Droni turchi, armi americane ma passate ai francesi, oppure armi emiratine trasportate a Bengasi: in tutto questo intreccio emerge un’unica inquietante incertezza che vede la Libia sempre più come caserma d’Africa. Eppure, in teoria, nel paese nordafricano da otto anni non dovrebbe arrivare nemmeno una singola pistola. Segno di come, evidentemente, sul rispetto del diritto internazionale la vigilanza è solo ad intermittenza.

L’embargo deciso nel 2011

Come ben si sa, tutto inizia nel 2011 e più precisamente nel febbraio di quell’anno: caduti Ben Alì in Tunisia e Mubarack in Egitto, la cosiddetta “primavera araba” ha luogo anche in Libia con le città del paese che vedono l’inizio di manifestazioni contro Gheddafi, al potere da 42 anni. Nel paese il rais è ben saldo al potere, anche se non mancano dissensi e dissidi interni. Ben presto quelle manifestazioni rivelano la loro reale natura: si è difronte ad una guerra tra tribù ed a rese dei conti tra clan rivali. L’Europa però non comprende la situazione e su spinta anglo – francese dà vita ad un intervento militare capace di compromettere la stabilità delle istituzioni libiche. Ma tutto parte in realtà come “azione umanitaria” volta alla difesa dei civili.

Il principio cioè non è quello di un intervento militare mirato contro Gheddafi, bensì di una serie di azioni volte ad impedire al rais di sedare le manifestazioni. Nel mese di marzo del 2011 infatti, a causa delle notizie poi rivelatesi false diffuse su alcuni canali arabi, si ha la sensazione che le forze di Gheddafi utilizzassero anche l’aviazione per contrastare il dissenso. Ecco quindi che le Nazioni Unite autorizzano sia la no fly zone, che l’embargo di armi in Libia. In pratica, con l’ombrello della Nato, l’occidente interviene per far evitare agli aerei di Gheddafi di prendere il volo e per evitare che dentro il paese arrivino nuove armi.

Un’operazione di polizia che invece, come si sa, si rivela una vera e propria guerra contro il rais il cui potere termina definitivamente con l’avanzata dei ribelli nell’ottobre del 2011. Caduto Gheddafi, la no fly zone non ha più ragione d’esistere. Viene però mantenuto l’embargo sulle armi. Ma in otto anni di guerra civile e di contrapposizione tra milizie e tribù che si contendono ciò che rimane della Libia, le armi circolano liberamente e nei combattimenti che coinvolgono il paese nell’era post Gheddafi ad essere impiegate non sono soltanto munizioni rimediate dai depositi lasciati incustoditi dell’esercito del rais. Dall’estero, anche dal Mediterraneo, giungono in Libia grandi quantità di armi moderne dai più svariati sponsor internazionali delle varie milizie impegnate nei vari campi di battaglia.

Il diritto internazionale è carta straccia

Ed è qui che emerge una delle tante contraddizioni della guerra in Libia. Si ripete da anni che, pur se politicamente sbagliato, l’intervento contro Gheddafi rientra nei crismi del diritto internazionale. Si tiene dunque a sottolineare che l’Europa ha contribuito a destabilizzare un paese ma, al tempo stesso, ha sempre cercato di muoversi nei meandri del diritto. Oggi che proprio il diritto internazionale è palesemente violato, nessuno interviene. Il vecchio continente, così solerte a giustificare un errato e deleterio intervento militare in nome del rispetto del diritto internazionale, oggi appare ben lontano dal muoversi politicamente per far rispettare le norme.

Questo sintetizza l’attuale situazione in Libia e ben spiega come mai nel paese nordafricano qualcuno si muoverà, nel concreto, per arrivare quanto prima alla pace od almeno ad un cessate il fuoco. Lo scoop del New York Times, che evidenzia come le armi trovate in un deposito di Haftar a Gharyan nei giorni scorsi appartengano ai francesi, è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi del genere. Nelle ultime settimane, ed in special modo da quando a Tripoli il governo di Al Sarraj e l’esercito di Haftar si fronteggiano per il controllo della capitale, in Libia è una vera e propria corsa agli armamenti. I turchi inviano i droni a favore di Al Sarraj, gli emiratini armi per Haftar. In mezzo anche rinforzi qatarioti da un lato, egiziani dall’altro. E poi armi e mezzi giunti negli ultimi anni, in gran segreto, dal Mediterraneo. Se la Libia è una polveriera lo si deve anche al mancato rispetto del diritto internazionale che, sul fronte dell’embargo sulle armi, nessuno ha la seria intenzione di rispettare.