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Il vertice di Parigi sull’Ucraina non ha deciso nulla perché nulla poteva, in fin dei conti, decidere. Come ogni consultazione informale convocata sulla scorta degli eventi, il direttorio europeo promosso da Emmanuel Macron si è trovato di fronte a un problema di partenza di mezzi e fini: parafrasando Vladimir Lenin, il “Che fare?” europeo sull’Ucraina non può non passare per gli esiti della trattativa diplomatica in apertura in Arabia Saudita tra Stati Uniti e Russia, a cui Riad sta aggiungendo, assieme alla Turchia, una nuova piattaforma di mediazione.

Diplomazia in campo mentre a Parigi non si decide

Il presidente Volodymyr Zelensky visiterà Ankara e poi Riad nei giorni in cui in Arabia Saudita le delegazioni di Usa e Russia, guidate dai capi delle diplomazie Marco Rubio e Sergej Lavrov, si incontrano per iniziare a trovare una quadra nei complicati rapporti tra Washington e Mosca. Di fronte a queste novità, ogni strappo europeo sarebbe apparso eccessivo. Così è rapidamente tramontata l’ipotesi di accordarsi tra una “coalizione di volenterosi” per garantire la sicurezza ucraina con l’invio di truppe e l’unico, vero prodotto del summit è stato…un appello a Washington: garantire con una rete di protezione la deterrenza all’Ucraina in caso di mediazione con la Russia.

Del resto, è difficile navigare nel mare di dichiarazioni e contraddittorie mosse giunte dagli Stati Uniti nelle scorse settimane. Prendiamo ad esempio i chiacchierati discorsi del Segretario alla Difesa, Pete Hegseth (11 febbraio alla sede Nato a Bruxelles) e del vicepresidente J.D. Vance (Conferenza sulla Sicurezza di Monaco). Il primo ha ricordato che Washington non è più disposta a garantire la sicurezza europea come in passato e che l’integrità territoriale dell’Ucraina è perduta, il secondo è entrato in gamba tesa sull’Europa ritenuta imbelle e distante dai suoi valori dopo aver ricordato al Wall Street Journal che gli Usa sono pronti a schierare, se necessario, peacekeeper in Ucraina e addirittura a garantire con il deterrente atomico la sicurezza di Kiev.

La sensazione è che questo vertice andasse convocato prima dell’entrata in campo del ciclone Trump e prima della mossa, attesa, dell’apertura diretta di canali di comunicazione tra Washington e Mosca. L’alternativa è decidere di non decidere, mostrare la vulnerabilità di un’Europa che ad oggi non ha vere leve negoziali oltre un sostegno militare all’Ucraina comunque non sufficiente a garantire la copertura di un eventuale disimpegno americano e attendere gli eventi.

Il disegno di breve periodo: alzare il costo dei negoziati a Usa e Russia

Se il summit di Parigi avrà fissato uno standard, sarà un primo passo verso una coscienza condivisa. Il più lucido leader europeo, il presidente del governo spagnolo Pedro Sanchez, all’uscita dal vertice ha ricordato che “la sicurezza dell’Ucraina e quella dell’Europa sono due facce della stessa medaglia” e che bisognasse agire di conseguenza.

La presa di consapevolezza condivisa, indipendentemente dai rapporti con Trump, è che l’Europa si trova a un tornante della storia e ormai non si possa più fare a meno di prendere atto del fatto che viviamo in un mondo pericoloso e dobbiamo agire di conseguenza.

Sul breve periodo, l’unica soluzione possibile sul dossier Ucraina è limpida e lineare: prendere una posizione chiara e difenderla a ogni costo da un lato, sperare in un buco nell’acqua dei colloqui russo-americani e alzare il prezzo del negoziato a Mosca e Washington dall’altro. Si potrebbe fare molto più che prospettare un eventuale invio di truppe a Est: estendere la garanzia securitaria a Kiev; cercare di inserirsi in gamba tesa nella trattativa tra Kiev e Washington sulle terre rare e i minerali critici per aprire il mercato ucraino e evitare clausole-capestro all’Ucraina; inserire round di sanzioni straordinarie alla Russia (ad esempio contro il gas naturale liquefatto) condizionandone la rimozione a un’apertura dei colloqui all’Europa prospettando a Mosca la riapertura del mercato continentale in futuro.

