i combattimenti urbani si concentra sul tema della conquista del terreno, sul rompere le linee difensive avversarie e sulla liberazione dei punti di forza. La guerra urbana viene insegnata quasi esclusivamente attraverso la prospettiva della liberazione di edifici, di come irrompere al loro interno, dell’assalto agli incroci e della soppressione dei punti di forza nemici. Ovvero ci si addestra a come conquistare/liberare una città. Tuttavia la situazione che più probabilmente le forze NATO si troveranno ad affrontare è quella di come sfruttare l’ambiente urbano per difendersi, ovvero la prospettiva contraria su cui l’esperienza ucraina può indubbiamente offrire molti spunti.

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