Il 24 febbraio del 2022 la Russia invadeva l’Ucraina. Quattro anni sono passati da allora, e anche se nel frattempo molti sembrano essersene dimenticati, come anestetizzati dalle continue crisi che sconvolgono ogni parte del mondo, anche se quella guerra sembra essere sfumata dai nostri feed e dai nostri algoritmi social, al fronte si continua a combattere.
I morti e i feriti non si contano, non ci sono dati certi per poterli quantificare. Qualcuno parla di mezzo milione tra morti e feriti, altri raddopiano la cifra. I politici promettono trattative di pace, i leader mondiali continuano a incontrarsi in infiniti summit internazionali, ma al fronte nulla evolve. In questi quattro anni è diventato sempre più difficile capire e ricostruire cosa accada davvero in Ucraina, lontano dai riflettori. È difficile immaginare come vivano migliaia di famiglie e soldati e quale sia l’umore della popolazione che è rimasta lì, nonostante tutto.
Per farlo abbiamo deciso di incontrato “Agni”. Un nome di fantasia, ovviamente, utilizzato per proteggere chi decide di aprirsi al racconto. Agni è una donna e soprattutto una madre ucraina. L’avevamo già incontrata oltre un anno fa, sempre a Milano. Agni vive da tempo in Italia, ma in Ucraina ha un figlio al fronte, in prima linea. A ridosso di un anniversario tanto drammatico ci ha accolto di nuovo nel suo ‘ufficio’ e con gli occhi vivaci, pieni di commozione, ci ha raccontato dei “villaggi deserti e abbandonati”, delle scuole nei bunker, dei soldati “stanchi”, delle comunicazioni impossibili, ma anche di un senso di orgoglio, rabbia e speranza per il futuro dell’Ucraina.
Un Paese che ha “già pagato un prezzo troppo alto” in termini di vite umane, e che proprio per questo ha bisogno di risollevarsi e rinascere. Nessuno sconto verso una classe politica bugiarda, interessata solo ad arricchirsi sulle spalle di un popolo, prendendosi una “fetta della torta” per sé. Eppure, nonostante tutto, nel racconto di Agni emerge anche un forte senso di integrità, resistenza e speranza nel futuro.

Il 24 febbraio 2026 sono ufficialmente quattro anni che la Russia ha invaso l’Ucraina. All’inizio molti pensavano che questa sarebbe stata una guerra “veloce” e invece è ancora qui e va avanti. Come donna e cittadina ucraina, che effetto ti fa?
“Mi dà un grande senso di tristezza. Le città ucraine si sono svuotate, sono bloccate, interi paesi sono ora deserti, tanti villaggi sono ormai abbandonati. Io sono originaria dell’Ucraina dell’Ovest, che è un po’ più “protetta” dalla zona del fronte, ma la guerra è arrivata anche lì. Molta gente ora vive senza luce, senza riscaldamento. Hanno perso la fiducia, hanno paura”.
Tuo figlio è ancora al fronte? Da quanto tempo? Riesci ad aiutarlo in qualche modo?
“Sì, è ancora al fronte, anche in questo momento. Combatte da tre anni, perché prima ha dovuto seguire un corso di addestramento. Ora è stanco, come lo sono tutti gli altri ragazzi. Noi li aiutiamo sempre, fra amici e famiglie, attraverso raccolte e donazioni. Mandiamo loro ciò di cui potrebbero avere bisogno, ma non solo lo stretto necessario: inviamo scorte di cibo, ma anche qualche cosa per cercare di far loro piacere, per dare un senso di casa, e per far sentire che non ci siamo dimenticati di loro”.
Qual è l’umore al fronte, da quello che ti ha raccontato?
“Non racconta nulla del fronte, non ne parla. Ora lui e gli altri soldati vedono regolarmente degli psicologi, ma quello che vivono quotidianamente ha creato danni irreparabili”.
Sei mai riuscita a rivederlo di persona, in Ucraina, in questi quattro anni?
“Sono riuscita a incontrarlo, sì, pochi giorni fa, sono riuscita a tornare in Ucraina. L’ho incontrato per appena due giorni, ci siamo salutati, ma della guerra non voleva parlare. “Meno sai, meglio è”, mi ha detto. “Voglio dormire da solo, così sono più tranquillo. Perché se qualcosa non va, se qualcosa mi turba, non so come potrei reagire, cosa potrei fare…”.
In questi anni è stato ferito, aveva perso l’udito, poi è stato colpito da schegge volanti. Gli si sono conficcate nel fianco, nella gamba, e temevamo il peggio. Ora alcune schegge sono state tolte, altre invece no, erano impossibili da estrarre, era impossibile operarlo. Poi è tornato a combattere. Anche mio nipote combatteva, ma ora non può più. Ha perso una gamba, gliel’hanno amputata fino al ginocchio e non è più nelle condizioni. Così ha lascito l’Ucraina per curarsi all’estero. È difficile accettare che mio figlio sia lì, in prima linea, al fronte. L’ho sentito solo ieri, ma non so quando sarà la prossima volta, potrebbero passare anche tre settimane… Mentre combattono non hanno con sé i cellulari, per la loro sicurezza, per non essere rintracciati”.
Il resto della tua famiglia vive ancora in Ucraina?
