La tensione tra il blocco euroamericano e quello russo è andata progressivamente aumentando negli ultimi tre mesi, ovverosia da quando ha avuto ufficialmente inizio l’era Biden. L’ascesa del longevo padrino del Partito Democratico, la cui campagna elettorale baricentrata sulla Russia aveva in qualche preludiato a quel sarebbe successo ad avvenuto insediamento, ha significato un ritorno della guerra fredda 2.0 ai livelli del dopo-Euromaidan ed un crescendo di escalazioni tra Donbass e Mar Nero.

Dopo aver chiamato a raccolta gli alleati europei, definendo Vladimir Putin un assassino, Biden è stato testimone di prove di lealtà in Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca e Polonia, sotto forma di ritorsioni diplomatiche e scandali spionistici, e ha messo la firma sul pacchetto di sanzioni antirusse più rigido ed esteso degli ultimi tre anni. A fare da sfondo, le minacce provenienti da Unione Europea e Stati Uniti in relazione al caso Navalny e il persistere delle pressioni della Casa Bianca in direzione del Nord Stream 2, di cui Biden, esattamente come Donald Trump, chiede l’annullamento.

Palpabile è la maretta tra le parti ed elevato è il timore che il nervosismo possa trovare come luogo di scarico il Donbass, vena scoperta del Vecchio Continente e principale linea di faglia che separa i mondi occidentale e russo. Qui, dove la guerra non è mai realmente terminata, perché periodiche sono le violazioni del cessate il fuoco da ambo i lati, negli ultimi cinque mesi si è assistito ad un incremento degli scontri, anche letali, e dalla terza settimana di marzo ha avuto inizio un ammassamento di truppe e armamenti da parte del Cremlino nell’area compresa tra Rostov sul Don e Novorossijsk e, in ultimo, alla chiusura dello strategico stretto di Kerc.

La domanda è lecita, e le va data una risposta: Ucraina e Russia si stanno preparando ad una guerra aperta? Entrambe le nazioni avrebbero da perdere da un’eventuale apertura delle ostilità, perché dovrebbero simultaneamente confrontarsi con una serie di incognite, prima fra tutte la possibile e micidiale internazionalizzazione del conflitto. Per capire cosa sta accadendo, e cosa potrebbe accadere, oltre ad aver proceduto ad una nostra disamina dei fatti, abbiamo raggiunto il politologo di fama mondiale Glenn Diesen.

Le truppe ucraine e russe, i numeri

I numeri relativi all’ammassamento di truppe e mezzi della Federazione russa lungo il confine orientale dell’Ucraina sono discordanti, perché nella maggioranza dei casi sono il riflesso di esagerazioni volute e strumentali, ma sembra che, attualmente, nell’area compresa fra Voronez, Rostov sul Don, Krasnodar e Novorossijsk possano trovarsi fra i 40mila e i 150mila soldati – ai quali vanno aggiunti i 40mila stazionanti in Crimea e il recente arrivo di quindici navi da guerra nei porti della suddetta. Amatori e professionisti che hanno cercato di indagare la composizione di questa imponente concentrazione, ricorrendo a immagini satellitari, riprese in loco e analisi delle fonti aperte, riferiscono della presenza di carri armati, divisioni aeree, gruppi di tiratori scelti, obici, cannoni semoventi e persino missili balistici. Tornando ai numeri dello spiegamento russo, il fatto che l’Unione Europea abbia ridotto notevolmente la stima fornita al pubblico, da 150mila a “più di 100mila”, è di per sé eloquente e prova di ricercata drammatizzazione.

Per quanto riguarda la presenza militare ucraina lungo le linee di contatto del Donbass, l’ultimo aggiornamento disponibile, datato maggio dell’anno scorso, riferiva di 40.100 soldati. Non è dato sapere se il numero delle forze armate ucraine ivi schierate sia rimasto immutato, o se sia aumentato o diminuito, ma le autorità di Lugansk e Donetsk stanno denunciando da più di due mesi l’arrivo di rinforzi e di armamenti provenienti da Kiev. In sintesi, è in errore o in malafede chi denuncia l’esistenza di una militarizzazione unilaterale, esclusiva e offensiva operata dal Cremlino ai bordi dell’Ucraina orientale, perché, al contrario, è lecito parlare di ammassamento simmetrico – peraltro cominciato da Kiev. 

