Il Dipartimento di Stato, guidato dal Segretario Antony Blinken, ha pubblicato a fine giugno il rapporto sul disastroso ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan a poco meno di due anni dagli eventi che hanno fatto rimpiombare il Paese sotto l’incubo del dominio talebano. Una macchia indelebile per la presidenza di Joe Biden che, nell’agosto 2021, ha posto fine in maniera drammatica al più lungo intervento militare all’estero degli Stati Uniti. In una straordinaria operazione con pochi precedenti Washington organizzò un ponte aereo che permise l’evacuazione di più di 120mila persone dall’aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul, abbandonando però al loro destino altre decine di migliaia di persone che avevano collaborato con le forze Usa nel corso dei 20 anni precedenti. Ad aggravare il caos durante l’evacuazione dal Paese, un attentato suicida dello Stato islamico fece 175 vittime, tra cui 13 militari americani.

Le tempistiche legate alla pubblicazione dell’Afghanistan After Action Report, con un preavviso quasi nullo alla vigilia delle lunghe festività del 4 luglio, sono state criticate aspramente dai repubblicani come un tentativo dell’amministrazione Biden di distogliere l’opinione pubblica dal giudizio sul ritiro americano avvenuto tra la primavera e l’estate di due anni fa. In realtà, dalle 23 pagine del rapporto su un totale di 87 desecretate per motivi di sicurezza, emergono non solo critiche all’attuale inquilino della Casa Bianca ma anche al suo predecessore Donald Trump, il quale aveva firmato nel febbraio 2020 a Doha, in Qatar, gli accordi con i talebani per riportare a casa il contingente di 2500 soldati rimasto nel Paese.

Il report si focalizza sulle mancanze dell’agenzia federale che aveva la responsabilità della politica estera Usa e individua errori critici su molteplici livelli. Partendo dal vertice dell’organizzazione, dopo la conferma del piano di Trump da parte di Biden, ai funzionari del Dipartimento viene addebitata la responsabilità per non aver predisposto istruzioni efficaci per lo scenario peggiore che poi si era effettivamente materializzato. Il rapporto afferma in maniera spietata che, prima del collasso del governo del presidente Ashraf Ghani, “non era chiaro chi fosse a capo” delle operazioni di evacuazione dal paese e le comunicazioni lacunose da parte della Casa Bianca su quali collaboratori delle forze americane fossero autorizzati a lasciare l’Afghanistan aggiunsero ulteriore confusione. In quelle ore frenetiche, membri del Congresso e operatori che a vario titolo erano entrati in contatto con gli afghani presero l’iniziativa di organizzare missioni di soccorso, anche di intere famiglie, scavalcando il comando centrale in teoria responsabile di tali operazioni.

La caduta di Kabul, si legge nel rapporto, si è consumata in un momento di grande vulnerabilità per l’ambasciata americana che, nel giugno 2021, alle prese con un’epidemia di Covid-19 aveva imposto un rigido lockdown e una riduzione della circolazione di informazioni classificate tra i dipendenti in isolamento. Nonostante fosse chiaro a tutti l’importanza di eseguire un ritiro ordinato dall’Afghanistan, per incredibili ragioni organizzative e burocratiche la sede diplomatica operava in numero ridotto con una parte del personale appena arrivata nel paese.

La relazione del Dipartimento di Stato chiama in causa anche l’amministrazione Trump colpevole di non aver velocizzato il rilascio dei visti per gli afghani che avevano lavorato per il governo americano. Il rapporto documenta inoltre che al termine della presidenza del tycoon rimanevano senza risposta questioni chiave relative alla programmazione di un ritiro militare previsto inizialmente per il maggio 2021 e alla permanenza, nella fase successiva, di una missione diplomatica nella capitale.

Subito dopo la pubblicazione del rapporto, la Casa Bianca ha puntato i riflettori proprio sulle mancanze dell’amministrazione repubblicana riconoscendo comunque, attraverso le dichiarazioni di alcuni funzionari del Dipartimento di Stato, che la lezione imparata in Afghanistan ha trovato applicazione nel febbraio 2022 in Ucraina e nell’aprile di quest’anno in Sudan quando le ambasciate americane sono state prontamente evacuate. Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, ha avuto modo di riconoscere già nei mesi scorsi che in futuro sarà necessario puntare su una maggiore pianificazione di scenari a bassa probabilità e ad alto rischio.

L’opposizione non si è fatta sfuggire l’occasione di sfruttare le conclusioni del report per attaccare il presidente americano. Trump ha affermato di aver “assistito al disastro” come chiunque altro aggiungendo che “Biden, e nessun altro, è l’unico responsabile”. Il presidente della commissione Esteri della Camera dei rappresentanti Usa, il repubblicano Michael McCaul, dopo aver ottenuto l’accesso alle comunicazioni in cui i diplomatici stanziati a Kabul si lamentavano dell’operato dei loro superiori, ora richiede la pubblicazione integrale del report.

Al di là delle polemiche politiche, è evidente che il governo americano si sia fatto cogliere impreparato dalla rapidità con la quale le istituzioni afghane, dopo essere state sostenute dagli Usa per 20 anni, sono crollate in pochi giorni. Peter Vasely, il comandante delle forze statunitensi a Kabul, già prima della pubblicazione del rapporto aveva denunciato che l’evacuazione sarebbe stata condotta in maniera più ordinata se Washington “avesse prestato attenzione alle segnalazioni che arrivavano dagli uomini sul campo”.

Nel frattempo, come purtroppo previsto, in Afghanistan continua la sistematica opera di regressione sociale da parte del regime. È notizia di questi giorni che i talebani hanno ordinato la chiusura dei saloni di bellezza femminili, una decisione che si aggiunge al divieto di accesso a scuole secondarie e università per le donne. Una sconfitta non solo americana ma di tutta la coalizione occidentale che dal 2001 ha sostenuto il Paese non più soltanto tomba degli imperi ma sempre più anche dei diritti universali.