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Mac Thornberry è un deputato del Congresso Usa, repubblicano, membro del House Armed Service Committee, ovvero la commissione Difesa della Camera dei Rappresentanti. Thornberry ha scritto una lettera al presidente Trump, nella giornata di martedì 9 giugno, chiedendogli di ripensare alla decisione di ridurre il numero di truppe americane presenti in Germania.

Nella missiva, firmata a nome dei membri repubblicani della commissione, si legge che tale provvedimento, che influirà anche sul numero totale di effettivi presenti in Europa, suscita preoccupazione in quanto “danneggerà significativamente la sicurezza degli Stati Uniti e allo stesso tempo rafforzerà le posizioni della Russia a nostro discapito”.

Thornberry non usa mezzi termini riguardo alla Russia: secondo lui la minaccia all’Europa data da Mosca non è affatto diminuita e ritiene che segnali di indebolimento del sostegno statunitense alla Nato provocherebbero un’ulteriore reazione aggressiva russa. Il riferimento in questo caso è ovviamente al putsch con relativa successiva annessione avvenuto in Crimea nel 2014, un perfetto esempio di operazione di guerra ibrida andato a buon fine che entrerà nei manuali militari.

Parallelamente il deputato, forse per non entrare in polemica con l’esecutivo, ricorda quello che è uno dei motivi per i quali la Casa Bianca ha deciso di diminuire la presenza militare in Germania, ovvero la volontà di sensibilizzare gli alleati della Nato affinché si occupino più attivamente della propria Difesa. Una volontà mai nascosta da questo esecutivo e confermata una volta di più anche dalle parole di Richard Grenell, ambasciatore Usa in Germania e fedelissimo di Trump, che in una recente intervista al quotidiano tedesco Bild ha riferito, confermando la volontà di Washington di ritirare le truppe e sorprendendo lo stesso ministero della Difesa tedesco, che “é un tema caldo negli Stati Uniti e anche un punto politico che il presidente solleva da molto tempo. Noi vogliamo riportare a casa truppe da Siria, Afghanistan, Iraq, Corea del Sud, Giappone e anche dalla Germania”.

L’ambasciatore Grenell ha sottolineato soprattutto che la decisione è rivolta al fronte interno americano, dove l’opinione pubblica, e anche l’ambiente militare, sono po’ stufi di pagare troppo per difendere altri Paesi, e la Casa Bianca, dato il difficilissimo momento per via delle tensioni e proteste razziali, è alla ricerca di consensi. Questo concetto è in linea con il principio presidenziale dell’America First ed è stato anche fonte di attriti con l’Alleanza Atlantica nel passato recente. Attriti che hanno provocato reazioni da parte delle due nazioni che reggono i destini dell’Europa Continentale – Francia e Germania – che, in modo diverso, hanno cominciato a guardare con diffidenza rispettivamente alla Nato e a Washington.

Se, infatti, da un lato Parigi si è chiesta se sia ancora conveniente far parte di un’organizzazione internazionale che molto spesso è artefice esclusivamente degli interessi del suo membro più potente, gli Stati Uniti, che ne orienta la politica, dall’altro Berlino, pur distaccandosi da questa visione, non sta avendo rapporti idilliaci con Washington sotto questa presidenza per motivi commerciali: al Bundestag non hanno digerito l’elevazione dei dazi su acciaio e alluminio, mentre alla Casa Bianca gli accordi tra Germania e Russia per le forniture di gas attraverso il nuovo gasdotto Nord Stream 2 sono visti come fumo negli occhi.

La recente decisione di ritirare 9.500 militari dal proprio contingente di stanza in Germania, che ammonta attualmente a 34mila uomini, e di trasferirle in parte in Polonia evidenzia una frattura più europea che transatlantica. In seno alla Nato esiste un nuovo fronte interno, lungo la linea dell’Oder-Neiße, che separa un’Europa russofobica – quella orientale – da una che non lo è, quella occidentale (fatto salvo per il Regno Unito) capitanata proprio dalla Germania.

Non è un caso infatti che proprio la Polonia sia destinataria di parte del contingente americano che era presente in Germania: l’ambasciatrice americana a Varsavia già ad agosto scorso aveva voluto dare “il benvenuto in Polonia ai soldati americani di stanza in Germania” che erano stati allora trasferiti seguendo il processo di spostamento delle basi Usa dall’Europa occidentale a quella orientale che è in atto già da tempo, da prima dell’avvento di Trump alla Casa Bianca, e che è motivato sia dalla necessità strategica di avere assetti vicini alla linea del fronte, sia dall’esplicita richiesta dei governi dell’Europa orientale, Polonia in testa.

Una decisione maturata a Washington, certo, ma che vede comunque lo zampino di Varsavia: negli Stati Uniti la comunità di origini polacche è numerosa e talmente potente da aver anche avuto un peso decisivo nella decisione di allargare la Nato ai Paesi dell’Est negli anni ’90.

La richiesta di Thornberry, pertanto, rischia di rimanere lettera morta, anche se il deputato ha molta influenza sull’esecutivo: la sua proposta sulla Indo-Pacific Deterrence Initiative, mutuata dalla relazione Regain the Advantage dell’ammiraglio Philip Davidson, sembra essere stata recepita dalla Casa Bianca e potrebbe avviarsi a superare “gli sbarramenti” del Congresso.

Per il momento non è possibile prevedere se il presidente darà ascolto a Thornberry e tornerà sui suoi passi: la decisione di ritirare una parte del contingente militare presente in Germania è arrivata lo stesso anche dopo la decisione di Berlino di acquistare gli F-18 – insieme ai Typhoon – per sostituire la propria linea di velivoli da attacco al suolo composta da Tornado. Una decisione che abbiamo avuto già modo di criticare aspramente e che a questo punto possiamo dire abbia davvero scontentato Washington che forse si aspettava di piazzare in extremis gli F-35 anche ai tedeschi.

Non c’è da aspettarsi, però, una frattura euro-atlantica insanabile e definitiva: la Germania non ha nessuna intenzione di affrancarsi dalla Nato, che ritiene un organismo ideale per la propria sicurezza per evitare di investire troppo nella Difesa, che ritiene ancora un settore scomodo di cui farebbe volentieri a meno per una questione ideologica legata ancora a quel sentimento di colpevolezza per il nazismo e la Seconda Guerra Mondiale.

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