Molteplici e legittime, quantomeno dal punto di vista del Cremlino, le ragioni ufficiose che hanno condotto alla concentrazione massiccia e celere di soldati, veicoli ed armamenti nella suddetta ragione: l’aumento delle violazioni del cessate il fuoco a Lugansk e Donetsk da parte ucraina – 54 soltanto nella prima metà di marzo –, l’impellenza di fare fronte alla crisi idrica in Crimea, la volontà conclamata della presidenza Putin di proteggere la minoranza russofona del Donbass da eventuali aggressioni genocidiali e, ultimo ma non meno importante, la crescente militarizzazione del Mar Nero trainata da Stati Uniti, Romania, Gran Bretagna e Alleanza Atlantica.

Tra allarmismo e realtà

Antony Blinken ha parlato del dispiegamento di truppe russe lungo il confine ucraino in termini allarmistici, sottolineando come si tratterebbe della “più grande concentrazione di forze russe a ridosso dei bordi dell’Ucraina dal 2014”, secondo la CIA v’è abbastanza potenziale bellico da condurre delle incursioni militari su piccola scala e Joe Biden ha discusso dell’argomento durante la chiamata con il capo del Cremlino del 13 aprile, al quale ha rammentato che “l’impegno degli Stati Uniti ai fini dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina è incrollabile”.

Gli esperti militari, però, non concordano con gli scenari cupi e apocalittici delineati dalle alte sfere politiche, sia statunitensi sia ucraine, sostenendo, anzi, come il rischio di un’invasione da parte russa sarebbe compreso entro un livello “basso medio”. A smorzare l’aria pesante con la suddetta previsione non è stato il Cremlino, che giustifica l’ammassamento in termini di legittimo ribaricentramento delle truppe all’interno del proprio territorio, ma il generale Tod Wolders, comandante supremo alleato della Nato in Europa.

I possibili scenari

Lo scoppio di una guerra aperta tra Russia e Ucraina non è impossibile, anche perché nel Donbass risiedono più di 500mila persone con passaporto russo – da qui i ripetuti moniti del Cremlino a proposito dell’autopercepito diritto-dovere di intervento in caso di azioni offensive nei loro confronti –, ma il ritmo dell’ammassamento non è indicativo di danze belliche imminenti.

Innanzitutto, dare vita ad una concentrazione militare a scopo guerresco alla luce del Sole, oltre che illogico, è controproducente. Spiegato al pubblico laico, lo spiegamento palesato e lento di soldati, mezzi e armi non può che lavorare in senso contrario a qualunque proposito di invasioni lampo in stile Crimea; Kiev, invero, ha avuto quattro settimane di tempo per elaborare dei piani di contingenza da attivare in caso di guerra.

Esclusa la pista dell’ammassamento a scopo guerresco – perché il Cremlino potrebbe giustificare una simile condotta, anche agli occhi della propria opinione pubblica, soltanto in presenza di gravi azioni ai danni della permanenza della Crimea nella Federazione russa e/o della popolazione russofona del Donbass – non resta che considerare quella meno vagliata da buona parte di analisti, politici e giornalisti: il rischio calcolato.

Ponendo una minaccia grave e incombente alla sicurezza nazionale dell’Ucraina, nonché mettendo in sicurezza la Crimea da eventuali prove di forza a suo ridosso da parte delle flotte occidentali, la Russia sta cercando di esercitare una pressione multidirezionale a fini negoziali: non bellicismo inconsulto, quanto machiavellica capziosità. I rischi sono elevati, specie se il gioco dovesse sfuggire al controllo o essere guastato da impreviste false flag, ma le utilità li equivalgono:

