L’annuncio di Donald Trump di ritirare il contingente americano dalla Siria aveva sorpreso molti. Una notizia che poteva e che potrebbe rivoluzionare in modo definitivo lo scacchiere siriano, dal momento che i 2mila uomini delle forze americane rappresentano più che un elemento fondamentale nella guerra che sconvolge il Paese mediorientale da sette lunghissimi anni.

Per i sostenitori della scelta, la notizia del ritiro Usa appariva (e appare) come una sorta di via libera alla definitiva stabilizzazione della Siria. Esclusa la superpotenza guida della coalizione internazionale, è evidente che la strategia degli avversari di Bashar al Assad subirebbe un colpo forse definitivo.

Per i suoi oppositori, invece, le perplessità sono diverse. C’è chi crede che questo annuncio rappresenterebbe l’immagine plastica di un ritiro strategico degli Stati Uniti dal Medio Oriente. Altri, invece, temono l’immagine di una potenza capace di abbandonare gli alleati, sia locali (come i curdi), che regionali. Altri ancora, invece, ritengono che questo abbandono del campo siriano possa tradursi nella supremazia delle forze regionali a danno della geopolitica americana, con Russia, Iran e Turchia a diventare i veri e proprio imperi in grado di controllare il destino non solo della Siria, ma anche della regione.

Il Pentagono ha sintetizzato queste perplessità in un gesto: le dimissioni di James Mattis. Ma lo Stato profondo americano non si è limitato a questa azione. Le pressioni sulla Casa Bianca sono cresciute in maniera esponenziale al pari di quelle degli alleati regionali. In Siria non può esserci un ritiro rapido e definitivo delle truppe americane: serve tempo, possibilmente molto. Ed è su questa base che è iniziato l’assedio nei confronti del presidente Trump, accusato di essere stato eccessivo e irruento con un annuncio che può rappresentare una spartiacque fondamentale nella strategia americana.

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Così, dopo settimane dalle parole del presidente, arriva una rivelazione del New York Times: Trump ha convenuto con il Pentagono sulla necessità di concedere almeno quattro mesi per ritirare i 2mila soldati schierati in Siria. Secondo il quotidiano americano, durante la sua visita in Iraq della scorsa settimana, Trump avrebbe detto al comandante delle forze statunitensi in Iraq e Siria, generale Paul LaCamera, che il ritiro avverrà nell’arco di alcuni mesi, in maniera ordinata e senza quella rapidità quasi irruenta che si poteva leggere nelle parole con cui il capo della Casa Bianca ha annunciato il ritiro.

Sempre secondo le fonti del Nyt, domenica Trump ha fornito rassicurazioni a Lindsay Graham, uno dei senatori repubblicani più critici sul ritiro delle truppe. E ieri, lo stesso presidente ha pubblicato un tweet sul fatto che gli Stati Uniti riporteranno “lentamente” a casa le truppe.

If anybody but Donald Trump did what I did in Syria, which was an ISIS loaded mess when I became President, they would be a national hero. ISIS is mostly gone, we’re slowly sending our troops back home to be with their families, while at the same time fighting ISIS remnants……

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 31 dicembre 2018

Trump cede alle pressioni del Pentagono? Sì e no. Il ritiro, in ogni caso potrebbe esserci. E quattro mesi non sarebbero sicuramente un periodo estremamente lungo in un conflitto che varcherà la soglia degli otto anni. Sicuramente la Difesa americana ha lanciato segnali chiari al capo della Casa Bianca sul fatto che non potesse esserci un ritiro immediato delle truppe senza destabilizzare una strategia pluriennale. 

Ma è anche vero che, come spiegato su questa testata, molto probabilmente la notizia del ritiro americano è stata presa con estrema enfasi. Il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria non significherebbe né l’abbandono del Medio Oriente da parte di Washington né dei suoi avamposti nel conflitto siriano. Gli Stati Uniti hanno troppi interessi nella regione e ne è consapevole lo stesso presidente repubblicano.

Trump ha voluto lanciare probabilmente alcuni segnali. Il primo, al suo elettorato, che lo ha votato anche per una nuova spinta “isolazionista” tipica di una certa parte del mondo repubblicano e che non ha mai considerato utile il coinvolgimento in Siria. Il secondo messaggio, agli alleati regionali, che Trump vorrebbe coinvolgere sempre più nella guerra al posto delle truppe Usa, come descritto anche dal suo tweet con cui ha sostanzialmente dato via libera alla Turchia nel nord-est siriano. Terzo messaggio, quello rivolto all’apparato interno: e infatti sono arrivate le dimissioni di Mattis, uno degli elementi più critici dell’amministrazione americana.

Questi messaggi sono arrivati ai destinatari. E adesso Washington potrebbe aver chiarito alcuni punti fondamentali. E adesso, Trump potrebbe aver deciso di tornare ad ascoltare i generali e i suoi alleati.