Vicecomandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della Nato a Innsworth (Regno Unito), Capo di Stato Maggiore dello stesso Corpo a guida italiana a Solbiate Olona (Varese) e Capo Reparto Pianificazione e Politica Militare dell’Allied Joint Force Command di Lisbona – il generale Maurizio Boni è un fine analista geopolitico e militare e autore di due opere di riferimento per ciò che riguarda la guerra in Ucraina: L’Esercito russo che non abbiamo studiato (2023) e La Guerra Russo-Ucraina. Strategie e percezioni di un conflitto intraeuropeo, entrambi pubblicati da Il Cerchio. La scorsa settimana ha seguito direttamente, per Analisi Difesa, la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco 2026.

Lo abbiamo raggiunto per fare il punto sulla situazione del conflitto russo-ucraino, sia dal punto di vista militare sul campo dopo quattro anni di guerra, sia – soprattutto – dal punto di vista dei negoziati e delle prospettive diplomatiche, in un momento in cui le posizioni sembrano sempre più distanti e inconciliabili e i negoziati faticano a ingranare.

Generale Boni, qual è la situazione sul fronte dei negoziati tra Russia e Ucraina mediati dagli Stati Uniti?

Non ci possono essere sviluppi: esistono questioni irrisolte e complesse da affrontare, partendo da quelle territoriali per arrivare alla neutralità dell’Ucraina e al futuro assetto delle forze armate. Si tratta di aspetti decisivi, sui quali è difficilissimo, se non impossibile, raggiungere un accordo. Non è solo una disputa tra Russia e Usa, bensì l’atteggiamento dell’Europa che abbraccia la narrativa di una guerra infinita. Lo si è visto anche alla Conferenza di Monaco: come si può discutere di negoziati quando l’Europa, attraverso i suoi leader più influenti, è convinta che l’unico modo per piegare la Russia sia spingerla ai limiti economici e militari, ignorando l’evidenza di una Russia in grado di sostenere il conflitto per altri due anni?

Questo come lo sappiamo?

Lo ha dichiarato un portavoce del Kiel Institute Economy, think-tank tedesco che studia il conflitto ucraino dal punto di vista della sostenibilità economica, alla Conferenza di Monaco. In un panel pubblico ha dichiarato che l’economia russa è sì in difficoltà, ma la situazione non è catastrofica come sostengono alcuni e Mosca è in grado di sostenere l’attuale sforzo bellico per almeno due anni. Di fronte a quest’evidenza, la prospettiva è tuttavia quella di continuare a sostenere la guerra a oltranza fino a quando la Russia non sarà sfiancata. E poi c’è Kaja Kallas, la quale afferma che la Federazione si deve arrendere. È un quadro distopico.

Qual è l’atteggiamento degli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti continuano a trattare l’Unione Europea come un attore marginale nei negoziati in corso. A Monaco Marco Rubio ha letteralmente preso l’aereo e si è recato da Orbán in Ungheria, ignorando del tutto l’invito dei leader europei a discutere – sulla falsariga di quanto avvenuto a Davos – di un possibile percorso negoziale. In questo modo Washington sta di fatto escludendo l’Europa dal tavolo, esattamente come fa la Russia. Entrambe le potenze considerano l’Ue irrilevante e poco credibile come interlocutore. Non è un caso che l’Alto Rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, sia screditata totalmente sia da Mosca che da Washington. In questo vuoto di rappresentanza europea emergono allora i “battitori liberi”: Emmanuel Macron, per esempio, sembra cercare un canale diretto con Mosca, salvo poi rilanciare – poche settimane dopo – la proposta di inviare truppe europee in Ucraina, una linea rossa che la Russia ha già dichiarato inaccettabile in termini inequivocabili.

Sembra improbabile una via d’uscita nel breve periodo.

Il quadro che ne risulta è piuttosto distopico: l’Unione Europea appare al tempo stesso irrilevante nei negoziati e contemporaneamente abbraccia la narrativa della guerra prolungata, impegnandosi a sostenere l’Ucraina acquistando soprattutto armi americane. Un conflitto che, nei fatti, grava in misura preponderante sulle nostre spalle, economiche e politiche. Al momento non si intravede né una prospettiva realistica di negoziato, né una visione condivisa del futuro dell’Ucraina. Prevale invece una posizione di intransigenza che, nel breve-medio termine, rende molto improbabile un esito favorevole. E a breve i russi concluderanno la loro missione nel Donbass.

A proposito di questo, negli ultimi mesi abbiamo assistito a una situazione fluida sul campo di battaglia, con alcuni contrattacchi da parte di Kiev. Cosa ci racconta il quadro generale dopo 4 anni di conflitto?

Dopo quattro anni di guerra, un risultato concreto i russi lo hanno ottenuto: hanno praticamente neutralizzato le capacità militari dell’Ucraina. La realtà si può negare quanto si vuole, ma l’esercito ucraino non ha più le forze per sostenere un conflitto prolungato. Non hanno più personale sufficiente: i reclutamenti ordinari non riescono a compensare le perdite né a far ruotare i reparti. Le diserzioni si contano ormai a centinaia di migliaia. Per questo sono stati costretti a introdurre un reclutamento forzato, molto impopolare e con addestramenti ridotti al minimo, che nella maggior parte dei casi equivale a una condanna a morte certa per chi viene mandato al fronte.

Anche con queste misure estreme, però, non riescono più a contenere l’iniziativa russa lungo tutto il fronte. Parallelamente, anche il sostegno logistico è stato di fatto neutralizzato. Non si tratta solo della rete elettrica: quando colpisci sistematicamente l’elettricità, blocchi praticamente tutto il resto. Le fabbriche non funzionano più a regime, gli hub logistici (soprattutto quelli usati dagli occidentali per far arrivare i rifornimenti) sono colpiti duramente, le infrastrutture ferroviarie sono in gran parte fuori uso o gravemente limitate.

Dunque?

“Solo nel 2025 sono stati registrati oltre 1000 attacchi russi di vario tipo (droni, missili, ecc.), con un’intensità tale da ridurre al minimo la mobilità ucraina. Questo rende estremamente difficile far arrivare il sostegno logistico al fronte: i convogli vengono colpiti sistematicamente. Dalla profondità del territorio, i russi hanno progressivamente neutralizzato le capacità tattiche ucraine, impedendo loro di rispondere efficacemente e di impiegare le poche riserve disponibili. Si vedono solo sporadici contrattacchi locali, ma la carenza di uomini e la difficoltà a muovere quelle riserve residue pongono gli ucraini di fronte a un dilemma costante: quale settore rinforzare per primo, sapendo che le risorse scarseggiano? Dopo quattro anni di guerra, non ci sono dubbi: le capacità militari ucraine sono in gran parte neutralizzate.

L’Europa ha ormai esaurito le scorte significative da poter fornire, e non c’è più la massa di aiuti che ha caratterizzato i primi tre anni del conflitto. Qualche sistema d’arma avanzato può ancora contenere la pressione, ma il volume complessivo di supporto è drasticamente calato. Gli Stati Uniti si sono in gran parte ritirati dalla fornitura diretta, la difesa aerea ucraina è ormai insufficiente e i droni russi colpiscono con un tasso di successo altissimo, spesso intorno al 90% o più su certi tipi di obiettivi”

I russi stanno espandendo i loro obiettivi al di là del Donbass?

Odessa è entrata nell’orizzonte operativo dei russi: viene colpita nei suoi terminali marittimi. Il 90% dell’economia passa da qui, e il 10% è rete ferroviaria. Quando tu colpisci pesantemente le capacità di gestione di quei terminali metti in difficoltà l’economia, vengono colpiti gli hub logistici dove affluiscono gli aiuti occidentali. Odessa è sotto molti aspetti più importante di Kiev: se cade Zaporizhzhia si apre la strada per Nikolaev e verso ovest per Odessa.

Come mai quest’ostinazione degli europei a sposare una posizione intransigente?

Gli europei hanno investito tutto il loro capitale politico nel sostegno incondizionato: per loro una sconfitta militare ucraina è politicamente impossibile da accettare. Ammettere la sconfitta significherebbe la loro fine politica. D’altra parte Zelensky è ormai legato indissolubilmente alla prosecuzione della guerra: sono proprio i leader occidentali a tenerlo politicamente in vita, anche se lui non fa altro che accusare Europa e Stati Uniti di non fare abbastanza, di non adempiere al loro dovere. Tutto questo sulla pelle dei soldati ucraini. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare.

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