Tutti i guai di Erdogan tra Idlib e Tripoli

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sembra non gradire affatto la decisione dell’Unione europea di lanciare un’operazione marittima con l’obiettivo di garantire l’embargo sulle armi in Libia e accusa l’Ue di “interferire nella regione”. Peccato che sia proprio la Turchia di Erdogan a rifornire le milizie vicine a Fayez al Sarraj con armamenti, mezzi militari, “consulenti” e persino jihadisti “traslocati” dalla zona di Idlib alla Libia occidentale. Jihadisti che, secondo le accuse, sarebbero pagati 2mila dollari al mese e con promessa di cittadinanza turca a fine campagna.

Erdogan ha tra l’altro sostenuto il ritiro del Governo libico di Accordo Nazionale (Gna) dai colloqui di Ginevra, annunciato martedì scorso, per protesta contro la mancanza di posizioni ferme dell’UE nei confronti del generale Khalifa Haftar e del suo esercito. L’ira di Sarraj riguarda in particolare il bombardamento messo in atto dall’artiglieria di Haftar contro una nave carica di armi e giunta a Tripoli dalla Turchia. Un duro colpo per il governo al-Serraj visto che, al di là dei danni materiali, Haftar ha dimostrato di essere in grado di colpire la capitale in qualsiasi momento e con estrema precisione.

L’incontro Italia-Russia e le nuove prospettive libiche

In tutto ciò, ci sono due aspetti di interesse che coinvolgono l’Italia, il primo riguarda la presenza nel porto tripolino della nave “Gorgona”, della marina militare ” (con 32 uomini dell’equipaggio e squadre del San Marco a bordo) che è salpata e si è diretta al largo per uscire dal raggio d’azione di Haftar. Non si può escludere che i militari italiani siano stati anticipatamente avvisati dell’attacco, in modo da potersi mettere in sicurezza.

In secondo luogo non va sottovalutato l’incontro dello scorso 18 febbraio tra i ministri di Esteri e Difesa di Italia e Russia, come comunicato dallo stesso sito della Farnesina. In seguito al meeting, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha dichiarato che la missione “se autorizzata dalle parti libiche, potrà svilupparsi anche in una missione terrestre per il controllo dei confini libici”.

Di Maio ha poi aggiunto: “Se vogliamo lavorare ad un cessate il fuoco duraturo, e ringrazio la Russia per ciò che ha fatto, se vogliamo fermare questa guerra, dobbiamo fermare l’ingresso di armi”, riconoscendo il ruolo fondamentale del Cremlino nella questione libica.

Insomma, dopo una lunga fase in cui l’Italia è risultata rischiosamente allineata al governo di al-Serraj, le cose sembrano iniziare a prendere una direzione differente, non soltanto con l’incontro Italia-Russia e con il riconoscimento italiano nei confronti del ruolo ricoperto dal Cremlino in Libia, ma anche per quanto riguarda un intervento più deciso in territorio libico che andrebbe di fatto a contrastare il sostegno attivo della Turchia nei confronti delle milizie islamiste e di un traballante governo al-Serraj che appare sempre più come un “regime-fantoccio” di Ankara.

I precedenti di una difficile scommessa

Effettivamente ci sono una serie di elementi, già messi in evidenza da InsideOver lo scorso anno, che rendono l’attuale esecutivo di Tripoli ben poco affidabile: in primo luogo il fatto che il governo di al-Serraj non gode del sostegno di un vero e proprio esercito, nessuna forza compatta, ma piuttosto una galassia di milizie di diversa estrazione (islamisti legati alla Fratellanza, salafiti, signori della guerra, ex membri dell’esercito libico, rivoluzionari ecc.) tenuta insieme prettamente da interessi particolari di tipo politico ed economico-finanziario. Bisogna poi considerare che non è al-Serraj che controlla le milizie, ma è piuttosto il contrario, visto che sono loro a garantirne la sicurezza.

C’è poi tutto il discorso legato a noti jihadisti che sono stati individuati nelle file delle milizie pro-Sarraj, tra cui Mohammed Mahmoud Ben Dardaf, terrorista ricercato dal governo della Libia orientale per l’assalto al consolato statunitense di Bengasi, avvenuto tra l’11 e il 12 settembre 2012 e ucciso a maggio del 2019.

