Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

È piuttosto inusuale, per l’esercito israeliano (Idf) rivendicare apertamente l’uccisione di giornalista: in passato, lo Stato ebraico ha quasi sempre negato – come nel caso della americana-palestinese Shireen Abu Akleh, assassinata a Jenin tre anni fa – o parlato di “danni collaterali” quando la stampa finiva vittima dei suoi attacchi. L’uccisione di Anas al-Sharif, colpito in un bombardamento mirato mentre si trovava in una tenda nella città di Gaza assieme ad altre sei persone, tra cui quattro colleghi, è diventata invece un poster del governo Netanyahu: un’azione non solo ammessa ma anche giustificata da tutto il suo apparato propagandistico.

Secondo il Committee to Protect Journalists, dall’inizio della guerra sono stati uccisi 192 giornalisti a Gaza, di cui almeno 184 in bombardamenti israeliani. L’uccisione intenzionale di un giornalista è considerata un crimine di guerra da qualunque nazione occidentale.

Il portavoce dell’Idf in arabo, Avichay Adraee, aveva attaccato al-Sharif per mesi sui social, diffondendo accuse di legami con Hamas. Dopo la sua morte, sono riemerse “prove” come selfie scattati – anni prima del 7 ottobre – con dirigenti del movimento islamista. Ma, come ha sottolineato il giornalista israeliano Dimi Reider, della rivista di sinistra +972, all’epoca al-Sharif era poco più che un ragazzino e quei leader erano autorità ufficiali di Gaza, riconosciute e persino rifornite da Israele stesso.

Il paradosso, secondo Reider, è che molti giornalisti israeliani hanno iniziato la carriera con addosso una uniforme militare, lavorando per la radio dell’esercito o servendo in unità di combattimento, senza che ciò li renda bersagli legittimi. Uccidere un reporter palestinese solo perché ha trascorso tempo in una forza armata sarebbe un crimine di guerra, anche se si trovasse incorporato in un’unità militare, a meno che non stesse partecipando attivamente ai combattimenti.

Israele sostiene che al-Sharif fosse stato un comandante di basso livello di Hamas fino a sei anni fa: una prova “esile” per giustificare un omicidio mirato. E anche i presunti messaggi su Telegram, decontestualizzati, non del tutto verificati, nei quali sembrerebbe che al-Sharif si sia congratulato il 7 ottobre con Hamas non sono una giustificazione per uccidere chi lavora con i media.

L’intelligence militare di Israele

Le accuse di “affiliazione” a gruppi armati non giustificano, insomma, l’esecuzione sommaria: questa prassi, normalizzata nel XXI secolo da Israele e Stati Uniti – anche durante l’era di Barack Obama – rappresenta una violazione barbarica del diritto internazionale. “Non è diverso da un’esecuzione extragiudiziale in casa propria”, scrive Reider, “con la differenza che in molti casi Israele uccide anche i familiari”.

Dietro la campagna pubblica contro al-Sharif ci sarebbe, secondo il reporter israeliano Yuval Abraham, una nuova unità dell’intelligence militare israeliana incaricata di cercare elementi per “legittimare” e giustificare eccessi, errori e crimini di guerra, compresi presunti legami tra giornalisti palestinesi e Hamas.

Il CPJ e altre organizzazioni per la libertà di stampa accusano Israele di condurre campagne sistematiche per screditare i reporter di Gaza, impedendo allo stesso tempo ai media stranieri di accedere alla Striscia. Dall’anno scorso, Al Jazeera è stata bandita da Israele e Cisgiordania, con tutte le sue sedi chiuse.

L’uccisione di al-Sharif avviene in un contesto in cui fare giornalismo a Gaza significa operare in condizioni estreme, sotto minacce quotidiane di Israele e in un rapporto inevitabile con le autorità locali inclusa Hamas, così come chiunque provi a svolgere la cruciale funzione giornalistica nella striscia, pur non nascondendo quale parte sostenga.

Avviene in un contesto in cui i media stranieri, costretti da Israele a guardare da fuori, si esercitano, con tanto di tesserino a un’opera di dileggio senza precedenti e senza pudori. Per restare alla TV di Stato italiana, su X ci è capitato di vedere un corrispondente da Gerusalemme, solitamente “sdraiato” sulla versione dell’Idf, pubblicare foto decontestualizzate per infangare al-Sharif, una vice caporedattrice di RaiNews riempiersi la timeline con un profluvio di propaganda pro-Netanyahu, e un ex Iena, poi miracolata da TeleMeloni, esibirsi col solito cuor di leone in un dileggio a base di vergini e paradiso.

Verrebbe da dire che chi dubita dell’attendibilità e dell’umanità dei giornalisti palestinesi dovrebbe chiedere che Israele apra le porte alla stampa straniera. Ma la questione è più terra-terra: gli stessi parametri usati per giudicare l’affiliazione dei giornalisti palestinesi, applicati in un mondo geopolitico dove i rapporti di forza fossero invertiti, renderebbero bersagli legittimi innumerevoli giornalisti della nostra televisione.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto