L’intervista di Sergej Lavrov ha avuto effetto: dopo che il ministro degli Esteri russo ha esternato l’insoddisfazione del suo Paese per lo stallo dei negoziati sull’Ucraina, e tanto altro, le trattative si sono riavviate: oggi il Cremlino ha annunciato che il 17 e 18 febbraio i delegati di Russia, Ucraina e Stati Uniti si incontreranno a Ginevra (e non ad Abu Dhabi, sede dell’incontro pregresso).
A guidare la delegazione russa non sarà più il direttore dell’intelligence militare Igor Kostyukov, come nel precedente incontro, ma Vladimir Medinsky, il consigliere di Putin. Un cambiamento interessante.
Se è possibile che dopo l’attentato contro il suo vice, avvenuto mentre si svolgevano i negoziati di Abu Dhabi, si sia chiesto a Kostyukov una presenza più assidua in patria per rafforzarne la sicurezza, la ragione del cambio di guardia potrebbe anche essere un’altra, cioè che Putin abbia voluto inviare un segnale agli americani inviando il suo uomo di fiducia.
Non sfugge, infatti, che l’intemerata di Lavrov sia stata coordinata con Putin: lo zar ha lasciato al ministro degli Esteri il compito di esternare agli States la sua insoddisfazione per aver modo poi di riallacciare il filo del dialogo tramite il suo consigliere personale, avendo però messo in chiaro i punti di attrito tra le due potenze.
Al di là del particolare, e in attesa di quanto produrranno i negoziati, sembra di interesse riportare due sviluppi. Il primo è un recente articolo di The Atlantic, una sorta di bibbia dell’atlantismo (come denota anche il nome della testata).
Articolo molto lungo, quello di The Atlantic, firmato da Simon Schuster, il quale, come scrive Strana, “conosce bene il presidente [Zelenky] e il suo entourage”. La nota di Schuster dettaglia le varie criticità del negoziato, ma quella che più interessa, e dove tutto sta o cade, riguarda la cessione dei territori alla Russia (meglio il riconoscimento della sua sovranità sui territori attualmente controllati e altri del Donbass).

Nella sua sintesi, Strana riporta come Schuster riferisca di una dialettica interna alla leadership ucraina: mentre il presidente è fermo sulle sue posizioni irriducibili, cioè nessuna concessione ai russi, due dei suoi consiglieri stanno considerando “la concessione più difficile: rinunciare al controllo su parte della regione di Donetsk”.
Sempre secondo Schuster, il nuovo capo del team negoziale, Kyrylo Budanov, “sembra più propenso a scendere a compromessi sulla questione territoriale rispetto al team precedente”, quello guidato da Yermak, il consigliere di Zelensky eliminato dalla politica ucraina dal recente scandalo sulla corruzione dilagante. Sulla flessibilità di Budanov avevamo accennato in note pregresse, ma la conferma resta autorevole.
Altro sviluppo è lo sbarco di Newsmax in Ucraina, il network mediatico più vicino al presidente Trump (all’azienda appartiene Truth social, che Trump utilizza per comunicare con il mondo). A guidare Newsmax ukraine sarà Liudmyla Nemyriia, moglie di Hryhorii, forse l’uomo più vicino a Yulia Tymoshenko, il volto della rivoluzione arancione che nel 2004 strappò per la prima volta l’Ucraina da Mosca.

Nonostante sia stata usata come un maglio contro la Russia e i probabili legami con la CIA, la Tymoshenko, che dopo la rivoluzione ha fondato il partito Patria, attualmente all’opposizione, ha un rapporto più articolato con Mosca rispetto al rigido Zelensky, essendo stata accusata in passato di essere filo-russa.
Ma, al di là degli asseriti legami con Mosca, che in effetti sono ambigui, molto più importanti quelli con la CIA, dal momento che l’Agenzia, come dimostra la flessibilità sui negoziati di Budanov – che della CIA è una risorsa – sembra impegnata a ottemperare al mandato di Trump di chiudere la guerra (anche se con tutte le ambiguità del caso).
Non solo i legami con l’intelligence. È ormai di dominio pubblico che la Tymoshenko ha stretto rapporti con l’entourage di Trump, come rivelato da Politico nel marzo 2025, ed è probabile che lo sbarco di Newsmax in Ucraina li rafforzerà.
Non è un caso che a gennaio, come risposta allo scandalo che ha travolto Yermak, il più convinto sostenitore della guerra eterna, e altre figure vicine a Zelensky, l’Ufficio anti-corruzione abbia arrestato la Tymoshenko, una vicenda giudiziaria in divenire, ma che non ha chiuso la sua attività politica, che prosegue nonostante la pressione giudiziaria.
Ma è ovvio che Newsmax non ha come unico scopo di rafforzare il legame tra l’amministrazione Trump e la Tymoshenko, avendo agio di esercitare un qualche potere di influenza su altre figure politiche e sull’opinione pubblica ucraina.
Mossa interessante, dunque, dal momento che l’esito dei negoziati dipende anche dalla politica ucraina. Trump l’ha capito tardi, essendosi illuso che sarebbe bastato un fischio o al massimo un buffetto perché Zelensky facesse quanto richiesto.
Detto questo, sperare che i negoziati diano frutti è doveroso, ma senza farsi illusioni date le forze di contrasto. Resta che la stagione fredda sta finendo ed è certo che Mosca non aspetterà inerte l’esito delle trattative. Quando il clima lo consentirà, rafforzerà l’offensiva.
Se si vogliono salvare vite, tante vite, bisogna chiudere questo maledetto conflitto prima della primavera. Sempre che a qualcuno importi (non certo a Zelensky, come evidenzia la sua folle rigidità).
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