L’operazione offensiva ucraina a Est contro i russi? Sostanzialmente si trova a un punto morto. In due mesi di attacchi quella che mediaticamente è stata definita “controffensiva ucraina” ha sicuramente consolidato alcune posizioni e garantito guadagni locali di terreno, ma non ha prodotto alcun effetto decisivo sul piano militare e strategico contro gli invasori.

Hanna Maliar, viceministro ucraino della Difesa, il 31 luglio scorso, ha sottolineato che il territorio riconquistato da inizio giugno in avanti ammonta a dodici villaggi e 204,7 chilometri quadrati, un’area complessivamente paragonabile alla superficie di una cittadina italiana come Verona. Ben poco in fin dei conti se si pensa che nelle intenzioni, nella propaganda e nelle premesse l’operazione nei distretti di Donetsk e Zaporizhzhia avrebbe dovuto aprire a un esito potenzialmente decisivo della guerra.

Obiettivi troppo ambiziosi?

E forse decisiva l’operazione ucraina lo è stata, dopo l’analoga carenza di grandi risultati della spinta russa in inverno e primavera, ma per dimostrare qualcosa di diverso dalle aspettative: il sostanziale esaurimento dell’inerzia dei contendenti, incapaci sul campo di guadagni decisivi per decidere il conflitto.

Retrospettivamente, ha scritto su Foreign Policy Barry R. Posen, professore internazionale di scienze politiche del Security Studies Program presso il Massachusetts Institute of Technology, la controffensiva ucraina aveva tutti i presupposti per apparire “scoraggiante” agli occhi dei suoi patroni occidentali. Il primo tema, quella degli obiettivi e della difficoltà a perseguirli, è stato fin dall’inizio il cruccio della controffensiva.

Essa, ha scritto Posen, “doveva sfondare posizioni difensive consolidate e controllate da truppe ben preparate, sfondare in campo aperto, e poi muoversi rapidamente verso un importante obiettivo geografico come il Mar d’Azov, sperando di tagliare fuori i resti dell’esercito russo in ritirata lungo la strada o tentare rapidamente di circondarne una parte per annientarla”. Diversi think tank come l’Institute for the Study of War (Isw) e varie fonte Osint da mesi sottolineavano come la Russia aspettasse l’inerzia principale dello sforzo ucraino a sud-est negli oblast formalmente annessi da Mosca e aveva provveduto a guarnire con campi minati, nidi di mitragliatrici, artiglieria e ostacoli le difese. In una sua pubblicazione il Center for Strategic and International Studies (Csis) ne ha parlato come della più complessa rete difensiva mai costruita in Europa dalla seconda guerra mondiale. Difficilmente superabile da un attacco frontale.

Mappa di Alberto Bellotto.

L’esaurimento dei combattenti

E veniamo al secondo punto: il fattore del logoramento. Il 5 luglio, parlando ai Comuni, l’ammiraglio Tony Radakin, capo dello stato maggiore congiunto britannico, ha indicato nella spinta a “allungare, logorare e destabilizzare” le linee di difesa russe l’obiettivo più realistico della controffensiva. Una spinta sicuramente più pragmatica, da leggere però a tutto campo: leggendo, cioé, il logoramento come un dato di fatto per entrambe le parti in causa.

Sulla controffensiva ucraina il tema fondamentale è legato al fattore umano. I profondi campi minati lunghi chilometri, le insidie dell’avanzata, i continui confronti a fuoco hanno ridotto la prospettiva d’ingaggio per le grandi unità addestrate per ripetere il blitz di Kharkiv di fine estate e inizio autunno 2022, quando Kiev sorprese le forze di Mosca con la sua prima controffensiva.

A inizio luglio la Bbc ha mostrato lo scontento del generale ucraino Oleksandr Tarnavskyi, comandante della 47esima Brigata Corazzata di Kiev, per il fatto che a causa delle difese di Mosca spesso è la fanteria, nella controffensiva, a doversi esporre a rischi. E come ha dichiarato a Fanpage il generale Giorgio Battisti, ex comandante del Corpo d’Armata Italiano di Reazione Rapida della Nato, mettere di fronte a situazioni ostili come il superamento di campi minati e barriere anticarro truppe mediamente meno rodate al conflitto di quelle disponibili a inizio guerra crea problemi in tempi brevi. Soldati senza il dovuto addestramento subiscono in queste operazioni “un tasso di logoramento altissimo che può incidere sia sullo spirito combattivo di questi soldati ma anche sulla possibilità di rimpiazzare i militari morti o feriti con altrettanti soldati che siano alla stessa altezza in termini di addestramento e professionalità”.

