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La Russia continua a finanziare la sua guerra all’Ucraina e a mantenere un livello accettabile di ricambio di risorse nonostante sanzioni dure e che sull’economia reale non hanno certamente evitato a Mosca di fare marcia indietro. Anzi, come abbiamo sottolineato, la spesa militare massiccia ha permesso alla Russia di continuare a tamponare con un ampliamento della domanda interna a fini bellici la crisi della produzione.

Mosca sostiene il suo apparato bellico in un modo plurimo di modi. Ottiene risorse bypassando le sanzioni, si finanzia con le vendite di energia e materie prime, soprattutto, ha applicato una profonda ristrutturazione produttiva sostituendo la costruzione di beni di consumo e macchinari con una sistematica trasformazione verso la produzione funzionale alla guerra.

I “buchi” nelle sanzioni che la Russia sfrutta

Sul primo fronte, la Pravda ucraina ha dedicato un ampio servizio a cercare di capire come, tra profittatori di guerra, commerci illegali e triangolazioni, Mosca abbia doppiato con destrezza sanzioni e bandi occidentali. Nei fondi stanziati dalla Russia per la guerra, nel 2023 un terzo dei 362 miliardi del bilancio federale, sono incluse anche le spese per comprare prodotti sanzionati dall’Occidente da Paesi come Turchia e Armenia.

“Per fare la guerra, i russi hanno bisogno di accedere all’elettronica occidentale. Senza di essa, è impossibile produrre moderni missili, aerei, droni, radar e carri armati russi”, nota la Pravda. “Nel 2022, i Paesi occidentali non sono riusciti a tagliare l’accesso della Russia ai loro componenti tecnologici. Ci sono ancora modi per aggirare l’embargo, che sono sufficienti per produrre alcune attrezzature” o procurarsene indirettamente. Sono noti i componenti elettronici ottenuti da frigoriferi e altri elettrodomestici entrati da Turchia e Armenia e poi smontati o i microchip che includono tecnologia occidentale triangolati con la Cina. Del resto, “le esportazioni di semiconduttori in Russia da Turchia, Armenia, Kirghizistan, Kazakistan e Serbia sono aumentate di dieci volte. Nessuno di questi Paesi produce microchip”.

Il bilancio russo

A ciò si aggiunge la ben nota continuità di forniture in materiali come i diamanti, l’oro, l’uranio e il rame ai Paesi occidentali che non hanno potuto imporre sanzioni draconiane per non sconvolgere i mercati mondiali e hanno fornito alla Russia su questo fronte 20 miliardi di dollari, quasi un terzo del bilancio militare stretto di Mosca nel 2022. La Russia poi ha ridotto da 1 miliardo a 620 milioni le entrate quotidiane da risorse fossili ma continua a finanziarsi sfruttando, a ritroso, la triangolarità vendendo quote crescenti di petrolio e gas a Cina, India, Turchia, Emirati Arabi e Singapore che poi arrivano in Occidente come prodotti finiti.

Questo – va ricordato – non contribuisce direttamente a pagare le spese belliche. Ma sicuramente garantisce la stabilità del sistema interno e della tenuta relativa del rublo, dunque evitando che Mosca debba deviare le risorse incluse nel suo bilancio grazie all’esportazione a finanziare la difesa del cambio.

In quest’ottica Mosca unisce keynesismo militare da un lato e austerità monetaria dall’altro, grazie agli sforzi della Banca centrale di Elvira Nabiullina, vivendo in uno stato di economia di guerra permanente.

L’economia di guerra di Mosca

Già prima del conflitto l’apparato di industrie della Difesa di Mosca, imperniate su colossi di Stato come Rostec e comprendente ben 1.300 aziende e 2 milioni di addetti, era uno dei pochi fiori all’occhiello della produzione nazionale. Con lo scoppio del conflitto, è ragionevole sostenere che la modalità con cui più facilmente la Russia ha coordinato lo sforzo bellico per l’invasione dell’Ucraina sia stata la militarizzazione delle filiere industriali. Il calo della produzione e della vendita di beni di consumo e la parallela crescita delle spese militari sembra confermarlo.

La mobilitazione si vede nella cooptazione delle autorità regionali da parte del governo di Vladimir Putin che potrebbe, secondo le stime più probabili, aver dilatato fino a 90 miliardi di dollari la spesa russa in equipaggiamento diretto all’esercito, e dunque oltre i 200 miliardi la spesa legata al conflitto comprensiva di finanziamento delle importazioni, pagamento delle pensioni, sostegno sanitario ai feriti di guerra.

Secondo Internationale Politik Quarterly “il Cremlino ha obbligato le autorità regionali e locali a utilizzare le loro risorse per equipaggiare i soldati con beni militari di base nella leva. La posizione di bilancio della Russia è passata da un surplus dell’1% a un deficit del 2%, nonostante le entrate record di petrolio e gas nel 2022” e questo è legato proprio al calo delle partite correnti degli enti locali.

Si crea dunque un contesto in cui la fornitura ottenuta bypassando le sanzioni di beni tecnologici spinge la difesa dell’industria nazionale, le vendite di gas e petrolio tutelano il rublo e la nuova strategia industriale consente alla Russia di mantenere attiva una produzione bellica che consente a Mosca, vista l’assoluta mancanza di veri e propri gap di rifornimenti, di mantenere viva una logistica continua fino al fronte contrapponendosi alle massicce consegne di armi occidentali all’Ucraina. Tutto questo in un contesto in cui l’economia reale è ammaccata, il potere d’acquisto del rublo fuori dal Paese agganciato allo yuan cinese e l’industria tradizionale stagnante.

La Russia ha inoltre scelto, come ha ricordato Foreign Policy, di destinare all’uso in guerra una quota significativa delle armi destinate all’export, diminuite del 70% dal 2019 a oggi. La battaglia con l’Ucraina e con l’Occidente è contro il tempo: Mosca vuole che il suo triplice schema superi in tenuta temporale quello della Nato per rifornire l’Ucraina e sostenere un tasso alto di consegne. L’Occidente e Kiev sostengono invece che la Russia non può restare sempre così mobilitata. Anche sulla sostenibilità di tali strategia si gioca il futuro, politico e militare, del conflitto ucraino.

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