  • Gli Stati Uniti vengono messi sotto stress in un’area di loro interesse nodale, ne viene testato l’effettivo pivot ucraino e vengono obbligati a ponderare ogni mossa nella consapevolezza che l’effettivo rapporto costo-opportunità è sfavorevole a causa delle probabilità di impantanamento, o, peggio, di un’ulteriore balcanizzazione dell’Ucraina, e delle possibilità di un’internazionalizzazione del conflitto;
  • L’Ucraina, insicura a proposito di un eventuale supporto concreto da parte dell’Occidente in caso di guerra, viene messa alle strette e incoraggiata a valutare seriamente l’attuazione degli accordi di Minsk, in particolare il paragrafo inerente lo statuto speciale da concedere a Lugansk e Donetsk;
  • Francia e Germania, avvezze a volubilità e lunaticità, a seconda della contingenza e della presidenza statunitense di turno, vengono invitate ad esercitare pressioni sull’Ucraina in direzione della de-escalation e del compromesso al tavolo contrattuale;
  • Il Cremlino ottiene un potere negoziale significativo dalla militarizzazione del Rostov, Crimea e stretto di Kerc, che potrebbe essere impiegato efficacemente in sede di trattative nell’ambito del formato Normandia – che dovrebbe riunirsi proprio quest’anno;
  • Il Cremlino traccia esplicitamente una linea rossa – i destinatari del messaggio sono Stati Uniti ed Unione Europea –, palesando la volizione di preservare le conquiste conseguite nel 2014, cioè Crimea e frazionamento dell’Ucraina, e di ritenere il Mar Nero una parte integrante ed essenziale del proprio spazio di prosperità, ossia un’area di importanza critica per la sicurezza nazionale nella quale non si ammettono eccessive dimostrazioni di forza altrui.

Il parere dell’esperto

Per comprendere le ragioni alla base dell’insorgere della crisi e quanto effettiva sia la fondatezza dell’allarmismo che sta caratterizzando la copertura mediatica (e politica) degli eventi a ridosso di Ucraina e Crimea, abbiamo raggiunto  Glenn Diesen, politologo e professore all’università della Norvegia sud-orientale, scrittore prolifico e direttore di Russia in Global Affairs.

Professor Diesen, stampa generalista e numerosi politici stanno veicolando l’idea che una guerra fra Russia e Ucraina sia incombente, prossima all’orizzonte, come mostrerebbe l’ammassamento di truppe da parte russa tra la Crimea e il confine ucraino. Il punto è che, secondo me, questo spiegamento è avvenuto troppo lentamente, e le sue stesse dimensioni non possibiliterebbero che la conduzione di incursioni su piccola scala. Persino Tod Wolders ha parlato dell’esistenza di un rischio di guerra medio-basso. Potrebbe spiegarci quali sono le ragioni dell’attuale crisi e fornirci il suo parere per quanto concerne la probabilità dello scoppio di una guerra?

Il problema principale in Ucraina è l’assenza di progressi in direzione di una risoluzione pacifica. Ognuna delle parti ha concordato con il protocollo di Minsk e con il percorso ivi delineato per la pacificazione, che richiede a Kiev di negoziare direttamente con le autorità del Donbass e di lavorare in direzione di un cambiamento della Costituzione che decentralizzi i poteri e garantisca al Donbass un certo grado di autonomia. È da più di sei anni che Kiev si mostra riluttante ad attenersi agli accordi, ai quali si oppongono fermamente i nazionalisti e che potrebbero essere utilizzati per bloccare l’adesione futura alla Nato. Gli Stati Uniti sono molto critici a proposito del protocollo di Minsk per le stesse ragioni: preferiscono avere potere su un’Ucraina centralizzata e con un governo antirusso e filoamericano. Dal momento che l’Occidente è stato refrattario a sollecitare l’Ucraina perché rispetti il protocollo di Minsk, il conflitto ha cominciato a intensificarsi ed è rimasta in piedi l’idea di risolverlo attraverso soluzioni militari.

L’Ucraina ha mobilizzato le proprie forze armate lungo la linea di contatto con il Donbass, e la Russia ha reagito mobilitando le proprie come deterrente contro un’offensiva ucraina nel Donbass. La grande mobilitazione di truppe russe sembra aver ridotto le probabilità di una guerra: la deterrenza funziona. L’Ucraina sa che non è realistico il recupero del Donbass con la forza. Per di più, Europa e Stati Uniti stanno incoraggiando l’Ucraina a de-escalare le tensioni, con gli Stati Uniti che hanno perfino annullato l’invio di navi da guerra nel Mar Nero, che avrebbe dovuto fungere da dimostrazione di sostegno all’Ucraina. Anche il G7 ha comunicato che supporta il protocollo di Minsk quale unica soluzione accettabile al conflitto; cosa che potrebbe essere interpretata come un tentativo di mettere pressione all’Ucraina, dato che continua ad essere renitente alla sua implementazione.