Vale, in quest’ottica, la lezione della sfida tra Bernard Law Montgomery e Erwin Rommel a El Alamein nel 1942: un’offensiva può essere consolidata sulla scia di una guerra di logoramento solo in presenza di una netta superiorità di mezzi da parte dell’attaccante. Che ad oggi non sembra in alcun modo essere presente.

La Babele dei mezzi a disposizione di Kiev

Il terzo tema da sottolineare è legato all’assenza di un vero coordinamento interforze tra le varie armi ucraine connesso al duplice fattore della difficoltà operativa per le forze aeree, quasi del tutto interdette a muoversi senza rischio sul terreno, e dell’ampio assortimento di mezzi a disposizione dell’esercito ucraino, con tutte le conseguenze in termini di coerenza operativa, organicità dell’impegno sul fronte, gestione di rifornimenti e ricambi.

Dai Bradley ai Leopard, dai Leclerc ai Mastiff, i servizi giornalistici e mediatici sulla controffensiva concordano tendenzialmente nel mostrare nelle officine ucraine lunghe teorie di mezzi, soprattutto carri, impegnati in combattimento e chiamati a una revisione accumularsi per la difficoltà delle forze armate di Kiev nel trovare componentistica e personale formato alla gestione di questi complessi sistemi. L’Ucraina ha avuto accesso a una cornucopia di mezzi: ha fatto buon uso di armi a medio raggio, razzi, artiglieria, sistemi portatili dall’agile impegno operativo e dall’elevata scalabilità. Ha invece patito maggiormente l’impatto con mezzi tecnologicamente più avanzati ma che andavano gestiti operativamente in maniera complessa. E il cui impatto sul terreno, soprattutto in riferimento ai carri, non si sta manifestando appieno.

Nessuna svolta decisiva?

Ultimo, ma non per importanza, è il fatto che ad oggi un’offensiva logorante, partita con premesse baldanzose e con mezzi tanto complessi in arrivo dall’Occidente non ha, dopo due mesi dal suo avvio, individuato il punto decisivo ove concentrare la penetrazione, il cosiddetto schwerpunkt. E questo è un dato di fatto notevole, perché mostra la carenza di prospettive strategiche reali dell’operazione ucraina.

La Russia, trovatasi di fronte a un’analoga tematica a fine 2022, ha scelto una soluzione lineare nella sua sostanziale brutalità: imporre a Bakhmut la guerra di logoramento per mancanza di alternative strategiche e militari. Le manovre di Bakhmut sono parse essere le ultime, grandi mosse militari della guerra capaci di imprimere una svolta al trend del conflitto. Dopo la fase dell’avanzata russa contrastata dagli ucraini e il ritiro di Mosca da Kiev si è passati nell’estate 2022 al contrattacco ucraino. Da quasi un anno, oramai, la guerra è conflitto di logoramento in larga parte paralizzato nei suoi fronti decisivi, con poche oscillazioni, inscalfibile dalle grandi e sbandierate manovre dei due contendenti.

Dopo la caduta di Bakhmut a tal proposito nulla è, in questo campo, cambiato. Né la controffensiva ucraina ha fatto nulla per invertire i trend strategici. La lentezza dell’avanzata e il nodo del fattore umano e tecnologico sono problemi che riguardano oggi Kiev, ma domani potrebbero tornare a farsi sentire anche a Mosca in caso di nuovi iniziative. Il conflitto continua a divorare uomini e mezzi, a causare lutti, sofferenze e problemi economici e geopolitici mentre si avvicina a un apparente equilibrio che può consolidarsi tramite uno stillicidio di morti, manovre locali dall’elevato costo umano e nessuna grande strategia applicabile. A un anno e mezzo dall’inizio della guerra, servirebbe l’alta politica per prendere atto di questa situazione. Ma la guerra continua, implacabile e irrisolvibile. E non si intravede, ad oggi, alcuna alternativa a questo fatto.