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A distanza di sessanta giorni dall’avvio dell’operazione militare russa in Ucraina, è possibile tracciare quelli che sono stati i principali errori da parte delle forze di Mosca. Errori che hanno portato all’abbandono del primo proposito da parte del presidente Vladimir Putin, ossia la capitolazione di Volodymyr Zelensky e dell’attuale Stato ucraino. Oggi, come si sa, il Cremlino è più orientato nella conquista dell’est dell’Ucraina, in quella che lo stesso Putin ha più volte chiamato “azione per la liberazione del Donbass”. Un’azione alla cui guida è stato designato il generale Alexander Vladimirovich Dvornikov, veterano della Siria chiamato a rimettere ordine nella catena di comando dell’esercito. E, soprattutto, a evitare gli errori di questi primi due mesi.



Gli errori di natura militare

Il primo grave errore nella strategia russa è stato dettato da avanzate via terra su più direzioni, effettuate in profondità senza però prima aver reso inoffensiva l’aviazione ucraina. Nelle prime ore di guerra, a parte notizie poi smentite circa avanzate verso Odessa e Mariupol, sembrava che l’azione russa fosse limitata a un’intensa fase di raid su postazioni e obiettivi militari. Quando a Kiev era passata da poco la prima alba di guerra, da Mosca il ministero della Difesa ha annunciato la neutralizzazione dell’aviazione ucraina. Circostanza però non vera. Forse una notizia data per demoralizzare i difensori. Fatto sta che poi subito dopo truppe russe hanno iniziato a varcare i confini da più fronti. Dalla Crimea in primis, così come dalla zona di Chernobyl e da Kharkiv. Intere colonne hanno occupato le arterie principali di queste regioni, ma così facendo si sono irrimediabilmente esposte al fuoco ucraino.

Kiev ha messo in campo i droni, i quali hanno individuato e poi neutralizzato decine di mezzi russi. Ed è qui che Mosca ha iniziato a fare i conti con gravi perdite. “L’unica parte dell’operazione che era intesa come operazione di guerra è stata l’assalto all’aeroporto di Hostomel – ha dichiarato sull’Agi Vincent Tourret della Foundation for Strategic Research (Frs) – e il tentativo di decapitare il governo ucraino. Le altre truppe russe sono entrate nel Paese come se ne stessero per impossessarsi, con un altissimo numero di bersagli che le ha disperse completamente sul territorio”. Dispersione che ha anche causato, tra le altre cose, difficoltà nelle comunicazioni tra le linee.

Difficoltà che si sono tradotte poi in rischi anche per i soldati più alti in grado. Da qui un altro grave smacco per Mosca, ossia l’alto numero di generali morti sul fronte. Graduati chiamati a fare la spola da retrovie molto lontane dalle prime linee e ben esposte a imboscate ucraine, specialmente a nord di Kiev, a Chernihiv e a Sumy. Mentre i russi avanzavano senza avere il totale controllo dello spazio aereo, tra boschi e campagne difficili da controllare, forze speciali ucraine nelle retrovie hanno teso un numero elevato di imboscate.

Questo alla lunga ha reso la situazione per i russi insostenibile. Da qui la scelta del ritiro dalle aree a nord di Kiev e dalle regioni limitrofe. Discorso diverso invece lungo i fronti meridionali, dove invece le truppe di Mosca hanno seguito piani di avanzata apparentemente più coerenti e non hanno creato inutili dispersioni, conquistando passo dopo passo le principali località fino ad arrivare a Kherson da un lato e alla periferia di Mariupol sul versante dell’Azov.

Gli errori di valutazione politica

Una strategia così confusa, specialmente nel nord dell’Ucraina, potrebbe essere stata figlia di gravi errori di valutazione a livello politico. Si pensava, in particolare, che il governo di Kiev era destinato a tirare i remi in barca non appena i russi mettevano gli scarponi sul territorio ucraino. E questo per due motivi: il Cremlino era consapevole dei sondaggi nettamente sfavorevoli al presidente Zelensky e dunque puntava su uno sfaldamento interno alla governance di Kiev, così come i russi credevano di essere accolti come liberatori soprattutto nelle regioni a maggioranza russofona, a partire dal fronte di Kharkiv. In parole povere, la Russia non si aspettava resistenza.

“I leader politici russi hanno imposto al comando militare uno scenario assolutamente assurdo – ha sottolineato l’esperto militare russo Alexandre Khramchikhine – secondo il quale tutto sarebbe accaduto come durante l’annessione della Crimea nel 2014″. Ma da allora molte cose sono cambiate. Negli ultimi otto anni il governo di Kiev ha lavorato per “ucrainizzare” il Paese, staccarlo culturalmente dall’orbita russa. La popolazione, dal canto suo, ha percepito le perdite territoriali del 2014 come un dramma. Anche chi è madrelingua russo ha iniziato a vedere nell’Ucraina il proprio Paese di riferimento, da difendere contro qualsiasi aggressione.

Si è cioè iniziato a sviluppare quel senso di appartenenza alla nazione ucraina che i falchi del Cremlino ancora oggi non riconoscono, non vedono oppure semplicemente lo ritengono fuori dalla storia. Ma è stato proprio questo a impedire ai russi di passeggiare a Kiev e a Kharkiv come fatto otto anni prima in Crimea. Adesso la situazione per Mosca sembra essere migliorata. Le linee del fronte nel Donbass sono più corte, gli attacchi appaiono maggiormente coordinati e inoltre la resistenza ucraina è stata sì importante ma non ha impedito un certo logoramento dell’esercito, il quale inizia a disporre anche di sempre meno possibilità di rifornimento per via dei raid russi sugli impianti di stoccaggio del carburante e sulle basi militari.

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