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Israele, come ha dichiarato una volta l’ex primo ministro Ehud Barak, si considera una villa nella giungla. Questa affermazione, ben lontana dai canoni del politicamente corretto, costò a Barak diverse critiche nell’opinione pubblica, nonostante si sia rivelata piuttosto efficace, come hanno insegnato gli eventi degli ultimi due decenni.

Tra il 2000 e il 2005, durante la Seconda intifada palestinese, Israele ha affrontato una delle più devastanti campagne di attentati suicidi nella sua storia. Un anno dopo, quando è scoppiata la seconda guerra del Libano contro Hezbollah, migliaia di razzi sono piovuti contro i centri abitati israeliani. E gli ultimi otto anni di caos nel mondo arabo hanno portato all’ascesa di gruppi jihadisti sunniti come Isis e Al Qaeda vicino ai confini israeliani, destabilizzando l’intero Medio Oriente. In tempi recenti, Israele ha affrontato tutte queste costanti sfide pur mantenendo l’occupazione dei territori palestinesi in Cisgiordania. Per questo ha dovuto fare i conti con una crescente condanna da parte della comunità internazionale.

La sua posizione geografica fa sì che Israele si trovi sempre all’avanguardia perché deve misurarsi con nuove minacce terroristiche e di guerriglia che spesso si presentano solo più tardi alle porte dell’Occidente. Questa condizione ha costretto Israele a sperimentare rapidamente nuove strategie e soluzioni operative. Al culmine della Seconda intifada, le Forze di difesa israeliane (Idf) e i servizi segreti (noti con il loro acronimo ebraico Shabak) hanno sviluppato un nuovo metodo per identificare e contrastare gli attacchi suicidi. In seguito, di fronte a una crescente minaccia di attacchi missilistici dal Libano e dalla Striscia di Gaza, Israele ha sviluppato e realizzato un sistema di “difesa antimissile multistrato” che, nelle ultime offensive, ha ottenuto una percentuale di successo vicina al 90%. Più recentemente, nel 2015, in risposta a un’ondata di attacchi da parte dei cosiddetti “lupi solitari”, per lo più perpetrati da giovani palestinesi con armi da taglio, le autorità israeliane hanno iniziato a monitorare attentamente i social media palestinesi e a condurre arresti preventivi di sospetti sulla base dei contenuti di incitamento alla violenza che avevano pubblicato.

Ivo Saglietti, Libano, Beirut, Quartiere di Hezbollah, 2008

Queste strategie, alcune delle quali piuttosto aggressive, non hanno messo la parola fine ai problemi di Israele. Alcune delle soluzioni che gli israeliani hanno sviluppato sono state solo parziali. L’instabilità generale nella regione continua. Il Medio Oriente si è trasformato in un’enorme area d’incertezza e questo ha un impatto inevitabile sia sulle sfide quotidiane di Israele sia sulla sua capacità di pianificazione. L’arena più esplosiva è quella palestinese, con crescenti possibilità nei prossimi mesi di un massiccio scontro militare tra Israele e Hamas a Gaza, a causa del deterioramento delle infrastrutture nella Striscia e delle sue condizioni quasi invivibili.

Ma la preoccupazione maggiore per il governo israeliano riguarda la situazione al confine settentrionale. La guerra civile siriana si è di fatto conclusa con una vittoria del regime di Bashar al Assad e dei suoi sostenitori, ovvero l’asse radicale sciita guidato dall’Iran. Per Israele queste sono pessime notizie. Le cose sono peggiorate quando migliaia di combattenti di Hezbollah, che avevano partecipato alla guerra, sono tornati in Libano e hanno iniziato a trarre insegnamento dall’esperienza militare acquisita per perfezionare le loro strategie contro Israele.

