Trump prova ad riaprire il dialogo con l’Iran

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Ieri avevamo accennato che Trump ora può permettersi iniziative che prima gli erano negate dai vincoli cui era costretto. Una libertà relativa, ovvio, che tanti sono ancora i lacci che lo stringono, ma pur sempre qualcosa. Tanto che ieri ha aperto, a suo modo, cioè come fosse una concessione, a una ritorno al dialogo con Teheran, dopo un periodo nel quale aveva assunto una posa attendista.

L’apertura è stata respinta dal portavoce dell’esercito iraniano, che ha ribadito quali sono le condizioni per adire a questo passo, che poi è quanto Teheran ribadisce dall’inizio della cosiddetta tregua (armata).

Un’apertura, quella di Trump, che sembra più una mossa della disperazione. Probabile che sperasse che il summit sul destino di Horumz tra i ministri degi Esteri dei Paesi del Golfo e quello iraniano, previsto per lunedì scorso in Oman e saltato dopo l’attacco false flag contro un importante oleodotto saudita (vedi Piccolenote), gli togliesse le castagne dal fuoco.

Se tutti i Paesi del Golfo avessero accettato quanto concordato tra Iran e Oman sul transito navale nello Stretto, Trump avrebbe avuto il destro per accogliere lo sviluppo, pietra d’inciampo di questo conflitto, e avviare una reale de-escalation oppure semplicemente fare dietrofront dichiarando chiusa la questione.

Tutto saltato, così, dopo la mancata occasione, ha provato a esporsi in prima persona rilanciando il dialogo. Ma l’apertura era destinata a essere rigettata, dal momento che non ha detto nulla sul destino dello Stretto – ha cioè ignorato l’accordo Iran-Oman sulla sua gestione (tema che Teheran considera una linea rossa) – né ha richiamato il Memorandum di Islamabad, sul quale la controparte insiste da tempo.

Tutto bloccato. L’Arabia Saudita sa perfettamente che l’attacco al suo oleodotto è stata una false-flag, ma non può permettersi di dirlo, stretta com’è dai lacci dei suoi alleati. Così si dibatte nel tentativo di vincere una guerra persa.

Il principe ereditario Mohamed Bin Salman si è incontrato con il Comandante del Centcom, poi ha chiesto aiuto anche a Londra, che al massimo può dare supporto di intelligence (entrare in guerra con gli Houti, che hanno umiliato la Marina degli Stati Uniti, sarebbe bizzarro).

Tutto ciò mentre le forze di terra – mercenari siriani, leggi al Qaeda – inviate in Yemen a supporto di quelle governative, sono state sbaragliate in una sola settimana dagli Houti. E a nulla servono i bombardamenti intensivi di questi giorni: è dal 2014 che sul martoriato Paese piovono le bombe di Riad e della coalizione internazionale che la supporta, senza esito. Gli Houti sono abituati alle bombe e alle durissime restrizioni imposte loro dalla comunità internazionale.

Inoltre, la carenza di armamenti statunitensi, ammessa ieri ufficialmente dal Pentagono, peserà sulla prosecuzione della campagna aerea del reame, mentre la stretta sul suo commercio petrolifero, bloccato su tutti i fronti (Hormuz e Bab el-Mandeb), peserà sempre più sulle sue casse.

Così, proseguire il conflitto per il Regno è un suicidio. Si sta inoltrando in un abisso che rischia di incenerirlo, ma purtroppo è questo il destino degli Stati usati dai neocon per giocare alle loro guerre infinite, vedi ad esempio alla voce Ucraina.

Servirebbe un colpo d’ali: basterebbe semplicemente che Riad dichiarasse decaduto il durissimo embargo contro gli Houti (da questo punto di vista, riecheggia la guerra iraniana, anch’essa voluta dal binomio neocon-Netanyahu, anch’essa bloccata dall’impossibilità, ad oggi, di dichiarare persa la guerra da loro iniziata).

Oggi Riad non può farlo, domani chissà. Sotto questo punto di vista, riferiamo quanto riporta MenchOsint su X: “Un Avro RJ85 del governo iraniano (EP-IGF) è appena atterrato a Riad. Il nominativo IRAN06 indica che molto probabilmente trasporta il Ministro della Difesa o il Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale”.

Possibile che trasporti altri che non figure tanto significative, ma resta la notizia bomba, sempre se vera (ma è confermata da Flightradar24.com). Il fatto che un incontro di tale livello e tanto importante per il destino del Regno debba svolgersi nel più assoluto segreto la dice lunga sulla libertà di cui godono i sauditi.

Quanto al conflitto più ampio, quello tra Iran e Stati Uniti, domani il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi è atteso in Cina. Nel riferire la notizia, al Jazeera registra che la visita precede quella di Xi Jinping a Washington del 24 settembre. Annotazione significativa.

Le bombe fanno più rumore della diplomazia, ma finché questa continua a dipanarsi, pubblicamente o nel segreto, si alimenta la speranza che la pioggia maligna cessi.

Nel frattempo, il caos innescato dall’aggressione all’Iran continua a causare danni al mondo. Riportiamo dal Wall Street Journal: “I dirigenti delle compagnie petrolifere americane avevano avvertito da mesi che la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz avrebbe inevitabilmente causato una crisi del carburante. Ora, dicono, la crisi è arrivata”.

“Le scorte di carburante in tutto il mondo si stanno esaurendo da oltre sei mesi e le riserve strategiche di greggio non possono essere sfruttate ulteriormente. Gli attacchi della scorsa settimana hanno bloccato un oleodotto dell’Arabia Saudita, cruciale perché aggirava lo Stretto, privando il mercato petrolifero globale, già in difficoltà, di almeno 2,5 milioni di barili al giorno, secondo le stime degli analisti”.

“«Tutti questi meccanismi hanno contribuito a mitigare i rischi sul prezzo e sull’approvvigionamento [del petrolio]»”, ha dichiarato il Ceo della Chevron Mike Wirth in una conferenza sull’energia tenuta venerdì scorso ad Austin, in Texas”.

“«Queste contromisure si sono ormai in gran parte esaurite e non disponiamo più delle riserve che avevamo all’inizio». È difficile prevedere l’andamento dei prezzi del petrolio, ha aggiunto, ma al momento è difficile immaginare un rapido calo. «Vorrei potervi dire che vedo qualche motivo per cui la situazione potrebbe migliorare, ma al momento è difficile prevederlo»”.

Ad aggravare la crisi, aggiunge il WSJ, il fatto che la Cina, che in precedenza aveva attinto alle sue riserve, ha ripreso a comprare sul mercato, a detrimento dell’approvvigionamento altrui. Tant’è.