È dura quando sono le persone che hai sempre odiato a fare quello che dovresti fare tu. È quello che molti di noi hanno provato durante il weekend del 4 luglio, quando Tucker Carlson, ex commentatore politico di Fox News diventato polemista-principe dell’universo trumpiano, ha annunciato l’intervista col presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, poco dopo la fine dei 12 giorni di guerra con Israele. La reazione della destra istituzionale non si è fatta attendere: il deputato repubblicano Dan Crenshaw ha definito l’intervista un oltraggio: che disonore usare il Giorno dell’Indipendenza per “dare spazio al leader di uno Stato terrorista che ci chiama il Grande Satana”. A lui si sono aggiunti Ted Cruz e Mark Levin, accusando Carlson di “tradimento” per aver dato voce al nemico giurato.
Eppure dare spazio i nemici dell’Occidente è sempre stato parte integrante del mestiere giornalistico. Lo fece Dan Rather con Saddam Hussein poco prima dell’invasione del 2003, Barbara Walters con Fidel Castro e Vladimir Putin, per non parlare del New York Times con l’Ayatollah Khomeini nel 1979, a poche settimane dalla crisi degli ostaggi. Lo fecero Mike Wallace e Time Magazine, che lo proclamò “Uomo dell’anno” nel 1980: non certo per approvarlo, ma per il suo impatto sul mondo (salvo poi cedere al conformismo nel 2001, eleggendo al posto di Osama Bin Laden – che pure era stato intervistato da uno come Peter Bergen in Afghanistan – il gelatinoso sindaco di New York, Rudy Giuliani).
E lo sappiamo bene anche noi italiani, con le interviste con Arafat e Khomeini di Oriana Fallaci celebrate sugli scaffali della borghesia liberale – forse, va detto, anche perché quelle interviste erano manipolate da una prospettiva occidentalista.
Perché si parla con il nemico
Perché, dunque, si parla con la Nemesi? Perché conoscere le parole e le motivazioni degli avversari è essenziale per informare i cittadini. E pazienza se ce lo ricorda Carlson, antivaccinista e anticomunista convinto, in un video introduttivo: “Gli statunitensi hanno il diritto costituzionale e divino di conoscere tutto ciò che possono su questioni che li riguardano. Il nostro compito è aggiungere conoscenza, da cui ognuno può trarre le proprie conclusioni”.
Il dibattito su Carlson, va detto, è tutto interno alla destra. La sinistra, di quel pezzo di giornalismo, sembra non essersene neppure accorta, a parte forse qualche segmento stalinista o anti-sistema finito nel MAGA per far dispetto alla sinistra dei diritti civili. E sempre da destra, qualcuno ha fatto notare che il problema non è aver intervistato Pezeshkian, ma averlo fatto come unica voce “iraniana” senza dare spazio anche a dissidenti e oppositori interni. Non sorprende, per questo, che il presidente abbia usato la conversazione per promuovere la narrazione del regime: accusare gli Stati Uniti e Israele di aver creato l’Isis, e presentare l’Iran come vittima delle ingerenze esterne. Un copione prevedibile. Ma non è colpa di Carlson se sui media tradizionali la voce degli ayatollah è quasi solo occultata, o ridicolizzata.
Questa intervista arriva in un momento delicato per la destra trumpiana. L’attacco degli Stati Uniti all’Iran di dieci giorni fa ha riacceso la tensione tra l’ala più bellicosa dei repubblicani – ancora legata a Netanyahu e alla tradizionale politica interventista – e la corrente “America First” più giovane e contraria a nuove guerre in Medio Oriente, incarnata da figure come Carlson, Charlie Kirk e Marjorie Taylor Greene, e persino da Glenn Greenwald, giornalista investigativo che pur con un passato progressista non ha mai fatto mistero di preferire ormai il realismo di Trump all’idealismo della dinastia Clinton. Pezeshkian lo ha capito bene: durante l’intervista ha parlato di “guerra infinita” e ha puntato il dito non contro Trump, ma contro Netanyahu, consapevole delle divisioni interne al fronte conservatore americano.
Il paradosso è che il sogno di un’America isolazionista, libera da ingerenze globali, è difficilmente realizzabile. Come osservano molti analisti, tra cui in Italia, il politologo Lorenzo Castellani, il ruolo egemonico degli Stati Uniti non deriva solo dalle scelte sbagliate di un’élite, ma da tendenze storiche, economiche e strategiche difficili da invertire. Non basta un cambio di presidente o di retorica per smantellare un impero costruito in ottant’anni.
Sia quel che sia, l’intervista di Carlson non va vista come uno scandalo, ma come giornalismo. È più preoccupante il fatto che tanti reporter abbiano perso la voglia o il coraggio di fare qualcosa di simile, limitandosi a ripetere i refrain pro-status quo, di una sola parte, senza metterla in discussione. Se poi sia stata un’intervista illuminante è un altro discorso: chi si aspettava risposte sincere o autocritiche dal presidente iraniano rimarrà deluso. Ma la funzione dell’intervista resta quella di offrire agli spettatori elementi per farsi un’idea propria – e magari per chiedere conto ai loro leader delle scelte che li portano, nelle guerre, sempre più vicini all’Eterno ritorno dell’uguale.
