Nella mattinata di lunedì 19 agosto, Damasco ha inviato aerei da guerra di fabbricazione russa per colpire l’autostrada che collega la cittadina siriana di Saraqeb a Khan Sheikhoun, frenando così l’avanzata di una carovana militare turca composta da sette carri armati e da artiglieria pesante. 

Sin dal 2012, l’intera provincia di Idlib è divenuta la roccaforte della resistenza al governo del presidente siriano Bashar al Assad, ma quelle che un tempo erano grandi armate ora non sono che ridotte a un manipolo di guerriglieri mal equipaggiati. Le truppe siriane, supportate dalla Russia, hanno lanciato a fine Aprile un’ingente manovra militare per riconquistare i territori ancora fuori controllo, da allora i bombardamenti si sono susseguiti quotidianamente con la partecipazione di tutte le parti coinvolte. Le Nazioni Unite hanno documentato che solamente negli ultimi quattro mesi di schermaglia si siano contate più di 500 vittime civili e 42 attacchi a strutture sanitarie.

Il ministro degli Esteri siriano, Walid Muallem, ha condannato le scelte tattiche turche identificandole come un atto di esplicita “violazione della sovranità territoriale siriana”, aggiungendo che l’azione non andrà a ledere “la determinazione della Syrian Arab Army a proseguire la caccia ai terroristi rimanenti”. Il Ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, chiede invece “misure urgenti” in risposta al bombardamento, sostenendo siano contrari agli “accordi esistenti, oltre che alla cooperazione e al dialogo instaurato con la Russia”. Dal canto suo, Putin appoggia Assad dichiarando di sostenere “gli sforzi dell’esercito siriano per mettere fine alla minaccia terrorista a Idlib”.

Attualmente la Turchia vanta nel nord della Siria 12 punti di osservazione, uno dei quali proprio a Khan Sheikhoun, raggiunta martedì dalle truppe siriane. Con i convogli ancora fermi in attesa e con le truppe ribelli che retrocedono a grande velocitá, Recep Tayyip Erdogan rischia di perdere un’area di influenza che si è dimostrata chiave nel frenare il flusso di rifugiati che vorrebbe raggiungere la Turchia e che si stanno ammassando al confine. Forte di questa consapevolezza, il governo di Ankara sta iniziando a deportare quei siriani che in passato avevano chiesto asilo politico alla Turchia, ricollocandoli nelle zone messe in sicurezza dall’esercito, ovvero proprio a Idlib.

La frontiera turco-siriana ha avuto inoltre un ruolo storico nell’annosa lotta della Turchia al popolo curdo. Da quando nel 2017 la minoranza curda ha chiesto l’indipendenza del Kurdistan, le ostilità si sono progressivamente inasprite raggiungendo livelli di guardia dal marzo del 2018, quando gli Stati Uniti hanno smesso di sostenere le truppe ribelli. Finanziate in passato dagli Usa per contrapporsi a Daesh, le forze Pkk (Kurdistan Workers’ Party) e Ygp (People’s Protection Units) vengono ora riconosciute come terroriste anche oltre oceano. 

Lasciate sole, le forze curde non sono più in grado di arginare i temuti estremisti islamici – Nazioni Unite e Dipartimento della Difesa statunitense preannunciano un ritorno in forze del sedicente Stato Islamico – e subiscono le repressioni di Erdogan. In parallelo all’invio della carovana in Siria, il governo di Ankara ha infatti arrestato 400 persone e rimosso i sindaci delle province turche di Diyarbakir, Mardin e Van, accusandoli di diffondere propaganda pro-curda atta a minare la stabilità dello Stato, soffocando così le voci dissonanti dell’opposizione.

L’esecuzione dell’ultima operazione militare turca si inserisce in un panorama di confuse alleanze. Paese di confine tra Medio Oriente e Occidente, la Turchia si sta progressivamente allontanando dall’Onu in favore di un legame col presidente Putin, ma sono ancora numerose le dissonanze che dividono i due alleati. Ankara sta oltretutto affrontando una significativa crisi economica, crisi a cui Erdogan ha cercato di porre rimedio rimuovendo il capo della banca centrale, acuendo involontariamente le incertezze dei già dubbiosi economisti e facendo lievitare l’inflazione.

Il presidente turco sta progressivamente perdendo la fiducia del partito di cui è fondatore, l’Akp, una situazione per lui di potenziale pericolo che lo ha convinto a mettere in atto mosse audaci pur di promuoversi pubblicamente come uomo forte al governo. Dall’alienarsi i favori statunitensi comprando armi dalla Russia allo sconfinamento in Siria, Erdogan sta mettendo alla prova i limiti delle sue politiche in vista del summit trilaterale tra Turchia, Siria e Russia che si terrà ad Ankara il prossimo 11 settembre, una strategia estrema che potrebbe alterare gli equilibri politici della penisola anatolica