Diverse turbolenze caratterizzano questa fase della guerra ucraina, che potrebbe essere, imprevisti permettendo, quella terminale. Nonostante le resistenze, le pressioni degli Stati Uniti sull’Ucraina sembra che stiano ottenendo dei risultati. D’altronde l’interruzione/rallentamento di Starlink non poteva essere ignorata dalle forze ucraine, che da una settimana, a stare a quanto informa Strana, hanno interrotto gli attacchi alle raffinerie russe, continuando però ad attaccare in profondità il territorio russo grazie all’aiuto della CIA, guidata dal falco John Ratcliffe.
Stanotte la rete satellitare è stata ripristinata, ma l’avvertimento americano allo scomodo partner è arrivato forte e chiaro. Le raffinerie russe dovrebbero rimanere esenti da attacchi futuri. E Kiev dovrà essere conseguente al suo impegno a sedersi al tavolo dei negoziati, fissati per metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi.
La scelta di tenere un incontro che l’amministrazione Usa ritiene tanto importante per la sua immagine e i suoi interessi negli Emirati fa sperare che, nel frattempo, il Medio Oriente sia esentato da una nuova guerra iraniana, la cui ripresa dipende dalla capacità di Trump di resistere alle pressioni e di porre un freno alla sua allucinata vena narcisistica. Il summit emiratino si dovrebbe tenere in forma trilaterale, presenti le delegazioni ucraine, russe e statunitensi, essendo giustamente tagliata fuori l’Europa perché finora ha sabotato in tutti i modi le spinte distensive. Dovrebbe rientrare in futuro, anche perché la pace, se si farà, dovrà prevedere garanzie di sicurezza per Kiev, ma anche un’architettura di sicurezza per l’intero Vecchio Continente, altrimenti tutto sarà vanificato.
A conferire al momento un anelito di speranza quanto sta avvenendo a Oleshky, cittadina ucraina conquistata dai russi, dove la popolazione versa in una condizione disastrosa (secondo i russi a causa dei bombardamenti ucraini, per questi ultimi perché i russi tengono prigionieri i cittadini). La Casa Bianca ha annunciato che il 29 ottobre entrerà in vigore un cessate il fuoco che consentirà alla popolazione di evacuare, chi per l’Ucraina chi per la Russia. Un’intesa minima, ma di notevole impatto simbolico per quanto riguarda le possibilità di un accordo più ampio. Stabilito anche un meccanismo di controllo dell’evacuazione, con un media americano che vigilerà e documenterà quanto avverrà.
Ciò dovrebbe impedire quanto accadeva in Siria durante l’intervento russo a sostegno di Damasco, quando le evacuazioni dei civili concordate con le milizie islamiche venivano puntualmente bersagliate dai jihadisti per poi incolpare i russi di aver violato in maniera disumana i patti (quella guerra l’abbiamo seguita da vicino…).
Il merito della riuscita di questo accordo è stato ascritto giustamente a Melania Trump, che da tempo si occupa di questioni umanitarie riguardanti il conflitto ucraino tenendosi in contatto con i duellanti. Ma decisivo è stato Papa Leone XIV che, subito dopo l’intervento al polmone, ha preso il telefono per chiamare Putin con il quale ha parlato in particolare della situazione di Oleshky e chiesto un cessate il fuoco, incassando l’apertura dello zar. Coraggioso il Papa, che ha oltrepassato la linea rossa imposta dai fautori della guerra ucraina, una direttiva che ha imposto ai leader europei di non mettersi in contatto in alcun modo con Putin, cosa che non avviene appunto, da tempo.
La notizia del cessate il fuoco gli sarà di conforto, temperando in parte il dolore per l’attentato avvenuto in Giordania contro i fedeli della chiesa greco-ortodossa di San Giorgio, nel villaggio di Hammoud, che si trova nel governatorato di Karak: sette i morti e 34 i feriti. Attentato strano, dal momento che la Giordania è un Paese tranquillo, alieno da violenze settarie. Si spera nell’episodio isolato.