I risultati delle elezioni parlamentari irachene rappresentano una mezza sconfitta per gli Stati Uniti. Washington si aspettava che prevalesse il partito del primo ministro Ḥaydar Jawwād al-ʿAbādī, appoggiato dagli stessi Usa. Com’è noto, a prevalere nella consultazione è stata la coalizione guidata dal religioso sciita radicale Muqtada al-Sadr, che si oppone all’agenda di Washington nel Medio Oriente e, in particolare, alla presenza di truppe americane in Iraq.

Non a caso, dopo la caduta di Saddam Hussein, i seguaci del religioso sciita si sono spesso scontrati con le forze statunitensi. Come spiega Ted Galen Carpeneter su The National Interest, la vittoria di al-Sadr “preoccupa i funzionari dell’amministrazione Trump. Ma dal loro punto di vista, Sadr ha una virtù: a lui non piace l’influenza iraniana nel suo paese quasi quanto l’influenza degli Stati Uniti”. Tuttavia, spiega l’esperto, il partito arrivato secondo al ballottaggio, la coalizione Fatah, “non condivide la diffidenza di Sadr nei confronti dell’Iran. In effetti, quel blocco sciita rappresenta gli interessi delle milizie filo-iraniane che Teheran ha finanziato generosamente, fornito di equipaggiamento militare e di assistenza diretta”.

Abadi e gli altri insuccessi Usa in Iraq

Abadi, l’interlocutore di Washington in Iraq, è arrivato solamente terzo, anche se non è escluso che possa essere indicato come primo ministro dopo le consultazioni.Va detto infatti che Sadr è comunque molto lontano dall’avere la maggioranza, visto che il parlamento iracheno conta 329 seggi. Le trattative per formare un nuovo governo, che dovrà necessariamente essere sostenuto da un’alleanza di forze diverse, dovranno essere completate entro 90 giorni. Rimane tuttavia la performance estremamente deludente di Abadi, che testimonia quanto gli Usa scelgano degli interlocutori con un debolissimo sostegno da parte della popolazione. George W. Bush e i suoi alleati neo-conservatori, osserva Carpenter, “confidavano che Ahmed Chalabi, il capo del Congresso nazionale iracheno, diventasse il nuovo leader iracheno una volta rovesciato Saddam”. Eppure, quando si svolsero le elezioni parlamentari, il partito di Chalabi raccolse un misero 0,5 per cento dei voti.

Dopo lui è stato il turno di Nouri al-Maliki, primo ministro iracheno dal 2006 al 2014. Il suo mandato non ha fatto altro che inasprire le tensioni settarie e marginalizzare la minoranza sunnita del paese, che prima sosteneva il governo di Saddam, spianando di fatto la strada all’ascesa dello Stato Islamico e degli estremisti. Di fatto, il piano statunitense di esportare la democrazia in Iraq, con l’obiettivo a lungo termine di avere nell’Iraq un importante alleato nella regione, è fallito e la strategia si è rivelata fallace e spesso controproducente. 

Contatti con il nuovo governo

Nonostante la manifesta ostilità di al-Sadr nei confronti della presenza Usa nel Paese, i funzionari statunitensi stanno cercando di rimediare all’ennesimo errore strategico e hanno contattato in queste ore alcuni membri della coalizione politica guidata dal religioso, che dispone di 54 seggi. A rivelarlo l’agenzia di stampa Reuters, che cita fonti all’interno dell’amministrazione Trump. Un portavoce di al-Sadr ha tuttavia ribadito: “Non intendiamo avere nel nostro territorio alcuna forza militare oltre al nostro esercito, alle nostre forze di polizia e di sicurezza”. Gli Usa condividono l’ostilità della coalizione di al-Sadr verso Teheran e cercano di trovare con quest’ultima dei punti in comune – anche se non sarà affatto semplice. 

Si stima che gli Stati Uniti mantengano oggi circa 7mila soldati in Iraq, sebbene il Pentagono abbia riconosciuto solo 5.200 soldati. Nel frattempo il religioso sciita, a capo di una coalizione di cui fa parte anche il partito comunista iracheno, ha promesso che il nuovo governo sarà “inclusivo” e che farà gli interessi degli iracheni. Salah al-Obeidi, portavoce del la coalizione di al-Sadr, ha dichiarato all’Associated Press che la sovranità dell’Iraq sarà il “principio guida” del nuovo governo. Nel frattempo Washington e Teheran attendono gli sviluppi, sapendo perfettamente che in Iraq si gioca una partita importantissima. 

È un momento difficile
STIAMO INSIEME