Le fotografie scattate dall’alto lungo la frontiera di Gaza spiegano bene il fallimento deliberato del piano di Israele di fornire cibo ai palestinesi della Striscia. Si vedono lunghi sentieri bianchi al di fuori del valico di Kerem Shalom: è farina rovesciata a terra. Tonnellate di farina sprecate, mentre a pochi metri di distanza si muore di fame. Un’immagine ch e, secondo Haaretz, mostra come Israele stia lavorando affinché la carestia indotta a Gaza non si arresti.
“Tel Aviv ha imposto numerosi ostacoli burocratici e fisici per compromettere sia la consegna di cibo che di forniture mediche a Gaza”. Sebbene Israele abbia ufficialmente revocato il blocco agli aiuti umanitari, durato 78 giorni, il cibo che riesce a entrare nella Striscia di Gaza è centellinato, molto al di sotto della quantità minima necessaria a sfamare due milioni di palestinesi confinati nell’enclave. Tant’è che ogni giorno si registrano persone che muoiono di fame (tra queste, almeno 122 bambini).
Le organizzazioni umanitarie e le agenzie delle Nazioni Unite non sono state in grado di ricostruire la rete di distribuzione alimentare che operava a Gaza prima del blocco del 2 marzo 2025. Incapacità che Netanyahu e la GHF [Gaza Humanitarian Foundation] imputano alla “negligenza da parte delle Nazioni Unite e di altri gruppi umanitari”. La verità, spiega Haaretz, è che da quando è iniziato il blocco, Israele ha imposto restrizioni tali da rendere di fatto impossibile il trasporto e l’ingresso del cibo nella Striscia.
Le restrizioni
Innanzitutto, molte organizzazioni umanitarie sono state bloccate: l’UNRWA in primis, estromessa da Israele dalle operazioni di consegna degli aiuti perchè accusata di collaborare con Hamas – pur in assenza di prove. Quelle che invece possono operare incontrano non poche difficoltà con la registrazione, necessaria per entrare a Gaza: da 17 mesi, infatti, le organizzazioni umanitarie non sono riuscite a registrarsi o a ricevere visti. Tra le clausole volute da Amichai Chikli, ministro degli Affari della Diaspora, quella che esclude ogni organizzazione che abbia anche solo un membro dirigente che, nei sette anni precedenti, abbia sostenuto il boicottaggio di Israele.
Un’ulteriore restrizione ritarda i tempi per il trasporto degli aiuti. Ad oggi la consegna utilizza un sistema “back-to-back”, che funziona così: un mezzo giordano o palestinese trasferisce il carico a un camion israeliano, che poi si reca a Kerem Shalom per il trasbordo. Il carico viene nuovamente trasferito su un camion palestinese per la consegna a Gaza. Questo complicato processo aumenta i costi e causa frequenti ritardi.
Infine, Kerem Shalom è l’incrocio principale per la maggior parte dei camion che trasportano cibo e altri aiuti e funge anche da punto di ingresso/uscita per gli operatori umanitari stranieri e i volontari sanitari, che non possono entrare contemporaneamente. I tempi, dunque, si esasperano, considerando anche il fatto che il valico resta chiuso sia il venerdì che il sabato.
Agevolare i saccheggi
Peraltro non c’è niente che garantisca che gli aiuti, già centellinati, vengano distribuiti alla popolazione bisognosa, anzi. Un’altra restrizione imposta dal protocollo israeliano prevede che il cibo venga scaricato dai camion in una grande area logistica, dove le organizzazioni devono attendere i tempi dettati dall’IDF per proseguire con la consegna. Una volta ottenuto il permesso, l’esercito israeliano detta le rotte da seguire per il trasporto all’interno di Gaza, senza però fornire alcuna scorta. Secondo fonti delle organizzazioni umanitarie, queste strade vengono scelte proprio per favorire i saccheggi, spesso compiuti da ladri o commercianti legati a gruppi armati. Le organizzazioni hanno più volte chiesto di modificare i percorsi, senza successo. Durante il tragitto, poi, i camion sono costretti a fermarsi per ore ai posti di blocco, che espongono nuovamente i convogli al rischio di razzie: avendo smantellato la struttura di polizia di Hamas, Israele ha di fatto lasciato campo libero ai saccheggiatori. Un’odissea che permette a Tel Aviv di trincerarsi dietro il presunto fallimento delle organizzazioni umanitarie.
“I datteri sono un lusso, le patate durano troppo”
C’è poi un altro ostacolo, forse il più discutibile, riporta Haaretz: “Restrizioni poco chiare, applicate in modo arbitrario e che cambiano di continuo” determinano cosa può entrare e cosa no: i datteri sono un lusso, e per questo non devono entrare; stessa sorte per le patate, giudicate un alimento che si conserva troppo a lungo. È quanto deciso dal COGAT, l’organismo militare responsabile del coordinamento degli aiuti umanitari, che ha stilato una lunga lista di beni e prodotti che non possono essere consegnati nella Striscia (tra questi persino frigoriferi per la conservazione del sangue e i generatori di corrente elettrica).

