Tutti i bersagli colpiti da Israele in Iran. Ma c’è un dubbio sui danni effettivi…

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Israele ha colpito diversi siti militari e di comando in Iran ma ad ora, a valle del raid di oltre 100 aerei di Tel Aviv sulla Repubblica Islamica e del lancio di circa 200 missili nella notte tra venerdì e sabato, l’entità effettiva dei colpi subiti dalle forze armate di Teheran è ancora tutta da quantificare. E la natura dell’attacco, mirato nel suo obiettivo pur essendo abbastanza esteso, è sicuramente, per ora, di un gradiente inferiore a quello che inizialmente il governo di Benjamin Netanyahu aveva paventato.

Da valutare, inoltre, l’effettiva portata dei danni subiti dalla capacità di difesa aerea della Repubblica Islamica. A secondo di quanto emergerà, potremo capire se la manovra avrà spianato la strada a una crescente operatività degli F-15, degli F-16, degli F-35 e dei missili Jericho dello Stato Ebraico nei cieli iraniani, potenzialmente funzionali a colpire obiettivi più pesanti e decisivi, come gli impianti per l’arricchimento dell’uranio centrali nei programmi nucleari o i siti petroliferi, o se anche in questa prima offensiva le incursioni hanno prodotto danni non decisivi.

Serviranno giorni per capire la portata dell’offensiva israeliana. Il comando centrale delle forze armate iraniane ha ammesso che Israele ha attaccato le strutture militari a Teheran, Ilam e nel Khuzestan. Ad oggi si sa di per certo della morte di due soldati e, come ha scritto Ynet, funzionari iraniani hanno notato che “Israele è riuscito a colpire la base militare di Parchin , un sito vicino a Teheran associato alle tecnologie missilistiche e dei droni suicidi, nonché allo sviluppo della tecnologia nucleare. Un drone avrebbe colpito la struttura mentre altri sono stati intercettati”.

Oltre a ciò si parla della distruzione, rivendicata da canali di opposizione della Repubblica Islamica, di un sito ove sarebbero state posizionate batterie di missili russi antiaerei S-300 utilizzati da Teheran.

La carenza di fonti aperte (Osint) dal campo iraniano e la reticenza israeliana a comunicare i risultati dei raid invita a prendere ogni notizia con prudenza e attenzione. Gli analisti che si occupano di Osint hanno individuato come obiettivi di Israele i comandi dei pasdaran nella capitale Teheran e almeno tre siti di lancio di missili utilizzati dagli stessi Guardiani della Rivoluzione, e il servizio di rilevazione satellitare di incendi della Nasa, Firms, ha mostrato danni e fiamme in un’altra base antiaerea a Sud di Teheran.

“La nostra capacità di colpire ovunque in Medio Oriente è stata dimostrata”, ha affermato l’Israel Defense Force in un comunicato pubblicato dopo il raid. E sicuramente sul piano operativo la notte tra venerdì e sabato dà ragione all’Idf. Ma che dire dell’efficacia complessiva dei colpi inflitti all’Iran? La natura “telefonata” dell’accordo, le voci di pre-allerte mandare da Tel Aviv via governi arabi alla Repubblica Islamica, l’insistenza di Israele sulla volontà di dichiarare chiuso il contenzioso se l’Iran non risponderà rafforza l’idea di un colpo non risolutivo. E forse volutamente progettato per non esserlo. Cosa faranno ora gli attori in campo? Continueranno con il ping-pong militare degli attacchi mirati o Israele cercherà il colpo grosso se Netanyahu si accorgerà che anche misure di questo tipo hanno prodotto danni più ampi del previsto? Nulla è da escludere, ma queste ipotesi sono remote. Il colpo di Israele non nasceva per essere da Ko. Né avrebbe avuto occasione di esserlo di fronte a un Iran in cui gli asset più critici restano ben più difficili da colpire.