Ucraina, gli orrori del reggimento Skala: violenze, torture, morti sospette e il comandante sotto inchiesta

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L’indagine è partita dal giornale indipendente ucraino Babel, e poi ripresa anche da testate locali come Kyiv Independent – a dimostrazione che pur nel clima plumbeo una certa libertà di stampa da quelle parti c’è – e ha squarciato il velo su una delle realtà taciute del conflitto in corso: la gestione interna del 425° reggimento autonomo d’assalto, universalmente noto come Skala o Skelia. Sevizie, violenze sistematiche e persino torture che hanno portato alla morte delle reclute sono tra le accuse mosse contro la leadership dell’unità, guidata dal tenente colonnello Yuriy Harkavyi, recentemente sospeso dalle sue funzioni. Sarebbero addirittura 26 i militari morti per per cause non legate al combattimento tra la fine del 2025 e la primavera del 2026.

La filosofa Hannah Arendt diceva che l’autorità che si fonda esclusivamente sulla violenza, anziché il consenso, porta in sé i germi della propria distruzione, trasformando le istituzioni nate per difendere lo Stato in macchine di coercizione interna. Solo che il reggimento Skala non è un’unità qualunque, ma la più grande formazione d’assalto dell’esercito ucraino, con un organico che supera i diecimila effettivi. Gode di canali di rifornimento prioritari e risponde direttamente al comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrskyi. La deriva sta nella vertiginosa espansione numerica e nella necessità di rimpiazzare le perdite nei settori più critici del fronte. Questo ha spinto l’unità a setacciare i centri di riabilitazione statali, raccattando per la mobilitazione forzata numerosi tossicodipendenti in terapia con metadone, obiettori di coscienza e anche persone affette da gravi disabilità psichiche. Da qui il nomignolo di “armata zombie”, che le è stato affibbiato dal blogger militare Peter Korotaev.

Secondo le testimonianze raccolte dai giornalisti, il primo impatto dei nuovi arrivati avviene in un centro di smistamento soprannominato “il pollaio”: una struttura agricola priva di finestre in cui centinaia di uomini vengono privati dei telefoni e denudati. Da quel momento, la disciplina viene mantenuta attraverso codici comportamentali mutuati dal sistema carcerario post-sovietico, sotto lo stretto controllo dei cosiddetti vertukhai, i guardiani armati. I soldati sono costretti a dirigersi in gruppo verso i servizi igienici sotto la costante minaccia dei fucili d’assalto, beccandosi pesanti punizioni corporali per ogni minima infrazione. Nelle celle di isolamento si verifica la coabitazione forzata tra reclute ordinarie e tossicodipendenti in piena crisi d’astinenza, privati dei farmaci sostitutivi, tra allucinazioni e scatti di violenza, spesso sedati dai carcerieri con l’uso di gas lacrimogeni.

Per prevenire i frequenti tentativi di diserzione, i perimetri dei campi di addestramento situati nelle aree boschive sono stati interamente minati, trasformando le basi in veri e propri centri di detenzione a cielo aperto. I testimoni riferiscono pure di esplosioni notturne dovute sia alla fauna locale sia a soldati disperati che tentavano la fuga. In un episodio documentato, una recluta catturata dopo essere sopravvissuta alla deflagrazione di un ordigno è stata esposta pubblicamente davanti ai compagni come monito, prima di sparire definitivamente dai registri ufficiali con una diagnosi di insufficienza cardiaca.

Al centro dell’inchiesta giudiziaria avviata dall’Ufficio statale delle indagini ucraino, che cerca di barcamenarsi tra pressioni politiche e tutela dei soldati, c’è la discrepanza tra la condizione clinica dei corpi e le versioni fornite dai comandi militari. Per la quasi totalità dei decessi sospetti, i certificati medici ufficiali riportano la dicitura di morte per polmonite bilaterale o miocardiopatia non specificata, una formula burocratica che i familiari trovano offensiva. Le salme consegnate alle famiglie mostravano evidenti segni di traumi contusivi, emorragie interne, costole fratturate e profonde lesioni compatibil con l’uso prolungato di manette.

Tra le storie più drammatiche figurano quelle di Dmytro Koval, un cinquantenne di fede battista e obiettore di coscienza, morto dopo essere stato sottoposto a percosse quotidiane e all’alimentazione forzata tramite flebo, e di Volodymyr Tsukanov, un giovane affetto da dipendenze che accudiva la madre invalida, deceduto in ospedale dopo che un sergente istruttore gli aveva fratturato nove costole riempendolo di calci al torace. In un altro caso ancora, i vertici del reggimento hanno tentato di giustificare le lesioni fatali di un militare spiegando che era caduto accidentalmente da un albero nel tentativo di sottrarsi al servizio.

La difesa del reggimento, affidata al suo portavoce, ha respinto le accuse sostenendo che la maggior parte dei decessi è avvenuta all’interno di strutture ospedaliere civili a causa delle condizioni di salute precarie con cui i cittadini si presentano alla leva, definendo le accuse come speculazioni prive di fondamento giuridico promosse principalmente da soldati che hanno abbandonato il reparto.

Mentre il Comando delle forze terrestri assicura la massima imparzialità negli accertamenti in corso, la responsabile dell’osservatorio militare Olha Reshetylova ha definito la gestione del reparto come una condotta criminale perpetrata da un gruppo organizzato di individui. La crisi della gestione del personale e i metodi brutali impiegati per forgiare quelli che i comandanti definiscono con cinismo soldati monouso aprono un dibattito profondo sulla tenuta democratica delle istituzioni militari del paese in un momento di estrema pressione strategica.