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Un mondo nuovo è sorto all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina. È un mondo agglomerante tutte le grandi tendenze economiche, militari, politiche e tecnologiche del Duemila, tendenze che ha super-amplificato, e in cui la prevedibilità e la stabilità hanno semplicemente cessato di esistere, lasciando spazio alla fragilità e alla volatilità. L’età dell’incertezza permanente.

L’unipolarismo (r)esiste ancora, perché il dominio degli Stati Uniti nella finanza internazionale, negli affari militari e nelle partite che contano – come l’intelligenza artificiale – continua a essere incontrastato, ma il suo raggio d’azione ha sperimentato un ridimensionamento significativo. In parte perché non tutti i calcoli degli sceneggiatori del Progetto per un nuovo secolo americano sono andati come da programma – Afghanistan docet. In parte perché lo scenario più remoto, preconizzato da Zbigniew Brzezinski negli insospettabili anni Novanta, è diventato realtà: Russia, Cina e Iran hanno dato vita a un ménage à trois antiegemonico.

Quello scaturito dal 24/2 è un mondo nuovo che sa di ritorno al passato, il passato guerrafreddesco dei blocchi, dei giochi di spie, delle guerre per procura, delle corse alle armi, e che dei nodi irrisolti e dei conti in sospeso della storia è figlio. Come la Russia alla ricerca dell’influenza perduta col crollo dell’Unione Sovietica. O come la Cina all’inseguimento di un duplice obiettivo: giustizia per il Secolo dell’umiliazione e fuga da quella prigione arcipelagica che è la catena di isole.

Il mondo emerso nei giorni successivi al 24.2.22 è un luogo pericoloso per i poliziotti globali, come dimostrato dalla guerra nel Mar Rosso di Anṣār Allāh, e che pullula di vulcani quiescenti attorno ai quali aumenta l’odore di zolfo, dalla Bessarabia all’Essequibo. È un mondo di stressanti policrisi da gestire per gli Stati Uniti, ma anche di sfide e incognite per la Russia.

Do svidaniya, Russia!

Sulle colonne di InsideOver, poco dopo l’inizio della guerra in Ucraina, si scriveva che i popoli dello spazio postsovietico avrebbero vissuto gli eventi nello stesso modo in cui i loro antenati accolsero l’invasione russa dell’Ungheria del 1956. Un trauma generazionale. Una semina di zizzania destinata a dare frutti nel medio-lungo periodo, da Minsk ad Astana, e ad accelerare la tendenza pregressa della frammentazione della fu Unione Sovietica.

L’Ucraina è perduta. In realtà lo era già dal 2014, l’anno di Euromaidan, ma il biennio di resistenza all’aggressione russa ha cristallizzato questo suo percorso rivolto a ponente. L’invasione si è trasformata in una guerra di indipendenza, nel senso che sul campo sono definitivamente nati gli ucraini, nati come popolo simile ma antitetico ai russi, e questo è un punto di non ritorno.

Kiev ha riconfermato un destino che in parte aveva scelto e che in parte le era stato imposto nel 2013-14, perché Euromaidan è stata sia sollevazione popolare sia rivoluzione colorata, e lo ha fatto quattro giorni dopo l’inizio delle ostilità, il 28 febbraio, inviando a Rue de la Loi una richiesta ufficiale di adesione all’Unione Europea.

Moldavia e Georgia, dal 24/2, temono che la materializzazione di uno “scenario ucraino” al loro interno si una questione di tempo. Paure, le loro, tutt’altro che infondate: la Moldavia non ha il controllo della Transnistria ed è preoccupata dal ritorno del nazionalismo in Gagauzia, la Georgia è reduce dalla guerra per l’Ossezia meridionale del 2008 e non esercita la sovranità nemmeno sull’Abcasia.

