Fino alla tarda serata del 23 febbraio 2022, la guerra era ancora uno spettro temibile ma non una realtà. C’è chi in Europa e in Ucraina è andato a dormire pensando di avere davanti un giorno come tanti altri. Tutto è iniziato a cambiare poco dopo le 22:30 di quel 23 febbraio. Sui vari media internazionali, a quell’ora è stata battuta una notizia che ha subito fatto capire la rapida evoluzione degli eventi: le due repubbliche del Donbass autoproclamate, quella di Donetsk e quella di Lugansk, hanno chiesto aiuto alla Russia. Questo è quanto riportato dalle agenzie battute a poco più di un’ora dalla mezzanotte. Quelle due Repubbliche erano state riconosciute da Mosca appena due giorni prima, il 21 febbraio. La formale richiesta avanzata al Cremlino, ha proiettato il mondo verso il 24 febbraio.
Non più una questione di “se” ma di “quando”
Sempre a ridosso della mezzanotte, un’altra girandola di notizie ha dato l’impressione di assistere a un’ulteriore accelerazione della storia. Fonti Nato hanno infatti reso nota la dichiarazione di un Notam attorno i confini ucraini, segno di un’imminente attività aerea nelle aree in quel momento più calde. Gli inviati da Kiev di tutto il mondo, nei loro collegamenti, hanno mostrato una città silente. Quasi in attesa, tra lo stupore per la piega presa dalla situazione e l’ultima flebile speranza di evitare ciò che oramai appariva inevitabile.
Dopo giorni di ipotesi, speculazioni, ambasciate spostate a Leopoli o chiuse del tutto, la domanda principale a quel punto non ha più riguardato il “se” ma il “quando”: è apparso chiaro che l’inizio del conflitto vero e proprio, dopo gli otto anni a bassa intensità combattuti nell’Est dell’Ucraina, era questione di ore oppure di giorni. A farlo intuire è stato lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky, apparso in tv e su Telegram dopo la mezzanotte: “I russi – ha dichiarato nel suo ultimo discorso pronunciato in giacca e cravatta prima della guerra – hanno deciso di attuare un’azione contro di noi. Ci difenderemo”.
La prima alba di guerra
I dubbi sono definitivamente e tragicamente tramontati quando in Italia erano quasi le 4:00 del mattino. In quel momento, sui social è apparsa la notizia di un pesante raid in pieno territorio ucraino. Pochi minuti dopo, nelle Tv russe è andato in onda il discorso di Vladimir Putin: “Stiamo difendendo la nostra indipendenza – sono alcune delle frasi pronunciate dallo stesso studio in cui tre giorni prima aveva annunciato il riconoscimento delle repubbliche filorusse – stiamo intervenendo per difendere la popolazione del Donbass”. La guerra era iniziata e anche Kiev ha cominciato a convincere con le sirene di allerta aerea.
Il 24 febbraio è partito così. Un’alba cupa, tetra e segnata dalle esplosioni udibili nei vari collegamenti televisivi. In quelle ore è andata in scena quella che, ancora oggi, è possibile forse considerare come la battaglia più importante del conflitto: quella di Gostomel, località a Nord di Kiev che ospita l’aeroporto che, secondo i piani di Mosca, avrebbe dovuto rappresentare la base logistica per l’assalto alla capitale. Ma gli ucraini erano stati avvisati per tempo da statunitensi e britannici, le cui intelligence da mesi parlavano già di piani di invasione russa, ed erano già lì. La resistenza di Gostomel ha rappresentato il primo atto di una guerra diventata poi di logoramento. Sono passati quattro anni da allora. Un lasso di tempo grande abbastanza da mettere paura. Non abbastanza, evidentemente, per convincere le parti a dire basta.