Una presenza jihadista che è incrementata in seguito al trasferimento di membri dei gruppi armati anti-Assad dalla zona di Idlib alla Libia, per opera di Ankara che spera così di rafforzare al-Serraj e di prendere il controllo delle installazioni di gas e petrolio (quelle italiane incluse). Una piano che potrebbe però non avere esito felice per i turchi, divenuti partner inaffidabili per i russi e imbarazzante paese “alleato” per la Nato, in quanto sostiene quelle stesse milizie jihadiste “nemiche” dell’Occidente.

Il guaio di Idlib

Oltre al grattacapo libico nel quale Erdogan si è volontariamente cacciato, c’è anche la questione legata agli scontri per Idlib e anche lì la situazione non è delle migliori per Ankara. Nella tarda mattinata del 20 febbraio infatti, un’offensiva dei jihadisti appoggiata dai militari turchi su Nayrab è stata fermata da raid aerei russi a supporto dell’esercito governativo siriano. Nei bombardamenti sono rimasti uccisi due militari turchi e feriti numerosi altri. Ankara ha immediatamente accusato l’esercito di Assad, ma Mosca ha risposto che sono stati i velivoli russi a colpire dopo che terroristi affiancati da militari turchi avevano attaccato le truppe governative siriane. Mosca ha poi lanciato un monito: “Stiamo esortando le parti turche a smettere di fornire sostegno alle azioni dei terroristi e di consegnare loro le armi per evitare incidenti”.

E’ evidente che la “storiella” delle postazioni di osservazione non regge più, in particolare dopo che fonti russe hanno mostrato immagini aeree di pezzi di artiglieria turca che aprono il fuoco contro l’esercito governativo di Damasco. Risulta oramai chiaro l’aperto sostegno della Turchia ai taglia-gole ancora asserragliati a Idlib e questo è un problema di non poco conto anche per l’Alleanza Atlantica in quanto un suo paese membro non solo sta apertamente colpendo l’esercito di un altro paese sovrano e occupandone militarmente il territorio, ma sta anche appoggiando quei jihadisti che, almeno in teoria, dovrebbero essere bersagli della stessa Alleanza. E’ bene tener presente che tra le formazioni affiancate da Ankara ad Idlib c’è anche Hayyat Tahrir al-Sham, costola siriana di al-Qaeda.

Erdogan sa cercando di scongiurare in tutti i modi che Idlib torni sotto il legittimo controllo del governo siriano in quanto sarebbe l’ultima e definitiva sconfitta dell’asse turco-islamista in Siria, una disfatta che Erdogan non può certo permettersi, in un momento in cui il suo secondo asse con Tripoli sta riscuotendo altrettanti problemi.

Il leader turco rischia però grosso, non soltanto perché si sta oramai manifestando come strenuo difensore dei jihadisti, ma anche perché in poco più di due settimane ben 15 militari turchi hanno già perso la vita, oltre al ferimento di numerosi altri. Se il numero di morti tra le truppe di Ankara dovesse salire, si potrebbe anche aprire un fronte interno anti-intervento, sia in ambito politico che a livello di opinione pubblica e i vertici militari turchi potrebbero anche arrivare al punto di non essere più disposti a tollerare altre morti per i capricci di Erdogan. Del resto che Ankara non possa vincere a Idlib è più che evidente e l’ammassare mezzi militari al confine, in sostegno ai jihadisti, è un segnale di debolezza più che di forza, visto che i risultati che emergono dal campo di battaglia sono tutt’altro che favorevoli per i turchi. Oggi Mosca ha poi lanciato un messaggio chiaro ad Ankara con quel “siamo stati noi a bombardare e colpire le vostre truppe”.

Erdogan non può permettersi di perdere contemporaneamente in Siria (dove è andato in fumo il suo piano per rovesciare Assad) e in Libia, dove la situazione è al momento tutt’altro che favorevole per al-Serraj. Ora Erdogan potrebbe tentare la disperata carta “Nato” e cercare sostegno a Occidente, ma la sua figura è oramai pesantemente compromessa in quanto divenuto personaggio inaffidabile e scomodo sia a Est che a Ovest. Insomma, i guai per il leader turco potrebbero essere appena all’inizio, anche se non è da escludere che le rogne grosse per il presidente possano arrivare dall’interno del Paese.