Trump si sente minacciato. E l’Iran non c’entra…

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Per tornare in patria dal vertice Nato di Ankara Trump non ha usato il nuovo Air Force One ricevuto in dono dal Qatar, bensì il vecchio. Motivi di sicurezza, è trapelato. Timori che fanno il paio con quanto ha dichiarato Trump: “Sono il numero uno nella lista nera dell’Iran“.

Per capire cosa sta accadendo in questi giorni, caratterizzati dalla nuova fiammata di Hormuz, occorre partire da qui, da questa paura, che la scelta dell’aereo ha dimostrato plasticamente.

E dalla banale constatazione che l’Iran, anche se volesse, avrebbe zero possibilità di attentare all’Air Force One, vecchio o nuovo che sia, protetto dalle difese elettroniche più sofisticate del mondo, da una scorta di jet e dalla rete di sorveglianza a distanza dell’apparato di intelligence più sofisticato del mondo (o quasi, visto che c’è anche la Cina). Nessuna possibilità: Trump lo sa perfettamente e il suo dire è un po’ come parlare a nuora perché suocera intenda.

Scartata tale impossibile opzione è ovvio che le minacce percepite da Trump promanano da altri ambiti, quelli infuriati perché ha chiuso la guerra contro l’Iran e avviato il negoziato; e perché ha posto un freno, pur con i limiti del caso, alla mattanza libanese, e chiesto, come ha ribadito ieri, il ritiro di Israele dal Paese dei cedri.

Irritazione che si somma a quella causata dalla nuova bromance di Trump con Erdogan palesata nel G-7, dal momento che Israele & soci percepiscono la Turchia come un antagonista regionale al pari dell’Iran, come dimostra l’intemerata di Netanyahu contro la vendita degli F-35 ad Ankara.

Una distanza, quella di Trump verso il premier israeliano, dimostrata anche al vertice del G-7 quando, a una domanda se ne avrebbe sostenuto la rielezione, ha glissato, ribadendo che Bibi è stato un buon primo ministro in tempo di guerra (Timesofisrael); una specifica usata anche a fine giugno per segnalare che il suo tempo era finito.

Tali pericolose frizioni-criticità, vive e accese in patria e all’estero, insieme alla frustrazione per la constatazione dell’impossibilità, almeno ad oggi, di districare alcuni punti del memorandum di Islamabad, spiegano il cedimento, per logoramento, di Trump alle ragioni delle guerre infinite, da cui i rinnovati raid sull’Iran.

Nello specifico, l’accenno all’inestricabilità di alcuni nodi del memorandum riguarda due punti fondamentali. Anzitutto il Libano, dove Trump non riesce a imporre il ritiro israeliano, anche perché ha davvero poche sponde su cui far leva dal momento che sia nel magmatico ambito ebraico americano che in Israele, e sia tra sostenitori e critici di Netanyahu, per lo più si vuole rendere duratura l’occupazione e si pretende lo smantellamento di Hezbollah.

Né Trump ha la capacità di affrontare le manovre di Netanyahu che, anche quando sembra cedere alle pressioni, trova sempre il modo di dilazionare, depotenziare, vanificare qualsiasi iniziativa volta a frenare le sue guerre perpetue.

Basti pensare a come abbia vanificato quanto stabilito sul Libano nell’accordo di Islamabad. Ha evitato di criticare apertamente l’intesa, che prevedeva un cessate il fuoco e il ritiro, aderendo a suo modo alla tregua, cioè ammazzando meno libanesi al giorno, e lavorato in parallelo, grazie alla sponda del Capo del Dipartimento di Stato Usa Marco Rubio, a un accordo tra Israele e il vacuo governo libanese che prevede un ritiro legato al disarmo di Hezbollah – assente negli accordi di Islamabad – e un ridispiegamento di Israele talmente rallentato e condizionato da risultare fantasmatico.

Quanto a Hormuz, Trump ha difficoltà ad accettare che Teheran imponga un proprio regime sul transito dello Stretto, sia che si tratti di tariffe sui servizi o di pedaggi, perché ciò favorirebbe l’Iran e ne lederebbe l’immagine, lo farebbe apparire perdente, come sicuramente gli faranno presente tanti suoi interlocutori.

Così sembra aver tacitamente accolto l’idea di minare tale possibilità approvando il piano di far passare le navi attraverso lo Stretto usando una rotta alternativa a quella concordata a Islamabad con Teheran, che si dipana lungo le coste dell’Oman, nelle acque meridionali dello Stretto.

Transito che si svolge di notte, a transponder spenti, incoraggiato e supervisionato dalla Marina statunitense, che ha ripreso uno schema già attuato, fallendo, prima del protocollo di Islamabad.

Sviluppo inaccettabile per gli iraniani. Così su Presstv: “La logica strategica suggerisce che, creando un corridoio alternativo, l’Oman ha offerto alle navi una rotta che evita la giurisdizione iraniana, normalizzando di fatto un sistema in cui il ruolo dell’Iran nell’amministrazione dello Stretto diventa irrilevante”.

Da qui l’attacco alle tre navi in transito di due giorni fa, presumibilmente anticipato da avvertimenti ignorati, e tutte le conseguenze successive. Interessante che a riferire a Trump degli attacchi iraniani siano stati Rubio e il ministro della Guerra Pete Hegseth, come riferisce il Wall Street Journal, cioè i più ferventi neocon della sua amministrazione, i quali lo hanno anche incalzato sul fatto che un accordo definitivo con l’Iran sia impossibile.

Si riaprono, quindi, le prospettive di una guerra su larga scala, come sembra prefigurare il ritorno in Medio oriente degli aerei cisterna, necessari per i bombardamenti in profondità. Anche se tanti, a iniziare da diversi funzionari israeliani, escludono tale possibilità, prefigurando invece un ritorno al blocco di Hormuz, evocato anche da Trump, e una guerra di logoramento.

A contrastare tale prospettiva la crisi energetica globale causata dal blocco precedente, che lo sblocco pregresso ha solo alleviato. Le riserve energetiche globali, anche quelle statunitensi, restano agli sgoccioli. Né Trump propende per impantanarsi in guerre di durature. Tanto che ieri ha dichiarato di aver parlato di nuovo con gli iraniani, parole che hanno lievemente calmierato il prezzo del petrolio e i titoli connessi.

Ma tante restano le variabili che potrebbero far deragliare la crisi attuale verso prospettive catastrofiche, anzitutto quelle che potrebbero inserire i tanti potenti votati alle guerre infinite, da Netanyahu ai neocon Usa. Tutto dipenderà dai prossimi giorni, forse anche da stanotte.