L’inevitabilità dell’aumento delle spese militari

Sul lungo periodo, invece, la rotta tracciata è quella di un aumento delle spese militari che, come si è fatta sfuggire la Ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock a Monaco, potrebbe essere sostenuto da un piano comunitario da 700 miliardi di euro. Ci limitiamo a rilevare che nessuna quota astronomica di spesa militare potrà comunque portare da nessuna parte senza una visione chiara su cosa i Paesi europei vogliono per la sicurezza del Vecchio Continente. E gli ultimi anni ci hanno insegnato che un aumento delle spese militari ha senso solo se finalizzato a una manovra chiara: ridurre il peso decisivo di Washington nel garantire la sicurezza dell’Europa, peraltro invocato anche a Parigi.

Abbiamo tracciato un’agenda ideale di mosse che si potrebbero promuovere, ora più che mai, per ridare margini di manovra all’Europa nello scenario internazionale. Ma è chiaro che tutto questo è inattuabile con una classe dirigente totalmente inadeguata, che trova il suo culmine nell’impresentabile situazione dei vertici della Commissione Europea.

Qualsiasi strategia europea che ipotizzi l’estensione delle garanzie di sicurezza all’Ucraina e l’ampliamento della proiezione geopolitica e strategica dei Paesi del Vecchio Continente sia per fornire un deterrente alla Russia sia, sperabilmente, per negoziare da una posizione di forza rapporti futuri pacifici e prevedibili si scontra con la presa di posizione politica degli attuali vertici comunitari.

La Commissione von der Leyen ha fallito: è ora di andarsene

In particolare, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, l’Alto rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Kaja Kallas e il Commissario alla Difesa Andrius Kubilius vedono la sfida alla Russia come un fine, non come un mezzo per rafforzare la sicurezza futura dell’Europa. Ispirati da un atlantismo fideistico e spiazzati dall’apertura diretta dei dialoghi Usa-Russia, hanno ripetuto a pappagallo la narrativa di Washington, a danno dello stesso interesse europeo, salvo trovarsi totalmente spiazzati quando la musica è cambiata.

Il risultato è stato, nell’ultimo mese, la più grande umiliazione politica che si ricorda di una Commissione e dell’Europa intera della storia comunitaria: il mancato invito di von der Leyen e Kallas da parte da Donald Trump all’inaugurazione, le bordate lanciate sulla politica commerciale, gli schiaffi di Vance sulla regolamentazione europea su Ia e tecnologia hanno aperto la strada. Le parole di Hegseth, Vance e Trump la scorsa settimana hanno fatto il resto.

C’è abbastanza per dichiarare insolvente la Commissione attuale e proporne, quantomeno, le dimissioni in blocco per manifesta inferiorità. L’attuale governance comunitaria non fa gli interessi dell’Europa, non è funzionale alla sicurezza del Vecchio Continente, non aiuta realmente l’Ucraina, non permette di prepararsi a un mondo competitivo il cui ordine va squagliandosi. Ci troviamo nella triste situazione di chi l’aveva detto: avevamo scritto dell’inadeguatezza di von der Leyen, dei rischi di appaltare ai baltici la sicurezza e di cavalcare l’atlantismo intransigente come Stella Polare dell’Europa e dei dubbi su von der Leyen come regista della nuova Difesa europea. Previsioni facili di cui non ci arroghiamo alcun merito: l’inadeguatezza della classe dirigente europea era sotto gli occhi di tutti. Se il vertice di Parigi servirà a far capire a molti Stati questa realtà, sarà valso a qualcosa.

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