Io, quindi, credo che sia improbabile una grande guerra, perlomeno adesso: probabilmente l’Ucraina si ritirerà. Il problema, però, non verrà risolto: è improbabile che l’Ucraina stabilisca un dialogo con il Donbass, anche se la Russia ritirasse le sue truppe.

Quale giocatore ha più interessi a far scoppiare una guerra, che sia adesso o nel prossimo futuro: Russia o Ucraina? Di quali altri attori si dovrebbe tenere conto? E qual è il peso del fattore Biden all’interno di questa escalation

Io credo che né Ucraina né Russia vogliano una guerra, perché troppa è l’imprevedibilità e troppo vi sarebbe da perdere. Comunque, i nazionalisti di destra ucraini e i ribelli del Donbass potrebbero non condividere gli interessi di Kiev e Mosca; ergo c’è la possibilità di una “guerra accidentale” (accidental war). Io penso che Biden abbia contribuito all’escalation, ma anche alla successiva de-escalation. Il supporto di Biden all’Ucraina, accompagnato dalla retorica antirussa e dall’impegno ad essere “duro” con la Russia, è stato evidentemente interpretato da Kiev come sostegno all’avventurismo militare nel Donbass.

Ad ogni modo, dopo che la Russia ha mobilizzato le sue truppe, sembra che Biden abbia contribuito a ridurre le tensioni. Annullare l’invio di navi da guerra americane nel Mar Nero, ed esprimere supporto al protocollo di Minsk attraverso il G7, segnala a Mosca che c’è un percorso verso la soluzione diplomatica. Comunque, è probabile che si tratti di una misura temporanea per abbassare le tensione: sospetto che Biden non farà pressioni a Kiev, in relazione al rispetto del protocollo di Minsk, a de-escalation compiuta da ambo i lati. Gli Stati Uniti preferiscono delle “tensioni moderate” con la Russia: abbastanza da far lievitare e cementare i sentimenti antirussi in Ucraina ed ottenere supporto dagli europei, ma che non risultino in una guerra che l’Ucraina non potrebbe vincere.

Le autorità di Lugansk e Donetsk stanno denunciando da parecchio tempo l’esistenza di un ammassamento di forze armate ucraine a loro ridosso; ammassamento che, stando a suddetti reclami, sarebbe precedente a quello operato dalla Russia. Credo che la varietà degli attori e degli interessi in gioco renda il Donbass un teatro imprevedibile e che non sia da sottovalutare l’eventualità di operazioni sotto falsa bandiera (false flag) in grado di far scoppiare una guerra. In breve: se una guerra aperta dovesse mai avere luogo, è legittimo affermare che il casus belli potrebbe essere una false flag?

Lo spiegamento militare ucraino ha preceduto quello russo. E concordo sul fatto che ciò che rende questo scenario imprevedibile è il numero degli attori dagli interessi conflittuali, che potrebbe far scoppiare una guerra inaspettatamente. I ribelli del Donbass, ovviamente, vorrebbero ricevere supporto diretto dalla Russia. La Russia desidera evitare una grande guerra, ma in nessuna circostanza può permettere all’Ucraina di attaccare i propri compatrioti nel Donbass né accettare un’ulteriore espansione della Nato. I nazionalisti di destra ucraina preferirebbero una soluzione militare all’implementazione del protocollo di Minsk. Gli Stati Uniti vorrebbero trasformare l’Ucraina in una prima linea contro la Russia, ma evitare una guerra imprevedibile il cui esito potrebbe essere probabilmente determinato da quest’ultima.

Attualmente abbiamo un grande vacuum che può essere sfruttato da chiunque, e questo chiunque potrebbe agire sotto l’etichetta delle false flag. L’Occidente è nolente a fare pressioni all’Ucraina affinché rispetti il protocollo di Minsk, ma non ci sono altre soluzioni pacifiche al conflitto. E il vacuum che ne consengue crea incentivi per le soluzioni militari.

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