Donald Trump ha minacciato il governo iraniano e invitato a non reprimere le massicce proteste che da fine dicembre divampano nella Repubblica Islamica mentre, nel frattempo, a Washington il presidente Usa è stato informato della preparazione per possibili attacchi aerei alla Repubblica Islamica qualora il caos dovesse aumentare nel Paese.
Le minacce di Trump, la chiamata Rubio-Netanyahu
Minacce notevoli e decisamente pesanti, che fanno il paio con la preparazione politica in sinergia con Israele, già autore di imponenti attacchi all’Iran nella guerra di giugno contro le infrastrutture dei Pasdaran, il settore energetico e i gangli nevralgici del regime di Teheran, e che probabilmente sono state oggetto della telefonata tra Marco Rubio, Segretario di Stato Usa, e il leader di Tel Aviv Benjamin Netanyahu nella giornata di ieri. Dopo aver sostenuto Tel Aviv con i raid del 22 giugno (Operazione “Midnight Hammer”) contro i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, Trump sta dunque accarezzando l’ipotesi di una più estesa campagna di bombardamenti contro obiettivi delle forze armate e del regime con l’obiettivo politico-militare di accelerare la caduta della Repubblica Islamica, se le proteste si facessero più ampie.

Proposta, questa, che sarebbe perfettamente coerente con la strategia di lungo termine del Partito Repubblicano, con l’interventismo di figure come Rubio e il senatore della Carolina del Sud Lindsey Graham, che ha parlato di “libertà in arrivo” per l’Iran, e con la politica di massima pressione inaugurata dal primo Trump nel 2018 smantellando l’accordo sul nucleare siglato nel 2015 da Barack Obama, e confermata nel secondo mandato del presidente dopo la flebile speranza dei colloqui bilaterali in Oman. Ma dare per scontato l’intervento Usa potrebbe essere prematuro.
Le ipotesi militari di un attacco all’Iran
In primo luogo, perché andrebbe capito in che misura Washington intenderebbe mobilitare la sua forza militare per colpire Teheran. Midnight Hammer fu compiuta dai bombardieri B-2 Spirit decollati direttamente dal suolo americano e riforniti dalle aerocisterne posizionate da Washington lungo la tratta di volo, senza coinvolgere le basi mediorientali degli Usa site in Paesi che vorrebbero evitare qualsiasi coinvolgimento nel conflitto.
Ebbene, la massiccia mobilitazione di aerocisterne che potrebbe sostenere i raid di aerei decollati da basi negli Usa o nell’Oceano Indiano (Diego Garcia) ad oggi non si vede, così come non è ancora presente nel Golfo Persico o nelle aree circostanti una forza navale americana tale da sostenere un assalto alla Repubblica Islamica. Mentre la portaerei “Gerald Ford” e il suo gruppo d’attacco sono da settimane schierati al largo del Venezuela, la squadra più vicina all’Iran è quella della portaerei “Abraham Lincoln“, che incrocia al largo del Mar Cinese Meridionale e potrebbe impiegare diversi giorni per raggiungere l’area di operazioni, così da poter sostenere l’operazione con attacchi di caccia imbarcati e missili Tomahawk.
Far cadere il regime con le bombe? Non è detto
In secondo luogo, un attacco massiccio all’Iran mirante direttamente ai gangli vitali del regime e alle istituzioni del Paese produrrebbe un’inevitabile spirale di caos, senza garantire il risultato: “I funzionari statunitensi hanno affermato di dover fare attenzione affinché eventuali attacchi militari non abbiano l’effetto opposto, ovvero quello di spingere l’opinione pubblica iraniana a sostenere il governo, o di innescare una serie di attacchi di ritorsione che potrebbero minacciare il personale militare e diplomatico statunitense nella regione”, nota il New York Times.
L’Iran non è la Libia, la Siria o il Venezuela, ma un Paese estremamente complesso che da decenni ha come dottrina militare la preparazione a uno scenario di scontro massiccio con Paesi come Usa e Israele, e il cui sistema politico, militare e repressivo sicuramente non si scioglierebbe come neve al sole sotto un’intensa campagna militare il cui esito rischierebbe di essere una violenta guerra civile su basi politiche, sociali e etniche tale da far sprofondare l’intero Medio Oriente in una spirale di violenza e problemi crescenti, magari con la ciliegina sulla torta dell’ascesa a Teheran di un regime militare dei Pasdaran a dir poco incontrollabile.
Attacco all’Iran, uno schiaffo agli alleati degli Usa
Infine, un intervento militare in Iran destabilizzerebbe profondamente le relazioni con gli Stati alleati e partner degli Usa. Agli estremi opposti dell’Iran, Paesi come Turchia e Pakistan, fondamentali per la proiezione americana, condividono confini porosi con la Repubblica Islamica e vivrebbero un intervento statunitense come un’operazione ben più problematica della martellante campagna israeliana di giugno.
Al contempo, l’Arabia Saudita, che in Yemen ha costruito il laboratorio della distensione con l’Iran sospendendo da quasi tre anni gli attacchi agli Houthi, è critica di un’ipotesi di risoluzione violenta della crisi di Teheran. Insomma, complessivamente, un’operazione anti-Iran avrebbe ben più costi che benefici per gli Usa e per il mondo. Trump, iper-interventista sul piano militare nel suo anno alla Casa Bianca, morderà il freno o prevarrà la spinta unilaterale degli Usa novelli “gendarmi del mondo”? La prima volta, tra fine Anni Novanta e i primi Duemila, non è andata esattamente bene. E Trump, eletto anche per chiudere questa stagione, dovrebbe ben saperlo.
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!

