Trump vuole sostituire le truppe Usa con una forza militare araba in Siria

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Quando Donald Trump dichiarò di voler ritirarsi dalla Siria, in molti esultarono. Per alcuni sembrava la certificazione della fine della guerra. Per molti altri, la realizzazione di quanto espresso da Trump in campagna elettorale sulla fine degli Stati Uniti come potenza “poliziotta del mondo”. In realtà quelle parole furono lette superficialmente. Trump – in questo coadiuvato dai generali che mettono ordine nella politica estera americana – disse altro. Il presidente Usa voleva ritirarsi dalla Siria. Ma questo non implicava la fine della guerra, solo un cambio di ruoli.

Proprio in questo senso, va letta la rivelazione del Wall Street Journal sulla volontà degli Stati Uniti di spostare il peso della missione sugli alleati arabi della regione. In pratica, gli Usa vogliono sostituire la propria presenza in Siria con una forza militare composta dalle forze di diversi Paesi arabi.



Il quotidiano americano riferisce che, nelle intenzioni del presidente, Paesi come Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Qatar prenderebbero il posto dei militari statunitensi dispiegati in Siria. Attualmente, le fonti del Pentagono hanno confermato la presenza di 2mila soldati Usa, dispiegati tendenzialmente nella parte nordorientale del Paese.

La questione è particolarmente importante. E se confermata, cambierebbe radicalmente la fisionomia della guerra in Siria. Il fatto che forze arabe che hanno tentato di rovesciare Bashar al Assad, siano coinvolte nella presunta stabilizzazione del conflitto siriano, indica che non c’è volontà di porre fine alla guerra, ma di cambiarla. Del resto, questo farebbe parte perfettamente parte degli obiettivi che l’amministrazione americana, a detta di Nikki Haley, si è posta in Siria. Il primo è sconfiggere lo Stato islamico. Il secondo è interrompere l’utilizzo di armi chimiche. Il terzo è eliminare l’influenza iraniana nel Paese o che, in generale, Teheran non prenda il sopravvento.

Questi tre obiettivi sono strettamente correlati. Per gli Stati Uniti, intervenire in Siria era possibile soltanto sfruttando il problema del terrorismo islamico. Altrimenti, l’amministrazione Obama (e ora quella Trump) avrebbe dovuto passare per il Congresso. L’uso delle armi chimiche, finora presunto, è stato il pilastro per legittimare e dare fondamento politico al bombardamento delle basi siriane. L’influenza iraniana, invece, riesce a unire tutti gli alleati regionali degli Stati Uniti, da Israele all’Arabia Saudita, che vogliono spezzare la cosiddetta mezzaluna sciita.

Domenica 15 aprile, subito dopo i raid che hanno colpito Homs e Damasco, e che hanno visto coinvolte le forze di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato di aver “convinto Trump a restare in Siria”. Una frase molto forte che la Casa Bianca poche ore dopo, ha smentito categoricamente.  La presidenza Usa, in un comunicato, ha riferito che “la missione degli Stati Uniti non è cambiata e il presidente ha chiarito che vuole che le forze statunitensi tornino il prima possibile”. 

Ma togliere 2mila soldati per sostituirli con forze alleate, non si tradurrà, purtroppo, nella fine del conflitto. La sua sarà una rimodulazione estremamente pericolosa. Un conto è avere gli Stati Uniti che, volenti o nolenti, rappresentano una forza nota. Un conto è una paradossale forza di stabilizzazione composta da quelle stesse monarchie del Golfo che hanno supportato le ribellioni in Siria e fazioni jihadiste che hanno massacrato la popolazione civile, tenuta in ostaggio per anni. Il tutto mentre Israele e Iran continuano a confrontarsi in maniera sempre più aspra.

L’Arabia Saudita disponibile a inviare forze

A poche ore dalla rivelazione del Wall Street Journal, arrivano le prime conferme da parte degli alleati Usa in Medio Oriente. Il ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir ha riferito che Riad sarebbe disposta a inviare truppe in Siria se gli Stati Uniti decidessero di espandere gli obiettivi della coalizione a guida Usa contro lo Stato islamico.

Il ministro degli Esteri saudita ha anche ricordato che le autorità del regno hanno proposto questa idea già durante la presidenza di Barack Obama. “Abbiamo anche proposto all’amministrazione Obama che se gli Stati Uniti avessero inviato delle forze, allora l’Arabia Saudita avrebbe preso in considerazione, con altri paesi, l’invio di propri reparti”. Una proposta poi lasciato in sospeso e che adesso, con il nuovo asse Donald Trump – Mohammed bin Salman, potrebbe tornare in auge.