Venti di guerra e spiragli di pace attorno l’Iran. Le ultime giornate hanno visto un climax ascendente di minacce di intervento statunitense contro il Paese centroasiatico, ove il regime è accusato di una pesante repressione delle proteste iniziate a fine 2025. Abbiamo visto negli ultimi giorni le minacce di Donald Trump a Teheran, l’appello dei Paesi europei ai loro concittadini a lasciare l’Iran, lo schieramento di aerocisterne attorno al Golfo Persico e a Honolulu, come a voler sostenere un volo dei bombardieri provenienti da Diego Garcia o direttamente dal suolo americano. Ma alle spalle, evidentemente, una diplomazia che si è mossa non si è mai fermata.
Trump frena sullo scontro con l’Iran
Lo confermano le parole di Trump direttamente dallo Studio Ovale della Casa Bianca. Il presidente Usa, poche ore dopo che dall’Europa era giunta voce di un attacco americano possibile in una finestra di 24 ore, ha gettato inaspettatamente acqua sul fuoco: “Le uccisioni in Iran si sono fermate”, ha detto poco più di 24 ore dopo aver invitato i cittadini del Paese a prendere d’assalto le istituzioni della Repubblica Islamica, aggiungendo che “non c’è un piano per le esecuzioni” dei manifestanti arrestati. Se l’Iran avesse iniziato a impiccare i protestanti, avrebbe superato un’esplicita linea rossa per l’intervento.
Queste parole riportano verso il sereno il meteo nella regione e lasciano uno spiraglio, peraltro nemmeno minuscolo, per la possibilità di una soluzione diplomatica alla questione delle proteste in Iran e più in generale al contesto strategico di Teheran.
Leggiamo a livello sistemico il contesto strategico: Trump parla anche perché sa bene che le opzioni militari per gli Usa sono, nel breve periodo, limitate. Con le portaerei lontane e con la possibilità di colpire solo a lunga distanza o coi caccia nella regione, Trump non è sembrato dare alcun ordine di preparazione a un attacco su larga scala paragonabile a quello che precedette a giugno l’operazione Midnight Hammer contro i siti nucleari dell’Iran.
Dilemmi nel Golfo
Tutto questo abbassa la temperatura dello scontro. Il rischio per il Medio Oriente era quello di scivolare verso il baratro da un crinale già pericoloso. Ma in fin dei conti la guerra appariva una soluzione subottimale per tanti.
Non volevano la guerra gli alleati regionali degli Stati Uniti, a partire da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. In particolar modo, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha nell’ultima settimana condotto un’amplissima attività diplomatica tra le cancellerie della regione, incontrando ieri l’ambasciatore a Ankara Tom Barrack, peraltro critico della storica strategia americana dei regime change che l’élite neoconservatrice e interventista voleva veder applicata anche contro gli ayatollah. Temendo il caos e l’ipotesi di una guerra civile in Iran, i turchi e le altre potenze regionali hanno spinto per far desistere gli Usa.
Anche Israele ha dei dubbi
Ma a ben guardare neanche Israele e Benjamin Netanyahu sembravano entusiasti del bis del conflitto di giugno: l’ipotesi di un attacco iraniano con missili a lungo raggio sullo Stato Ebraico come rappresaglia ai raid avrebbe colto Tel Aviv sguarnita in termini di difesa antiaerea.
Netanyahu sperava, realisticamente, in un collasso dell’Iran e in una genuina vittoria delle proteste o, ipotesi strategica ancor più rilevante, nella balcanizzazione del Paese per la cui concretizzazione non avrebbe, in solitaria, le forze. Dominatore tattico, lo Stato Ebraico non ha ottenuto alcun obiettivo strategico a giugno, non riuscendo a conseguire il collasso della Repubblica Islamica o la paralisi strategica del sistema militare.
Un nuovo conflitto sarebbe risultato in un azzardo, anche per Netanyahu: inaugurare l’anno che porterà alle elezioni politiche con una pioggia di missili sulle città israeliane non apparirebbe un buon viatico. Non a caso il Washington Post oggi segnalava che Israele e Iran, tramite la mediazione russa, avrebbero concordato di desistere da attacchi preventivi. Segno dello sfinimento dei due contendenti dopo i colpi scambiati a giugno.
Il gran tessitore Araghchi in campo
A tal proposito, è bene sottolineare come l’Iran stesse portando avanti un’intensa attività diplomatica. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri di Teheran, si era messo a pedalare in testa al gruppo con la consueta energia: due chiamate con Fidan tra ieri e oggi, una serie di contatti con i diplomatici della regione e, soprattutto, un filo diretto con l’inviato di Trump Steve Witkoff con cui i rapporti sono solidi dopo mesi di negoziato sul nucleare nel 2025 hanno contribuito a non isolare la Repubblica Islamica. Araghchi era stato il primo, lunedì, a parlare di una situazione “sotto controllo”, e negli ultimi giorni è stato lecito chiedersi quanto intensamente l’Iran stesse ancora protestando.
Dietro le parole di Trump c’è, dunque, un intenso lavorio diplomatico. C’è la consapevolezza che questa volta si gioca seriamente col fuoco, e che le conseguenze di un incendio sarebbero letali e non governabili. L’Iran è il territorio inesplorato dei conflitti mediorientali. L’unico Paese esterno alla Penisola Arabica, nel Grande Medio Oriente in fiamme degli ultimi decenni, cui sia stata risparmiata una guerra lunga e duratura sul suo territorio, al netto dei dodici giorni di scontro con Israele. Anche chi, inequivocabilmente, chiama a gran voce la caduta degli ayatollah, come Israele, probabilmente non ha la forza e la volontà di affrontare, almeno per ora, il rischio di un rogo. Non è la pace, è un equilibrio situazionista che potrebbe evitare conseguenze peggiori. Ma non risolve i problemi strategici a monte e, soprattutto, concede uno spiraglio di tregua che avrà senso solo se ben sfruttato.