Hezbollah non sta cercando una guerra con Israele

Le agenzie d’intelligence israeliane ritengono che il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah non stia attivamente cercando una guerra con Israele, perché è perfettamente consapevole del prezzo che il Libano si troverebbe a pagare per una simile decisione. Al tempo stesso, però, Hezbollah ha sviluppato capacità militari che gli consentirebbero di infliggere danni più ingenti sul fronte interno israeliano. Considerando che tutte le ultime campagne militari a Gaza e in Libano sono iniziate a causa di errori di valutazione e non sono state frutto di decisioni calcolate, il pericolo di una guerra non pianificata continua però a incombere. La presenza militare russa in Siria, iniziata nel 2015 per salvare il regime di Assad dalla sconfitta, complica ulteriormente la situazione strategica nel Nord e limita lo spazio di manovra israeliano.

Questo gennaio, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha presentato ai vertice delle Forze armate la sua visione per le Forze di difesa israeliane “Idf 2030”, un piano a lungo termine per potenziare le capacità dell’esercito. Netanyahu ha menzionato cinque aree di massima priorità sulle quali la Difesa dovrebbe investire: migliori capacità di attacco, guerra informatica, sistemi d’intercettazione missilistica, potenziamento della difesa antimissile per siti militari e centri abitati e completamento delle barriere che si stanno costruendo lungo i confini israeliani. Ciò che è mancato nella lista del primo ministro è stato un qualsiasi accenno alle truppe di terra. Molti dei generali ai vertici dell’esercito hanno più volte denunciato che l’esercito israeliano deve urgentemente aggiornare la sua capacità di inviare truppe di terra per manovre militari estese all’interno del territorio nemico, se si dovesse rivelare necessario in caso di guerra. Il mese scorso, un comandante di brigata è stato persino filmato mentre contestava allo Stato Maggiore dell’Esercito che i suoi uomini e i suoi mezzi non erano stati utilizzati a sufficienza durante le ultime campagne militari israeliane. “Abbiamo molto da offrire, ma non ci state utilizzando – ha denunciato ai suoi superiori – è una morte clinica”.

La propensione di Netanyahu a contare su strategie di attacco da distanza di sicurezza (aviazione, missili e artiglieria) si basa sulla presa di coscienza di un importante cambiamento all’interno della società israeliana, che oggi è meno disposta ad accettare grandi perdite umane rispetto al passato. In tutte le ultime campagne a Gaza e in Libano, l’opinione pubblica ha espresso forte preoccupazione per l’alto numero di vittime che si potrebbe verificare se le forze di terra venissero effettivamente schierate in territorio nemico. E qui sta il paradosso: sebbene l’aviazione israeliana sia considerata una delle migliori al mondo, finora ha fallito nel garantire una vittoria nelle recenti campagne militari. Se, per ipotesi, i nemici di Israele – Hezbollah in Libano o Hamas a Gaza – lanciassero migliaia di razzi sui centri abitati israeliani, la soluzione più logica sarebbe quella di inviare forze di terra per garantirsi il controllo di porzioni significative di territorio nemico. Ma come sarà possibile se le forze di terra non sono adeguatamente equipaggiate e addestrate per affrontare questa sfida?

Questo dilemma dovrà essere risolto presto. All’inizio di marzo, il nuovo capo di Stato Maggiore dell’Idf, il tenente generale Aviv Kochavy, ha convocato i suoi alti ufficiali per una tre giorni intitolata “Come vincere”. A differenza di Netanyahu, Kochavy ritiene che sia necessario investire massicciamente sulle truppe di terra se si vuole potenziarne rapidamente le capacità e adattarle alle necessità militari attuali. Dovranno essere prese delle decisioni, ma ciò avverrà con ogni probabilità a giugno, dopo la formazione del nuovo governo e dopo che il procuratore generale avrà deciso sull’incriminazione, per vari scandali legati alla corruzione, del primo ministro. Qualunque sia l’urgenza militare, i calcoli politici vengono prima di tutto il resto.

Foto in apertura di Francesco Cito, Palestina, Hebron 1994