Le immagini dei carri armati diretti russi in Ucraina hanno avuto un forte impatto a Chişinău e Tbilisi, che hanno seguito le orme di Kiev tre giorni dopo, il 3 marzo, avviando simbolicamente insieme il loro percorso di accesso all’eurocomunità. Una scelta di campo che, alla luce dei cambiamenti occorsi nella società – le nuove generazioni sono prevalentemente filoccidentali –, premette e promette irreversibilità.

Ritorno al 1830

Il vento dell’europeismo soffia più forte su Moldavia e Georgia dal 24 febbraio 2022. In Bielorussia invece tutto tace, è bonaccia, e non è da escludere che si tratti della classica quiete prima della tempesta. Anche perché qui, ultimo vero satellite della Russia, pesa come un macigno l’incognita del dopo-Lukašenka.

Conflitti congelati da capitalizzare e successioni dinastiche da gestire con lungimiranza non sono le uniche sfide che dovrà affrontare Cremlino nel prevedibile futuro per drenare il sangue che sta fuoriuscendo dalle emorragie che attanagliano la sua sfera di influenza. Altre questioni di primo piano saranno prodotte, paradossalmente, da quella transizione multipolare tanto agognata a Mosca.

Nel Turkestan, la stazione centrale dell’Eurasia, un remake dell’ottocentesco Torneo di ombre sta entrando nel vivo. Differenza sostanziale rispetto al passato è, però, il numero dei partecipanti: ieri era un braccio di ferro tra russi e britannici, oggi è un’affollata competizione che vede Tel Aviv contro Tehran, Ankara per se stessa, Nuova Delhi contro Islamabad, Mosca e Pechino che rivaleggiano cordialmente per motivi di buon vicinato e che al tempo stesso debbono fare fronte comune contro la potenza di fuoco del quartetto Bruxelles-Londra-Tokyo-Washington.

L’Asia centrale, che la Russia ha storicamente considerato un giardino di casa sul quale esercitare potestà esclusiva – e riuscendovi per buona parte del Novecento –, oggi è una terra in cui convivono le sfere di influenza di una pluralità di potenze. Qui l’unipolarismo (russo) è finito nel 1991, sostituito da un multipolarismo imperfetto con al vertice Russia e Cina, che condividono grado di penetrazione e capacità di condizionamento nella regione, e la cui parcellizzazione è destinata ad aumentare per via di una combinazione di fattori endogeni – la riscoperta delle culture autoctone – ed esogeni – la nuova guerra fredda.

Azerbaigian, mosca bianca

L’Azerbaigian è un caso studio a parte, realmente a se stante, all’interno del panorama postsovietico. Contrariamente agli -stan e all’Armenia, che hanno accettato di buon grado di prestarsi al gioco della triangolazione dell’import-export per aiutare la Russia ad aggirare il regime sanzionatorio occidentale, l’Azerbaigian non ha partecipato più di tanto allo schema e, inoltre, ha approfittato della distrazione ucraina di Putin per regolare i conti con l’Armenia.

Con la breve ma intensa campagna militare del settembre 2023, che ha portato al capolinea l’epopea del separatismo armeno nel Karabakh, l’Azerbaigian è proverbialmente riuscito a prendere due piccioni con una fava: ripristino dell’integrità territoriale e conseguente azzeramento dell’utilità del dispositivo militare russo nell’area (non più contesa). Un esito reso possibile dal partenariato adamantino stretto con Israele e Turchia, che insieme costituiscono oltre l’80% degli acquisti militari dell’Azerbaigian.

La linea dell’equidistanza nella crisi karabakha è stata una débâcle che, a meno di radicali inversioni di tendenza, la Russia potrebbe pagare in termini di popolarità e di influenzamento. Popolarità diminuente in Armenia, che dal 2020 ha iniziato a ponderare l’abbandono dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e la siglatura di accordi difensivi con altri attori, arrivando ad agitare – per fini negoziali – lo spauracchio della chiusura della base russa di Gyumri. Influenzamento ai minimi storici in Azerbaigian, che, per gentile concessione della Russia, è diventato un semi-satellite turco e una base israeliana in potenza contro l’Iran.

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