Trump tratta con l’Iran, Netanyahu cerca di rilanciare la guerra

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Giornata di negoziati ieri a New York tra Iran e Stati Uniti, nonostante il niet di Trump alla proposta di pace degli iraniani e il fatto che questi ultimi avessero negato che ci fossero in calendario ulteriori trattative. Negoziati indiretti, ovviamente, che si sono dipanati sulla base della proposta iraniana e delle obiezioni della controparte.

Non è dato di sapere cosa ne è uscito/uscirà, ma tutto ciò evidenzia la distanza tra quel che appare di questo conflitto e quanto si muove sottotraccia, ben più importante. Ciò che uscirà da questo ulteriore negoziato, a stare a quanto avvenuto per i precedenti, dovrà poi essere valutato in Iran, passando al vaglio delle diverse autorità e fazioni, con successiva risposta ufficiale di Teheran.

Tutto in stand by, insomma, con le solite azioni di disturbo mirate a far esplodere nuovamente tutto. Stavolta stanno usando il bizzarro tentato-attentato in terra britannica, con il Capo del Dipartimento di Stato, il neocon Marco Rubio, che ha agitato ulteriormente le acque affermando che dietro i cinque stranissimi attentatori ci sarebbe un Paese straniero (sottinteso l’Iran). Ciò nonostante gli asseriti rei siano dei ventenni londinesi…

Non solo Rubio, ad agitare le acque nel tentativo di suscitare tempeste anche Netanyahu che, di ritorno dall’assemblea generale dell’Onu,  ha fatto tappa negli Emirati Arabi. Qui, secondo indiscrezioni riferite dai media israeliani, avrebbe incontrato funzionari non specificati del Marocco, della Libia, della Giordania e del Qatar.

È alquanto ovvio che l’incontro serviva a trovare una strategia per aiutare l’Arabia Saudita a contrastare gli Houti dello Yemen. Qualcosa di diverso dall’attuale, fatta di bombardamenti (anche sui civili) e di operazioni via terra affidate all’inaffidabile esercito che risponde al governo fantoccio yemenita e a mercenari pagati da Riad.

Anzitutto urgono più mercenari e l’arrivo ad Abu Dhabi di Saddam Haftar – figlio di Marshal Khalifa Haftar l’uomo forte della Libia – candidato alla presidenza del suo Paese, fa presagire il possibile arrivo in Yemen di mercenari libici, leggi al Qaeda (vedi: Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi), usati ampiamente all’inizio del regime-change siriano contro Assad (CNN).

Ma da qui a indovinare cosa abbia in serbo Netanyahu per il martoriato Yemen non è ancora dato di sapere. Si sa però che il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman non si dà pace e sta cercando in tutti i modi e in tutto il mondo, o almeno in una parte di esso, sostegno alla sua campagna militare contro le milizie Houti.

Così ieri il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, si è incontrato con Marco Rubio per pietire nuovamente quell’aiuto statunitense finora negato da Trump. E oggi è sbarcato in Arabia Saudita lo sceicco Mansour bin Zayed, vicepresidente degli Emirati arabi, nonché vice primo ministro e presidente della Corte presidenziale, oltre che fratello minore del principe ereditario Mohamed bin Zayed. Probabile che sia incaricato di riferire a Riad quanto concordato nell’incontro segreto con Netanyahu.

Insomma, grandi manovre, che potrebbero non essere limitate solo a contrastare gli Houti, ma anche l’Iran nel più ampio contesto della conflagrazione regionale. In attesa degli sviluppi, val la pena soffermarsi sul motivo principale che avrebbe spinto Netanyahu a recarsi negli Emirati: chiedere al principe ereditario Mohamed bin Zayed di smentire che questi l’avrebbe avvertito dell’imminente attacco di Hamas del 7 ottobre (ABC news).

Ad oggi non sembra aver avuto successo, anche perché, in via preventiva e in costanza dell’incontro, il New York Times aveva confermato lo scoop di Haaretz, il primo a rivelare la telefonata di allarme tra bin Zayed e Netanyahu.

Ma Netanyahu non si rassegna, anche perché quella che sta combattendo è una guerra per la sopravvivenza, la sua, ché se perde le elezioni di ottobre rischia di finire in prigione. E oggi si è esibito nell’esercizio in cui eccelle: scatenare tempeste per accreditarsi come l’unico che può gestirle (il suo punto di forza in tutte le precedenti elezioni israeliane).

Così oggi, durante una visita a una base militare, ha lanciato un allarme inquietante su un possibile attacco di un nemico imprecisato prima delle elezioni. Allarme che va letto tenendo presente un articolo pubblicato ieri da Haaretz, a firma di Esther Salomon, dedicato al viaggio di Netanyahu ad Abu Dhabi, nel quale, secondo la cronista, avrebbe “implorato” il principe ereditario Mohamed bin Zayed di smentire la famosa telefonata.

“Ma esiste una spiegazione altrettanto convincente per il viaggio di Netanyahu, che si inserisce nei suoi calcoli elettorali”, scrive la Salomon. “Se il premier non riuscirà a imporsi sulla narrazione del 7 ottobre, potrà soppiantarla con un’altra crisi nazionale: la ripresa della guerra con l’Iran”.

“E la sua pressione per rinnovare il conflitto trova terreno fertile: gli Emirati Arabi Uniti sono frustrati dalla stagnazione con Teheran e dall’imprevedibilità di Trump. Il presidente americano minaccia di annientare l’Iran dopo le elezioni di medio termine, ma per Netanyahu è troppo tardi, dato che il suo obiettivo è solo il 27 ottobre [le Midterm sono successive ndr.]. Il primo ministro sta cercando di cancellare l’appellativo che gli è stato affibbiato dall’opposizione – il ‘Primo Ministro del Massacro del 7 ottobre’ – con una sua trovata: il Terminator di Teheran”.

“[…] Il viaggio negli Emirati Arabi Uniti non solo conferma la ferma negazione di Netanyahu sulle sue responsabilità riguardo l’attacco di Hamas, ma indica anche che sta pianificando un’opzione di ripiego: lo stato di emergenza nazionale, che sospenderebbe la campagna elettorale e le stesse elezioni. Vedremo se MBZ [Mohamed bin Zayed ndr.], finora restio ad aderire alla revisione storica del 7 ottobre, sarà disposto a collaborare con lui in un progetto ad alto rischio per salvare la carriera politica di Netanyahu”.

L’articolo della Salomon fa riecheggiare in modalità più inquietante le recenti dichiarazioni di Netanyahu, nelle quali ha più volte affermato che “la fine dell’Iran è vicina“.