Il 24 febbraio del 2022 un conflitto convenzionale causato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra ad alta intensità in Europa, sconvolgendo l’Occidente che pure era al corrente di una tensione, anche sfociata in azioni di cosiddetta “guerra ibrida” nei Paesi che un tempo erano satelliti sovietici e che, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, hanno iniziato a mostrare interesse per l’Alleanza Atlantica.
La prima fase del conflitto è stata ampiamente analizzata e suddivisa in “quattro fasi”: l’attacco iniziale russo lungo tre direttrici principali – da Nord verso Kiev; da Est verso Kharkiv; da Sud verso Kherson –; il fallimento del tentativo di conquistare Kiev e rovesciare il governo attraverso un’operazione di decapitazione orchestrata dai russi e osteggiata dalle intelligence occidentali; la controffensiva ucraina che ha provocato una ritirata delle forze russe da Kharkiv e da Kherson; una serie di attacchi russi che hanno messo nel mirino le infrastrutture civili ed energetiche dell’Ucraina.
Quel giorno, anzi, sarebbe meglio dire quella notte di quattro anni fa, unità speciali come la 31ª Brigata d’assalto aerea della Guardia russa e la 45ª Brigata Indipendente Spetsnaz aviotrasportata VDV cercarono il “colpo di mano”, seguendo la direttrice più a nord delle quattro previste dagli strateghi del Cremlino, puntando a uno degli “obiettivi principali”, le piste dell’aeroporto di Hostomel, un’aerosuperficie posta a soli trenta chilometri da Kiev, dove avrebbero trovato i centri decisionali da “decapitare”.
La cattura e il completo controllo dell’aeroporto avrebbero consentito ai russi di fissare una testa di ponte per l’invio di rinforzi per via aerea, in modo da proseguire alla volta della capitale, di concerto che le unità trasportate via terra dalle brigate meccanizzate, e portare a termine in poche battute quella che il presidente Vladimir Putin presentò al mondo come “operazione militare speciale per la denazificazione dell’Ucraina”. Un’operazione che sarebbe terminata in meno di una settimana, secondo i piani che vennero completamente “sconvolti” dall’ingerenza delle intelligence occidentali – CIA statunitense e MI6 britannica – che operavano da un decennio accanto all’SBU, il servizio segreto ucraino che si era sganciato dalla sfera russa e poté avvalersi di due diverse scuole di pensiero e due linee per contrastare le volontà e ambizioni del Cremlino, avvalendosi del supporto logistico che permise alle forze d’intervento rapido dell’esercito ucraino di interporsi tra Hostomel e Kiev, stravolgendo una parte essenziale della strategia russa, che evidentemente non riuscì a opporre un piano di contingenza adeguato alle nuove variabili: gli occidentali non erano d’accordo con i loro piani per Kiev e lo avevano dimostrato con i fatti.
Del resto, le variabili sono infinite sul campo di battaglia. “La guerra è anche il campo del caso”, ricordava Von Clausewitz, e “Un piano di battaglia generalmente non sopravvive all’incontro con il nemico”, constatava Napoleone Bonaparte.
L’operazione militare lanciata dalla Russia, abbiamo ripetuto fino allo sfinimento, doveva concludersi entro una settimana per la travolgente Blitzkrieg pianificata dal Cremlino, che non aveva strutturato le necessarie linee di rifornimento, convinto che tutto sarebbe durato il tempo di una fulminea avanzata. Si è tramutata, invece, in un conflitto convenzionale che si combatte su un fronte lungo 1.300 km, separato da profonde zone grigie e terre di nessuno che ricordano la staticità della Grande Guerra: una guerra di logoramento che ha sterminato una nuova generazione perduta.
Lo stratega Sun Tzu, nell’ultimo capitolo del suo famoso compendio sull’Arte della Guerra, ricordava nel V secolo a.C. come lo spionaggio fosse già allora “essenziale per le operazioni militari”, dato che la capacità di “previsione” e la capacità di “conquistare intero e intatto il nemico: vincere senza combattere è la suprema abilità”, e poiché in assenza di spie “le armate contrapposte possono fronteggiarsi per anni in vista di una vittoria che si otterrà” – almeno astrattamente – “in un solo giorno”. Attualmente, sono stati spesi 600 miliardi di dollari per la guerra in Ucraina, con una stima dei danni difficile da calcolare.
Perché sottolineo questo? Perché l’Operazione Militare Speciale per la “denazificazione” dell’Ucraina lanciata dalla Russia la notte del 24 febbraio di quattro anni fa doveva concludersi entro quella “settimana” grazie al fatidico colpo di mano affidato alle unità d’élite aviotrasportate coordinate dalle forze per le operazioni speciali co-gestite dall’intelligence russa, che dovevano penetrare fulmineamente in una capitale nemica, causando danni minimi, per portare a termine la decapitazione del governo e dei vertici militari che avrebbe portato, si credeva, a una capitolazione istantanea. La storia ci ha mostrato che, anche per intercessione delle spie, quella strategia fallì, e che un errore di valutazione d’intelligence ha portato le armate contrapposte a fronteggiarsi per anni. Quattro, oggi.

