Gli Stati Uniti, all’apice della loro potenza militare, scatenarono tutto il loro arsenale — tranne la bomba atomica — per cercare di schiacciare un movimento rivoluzionario che nasceva in un piccolo Paese contadino. Oggi, a cinquant’anni dalla caduta di Saigon, il 30 aprile 1975, il Vietnam sta celebrando la fine della guerra e l’unificazione del Paese con un fitto programma di sfilate e feste nazionali. Ma la decisione dell’amministrazione di Donald Trump di boicottare ufficialmente le commemorazioni, vietando ai suoi diplomatici — incluso l’ambasciatore Marc Knapper — di partecipare agli eventi organizzati a Ho Chi Minh City, rischia di offuscare il valore storico di questo anniversario.
Non potranno presenziare alle celebrazioni, ai ricevimenti ufficiali e alle parate: un passo indietro nel difficile cammino della riconciliazione tra i due Paesi. Mentre i veterani statunitensi in visita in Vietnam sono stati avvertiti che dovranno organizzarsi autonomamente per partecipare a incontri pubblici e cerimonie. “È davvero un’occasione mancata”, ha commentato al New York Times John Terzano, veterano e cofondatore della Vietnam Veterans of America Foundation.
La normalizzazione con Clinton e Biden
Il peso della guerra per gli Stati Uniti in quegli anni è stato impressionante: oltre 58.000 morti, più di 300.000 feriti, e un costo economico stimato intorno a un terzo di trilione di dollari. Gli effetti si fecero sentire anche negli anni successivi, contribuendo alla stagflazione degli anni Settanta e alimentando una profonda frattura sociale tra élite politiche e cittadini.
Ma dalla normalizzazione diplomatica del 1995, con Bill Clinton, le relazioni tra Stati Uniti e Vietnam si erano evolute. Tutt’oggi il rapporto è definito “cooperativo e globale” dal Dipartimento di Stato, con un interscambio commerciale passato da 451 milioni di dollari nel 1995 a quasi 124 miliardi nel 2023. Nel 2023, durante una visita ufficiale di Joe Biden, è stato annunciato un Comprehensive Strategic Partnership che include anche cooperazione in materia di difesa, in funzione di contenimento dell’espansione cinese. Il Vietnam è una tigre economica di oltre 100 milioni di abitanti che potrebbe godere dei cascami della guerra commerciale tra Pechino e Washington.
La storia del Vietnam, peraltro, potrebbe calzare perfettamente con la retorica anti-sistema di Trump: il Vietnam del Nord non era il tassello di una monolitica offensiva comunista guidata da Mosca e Pechino, ma un movimento nazionalista che oggi, nonostante l’ideologia ancora comunista, è partner strategico degli Stati Uniti. La decisione dei falchi del Pentagono di intervenire massicciamente, per di più sotto una amministrazione Dem come quella di John F. Kennedy, potrebbe essere un racconto morale usato dall’attuale presidente per promuovere una politica più realista, o come monito per gli interventisti fanatici.
Una sconfitta da dimenticare
Ignorare le celebrazioni di questi giorni significa non riconoscere questa evoluzione positiva. Significa anche indebolire simbolicamente un percorso, costruito in decenni di sforzi bipartisan, che ha trasformato un conflitto devastante in una relazione pacifica e proficua.
Le motivazioni della scelta di boicottaggio non sono ufficialmente chiare. Secondo alcuni analisti, il timore era quello di oscurare il traguardo dei 100 giorni del secondo mandato di Trump. Altri parlano invece della riluttanza dell’ex presidente di attirare l’attenzione su un conflitto che evitò di combattere grazie a un’esenzione medica. Più in profondità, sembra prevalere una visione semplicistica e a somma zero della storia: il Vietnam come “sconfitta” da dimenticare, invece che come una lezione costruttiva.
Ma la diplomazia non può ragionare per vincitori e vinti: come dimostra il mezzo secolo di relazioni Stati Uniti-Vietnam, anche da una guerra dolorosa può nascere una cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti. Chi ha combattuto in Vietnam ricorda l’importanza di quei gesti simbolici che danno senso e chiusura a vicende tragiche.
In un’America lacerata come non mai da divisioni interne, partecipare, anche solo formalmente, a una commemorazione di pace avrebbe avuto un significato per il trumpismo che va oltre la diplomazia: quello di un movimento capace di maturare, riconoscendo i propri errori e costruendo ponti e non solo muri. Ha prevalso invece, ancora una volta, il nazionalismo dispettoso.