“Sì, i miei nipoti vivono a Kiev, che viene bombardata spesso. Mi raccontano che spesso manca la luce, il riscaldamento. In casa si vive con 10°, si vestono pesante e cercano di tenersi su di morale. I bambini vanno a scuola, ma spesso studiano a distanza. Altri bambini invece frequentano una specie di “scuola sotterranea”, creata in un bunker. Ci sono aule senza finestre, ovviamente, hanno cercato di abbellirle con i disegni dei bambini, per far sentire meno il peso della guerra, ma i bambini sono tanti, piccoli e grandi. Non ci sono finestre ma almeno è sicuro, lì non possono essere colpiti”.
In questi quattro anni tanti politici europei, ma anche il Presidente americano Trump, hanno promesso di riportare la pace in Ucraina, ma non ci sono mai riusciti. Da semplice cittadina ucraina e madre di un soldato, che idea ti sei fatta? Perché è così difficile raggiungere la pace, secondo te?
“Non riescono raggiungere la pace perché non riescono a mettersi d’accordo su come dividersi l’Ucraina, su come spartirsela tra di loro. L’Ucraina è uno dei Paesi più ricchi di materie prime di tutta l’Europa. I politici non riescono a decidersi su chi voglia prendersi cosa, quale parte di Ucraina. Tanti territori ucraini sono stati occupati, questo è vero, ma dietro ci sono interessi economici, questa è la grande verità. Quello che ai politici interessa più di tutto”.
Dopo tutto questo tempo secondo te c’è ancora fiducia verso il presidente Zelensky e il governo ucraino?
“La gente ha perso la fiducia. Più del 60% non ci crede più, anche perché vengono prelevati [per essere portati a combattere, nda] i più poveri, quelli che non possono permettersi di andare via, o non possono permettersi di pagare per non essere chiamati. Ci sono anche ragazzi che partono volontari, ma tanti altri sono stati semplicemente prelevati forzatamente. Chi riesce a scappare, scappa. Alcuni dei volontari partono per il fronte perché a stare in mezzo ai civili si sentono inutili. In questi anni sono diventati più bravi a combattere, sono sempre più preparati, ma sul campo è una guerra lenta, di logoramento, e non hanno abbastanza esperienza da trovare una soluzione per far finire la guerra”.
Alcuni media internazionali negli ultimi giorni, con l’avvicinarsi del quarto anniversario dall’invasione hanno ipotizzato che il governo ucraino, dal 24 febbraio, potrebbe essere disposto ad aprire trattative dirette con la Russia, per far finire la guerra. Ma questo potrebbe voler dire che l’Ucraina debba cedere dei territori conquistati dai russi. Altri invece hanno ipotizzato che l’Ucraina potrebbe fare delle nuove elezioni presidenziali… Tu cosa pensi di queste ipotesi?
“Non credo a nulla di tutto ciò. Il mio pensiero, e di tanti altri ucraini che conosco, è che questo sia solo un modo per tenere a bada la gente, per temporeggiare. Anche se facessero delle trattative ora, sarebbe solo una soluzione temporanea. O la guerra finisce davvero, e i russi si ritirano, e si stabilisce una vera pace con garanzie per il futuro, oppure si placa tutto per un po’, intanto i russi si preparano e ricomincia tutto da capo”.
Secondo te qualcuno dei politici ucraini di oggi, parte del governo, o anche tra gli oppositori, potrebbe essere adatto al ruolo di presidente, se un domani non dovesse esserci più Zelensky?
“È una domanda molto difficile, perché da qui, comunque, non si capisce bene cosa succeda a livello politico all’interno dell’Ucraina. In tanti pensiamo che tutte quelle figure storicamente legate all’ex apparato sovietico, con quella “mentalità sovietica”, o magari anche legati a Putin, non possano portare da nessuna parte. Hanno solo interessi personali, come se si parlasse di una torta: io mi prendo una fetta, tu un’altra. Al popolo le briciole, chi sopravvive bene e chi no… Va bene lo stesso”.
Con queste condizioni, speri ancora nella pace? Cosa ti aspetti per il futuro dell’Ucraina?
“Sì, spero ancora nella pace, certo. E non potrebbe essere altrimenti. In futuro mi aspetto che l’Ucraina si riprenda, sarà un Paese più forte di prima. Abbiamo già pagato un prezzo troppo alto: il sangue della nostra gente. Così tanti sono scomparsi, tanti sono dispersi, di alcuni si raccolgono solo le ossa, che vengono analizzate per identificare i soldati caduti… Può solo andare meglio. La cosa più bella, per me, sarebbe vedere l’Ucraina riprendersi perché è sempre stata un Paese libero, pacifico, con un forte spirito, capace di rialzarsi nonostante tutto. Il popolo ucraino ha molto orgoglio e un forte senso patriottico, teniamo molto alla nostra sovranità”.
Se potessi rivolgerti direttamente, faccia a faccia, ai politici ucraini, al governo ucraino, cosa diresti?
“Cosa direi? Direi ai nostri politici, compreso il nostro Presidente: “Se mandaste in prima linea i vostri figli, vi comportereste allo stesso modo e fareste con loro le stesse cose che fate ora coi nostri di figli?”.
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