La visita di Trump in Cina accende qualche speranza per risolvere la criticità iraniana. Molti gli analisti che hanno accennato a tale possibilità, tanto che Trump ha dovuto dichiarare che non ha bisogno della Cina per risolvere la crisi.
Insieme alle nuove e roboanti minacce contro Teheran sull’ipotesi di riprendere le ostilità e alle immagini IA pubblicate su X, che immortalano l’affondamento di navi iraniane da parte delle forze statunitensi, si tratta di coprirsi le spalle per evitare, o almento attutire, le pressioni di Israele e dei falchi che contrastano l’accordo. Resta, però, un suo cenno sibillino: “Solo noi e la Cina possiamo” recuperare l’uranio arricchito iraniano che giace sottoterra.

Non è vero, dal momento che altri, anzitutto la Russia, potrebbero. Così l’accenno lasciato cadere prima della partenza per Pechino segnala un’apertura. Deve aver suscitato le ire dei falchi, da cui la rassicurazione postuma suddetta. La dichiarazione va letta insieme a un’altra, successiva: “L’unica cosa che conta, quando parlo dell’Iran, è che non possa avere un’arma nucleare […]. Penso a una sola cosa: non possiamo permettere all’Iran di avere un’arma nucleare. Tutto qui. Questa è l’unica cosa che mi interessa”.
Dove va sottolineato quell’unicità, ribadita più volte. Ciò stride con le aspirazioni israeliane e dei falchi Usa. Così la CNN, Israele “teme che Trump possa raggiungere un accordo” che lasci “parzialmente intatto il programma missilistico” [parzialmente significa che si limiti a evitare l’atomica ndr.] e tralasci di affrontare “i missili balistici e il sostegno ai gruppi armati regionali”.

Le dichiarazioni di Trump corrono in parallelo alla telefonata di ieri di Wang Y al suo omologo pakistano Ishaq Dar, nella quale il ministro degli Esteri cinese ha chiesto di intensificare gli sforzi di mediazione tra Iran e Stati Uniti e di aiutare ad affrontare ‘adeguatamente’ la questione della riapertura dello stretto di Hormuz”.
La speranza, pericolo per i falchi, che qualcosa si decida nell’ambito degli incontri riservati di Pechino, c’è. Così è partito il fuoco di sbarramento. Non sappiamo come si dipani nel segreto, nell’ambito pubblico si può notare che sia il New York Times che il Washington Post, i media dell’establishment, hanno salutato la partenza di Trump con due articoli che lo sollecitano a riprendere la guerra.

Il WP riesuma il superfalco neocon John Bolton, il quale spiega che “il problema di Trump non è che abbia lanciato gli attacchi, ma che non abbia portato a termine il lavoro”. Così l’asserita minaccia iraniana resta e si riproporrà. Chiaramente Bolton rigetta la via diplomatica e spiega che Trump ha “solo due opzioni”: la prima è “riprendere la distruzione degli strumenti del potere statale iraniano”. La seconda, “è quella più modesta di aprire militarmente lo Stretto di Hormuz al commercio con i Paesi arabi del Golfo, ma continuando a mantenere il blocco navale contro l’Iran”, che poi è un altro modo per riprendere le ostilità, dal momento che l’Iran non permetterebbe di forzare lo Stretto.
Dello stesso tenore l’articolo di Thomas Friedman sul Nyt, che dà voce ai falchi liberal, così da dimostrare la convergenza sul tema tra democratici e repubblicani. Secondo Friedman non si può permettere all’Iran di controllare lo Stretto di Hormuz e riscuotere i pedaggi del transito, come da intenzioni di Teheran. Ciò danneggia il commercio internazionale, scrive. E dal momento che i danni sono globali, la Nato deve intrupparsi nella crociata per riaprire Hormuz.
Poetico il suo invito a versare altri fiumi di sangue: “Radunate tutte le vostre Marine e dirigetevi immediatamente verso il Golfo Persico per unirvi all’armata americana e chiarire che all’Iran non sarà mai permesso di decidere chi può e chi non può passare attraverso lo Stretto di Hormuz. E, se insiste nel volerlo fare, non si troverà ad affrontare solo gli Stati Uniti e Israele, ma l’intera alleanza occidentale”.
Tale levata di scudi serviva anche a dimostrare la compattezza del fronte delle guerre infinite, per coprire i segnali di divergenze al suo interno. Un segnale fortissimo in tal senso era infatti giunto da una fonte davvero impensabile, il media The Atlantic, che sotto la direzione di Jeffrey Goldberg è diventato una sorta di bibbia dei neoconservatori.
E da una penna altrettanto sorprendente, Robert Kagan, decano dei neocon e fondatore, insieme a William Kristol, del Project for the New American Century, think tank che ha elaborato la dottrina delle guerre infinite. Nel suo articolo del 10 maggio – dal titolo inequivocabile: “Scacco matto in Iran” – spiega, in estrema sintesi, che l’avventura iraniana per gli Usa è una catastrofe irrevocabile.

Una catastrofe alla quale non c’è alcun rimedio se non il ritiro, ché le alternative – forzare il blocco iraniano, riprendere i bombardamenti ad ampio spettro, distruggere la civiltà iraniana, impegnarsi in una guerra aperta con truppe di terra, colpire un’ultima volta per poi ritirarsi – non piegherebbe Teheran e soprattutto non impedirebbe una rappresaglia sulle risorse energetiche della regione, che infliggerebbe danni decennali all’economia globale.
Una catastrofe dalla quale non si torna indietro: Hormuz resterà sotto il controllo iraniano che avrà così in mano il destino energetico del mondo; uno sviluppo che costringerà tutti i Paesi a contrattare con Teheran per accedere a tali risorse.
“La sconfitta americana nel Golfo”, conclude “avrà ripercussioni globali di più ampio respiro”. La disastrosa perfomance ha rafforzato Cina e Russia e “gli alleati americani in Asia orientale e in Europa dovranno interrogarsi sulla capacità di resistenza degli Stati Uniti in caso di futuri conflitti. L’adattamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante degli Stati Uniti nel Golfo è solo la prima di molte vittime”.
Per inciso: l’Iran si sta interfacciando con l’Oman per il controllo dello Stretto. Si tratta di acque territoriali dei due Paesi, da cui la legalità di chiedere pedaggi, come avviene per il Canale di Panama, di Suez e altrove.
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