Coraggioso, Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo Usa che due settimane fa si è dimesso perché contrario all’attacco all’Iran spiegando, in una lettera aperta, che il suo Paese è stato trascinato in guerra sotto “la pressione di Israele e della potente lobby” che promuove gli interessi israeliani negli Usa senza motivo, perché Teheran non era una minaccia.
Noto anche ciò che ha dichiarato in un’intervista a Tucker Carlson, in particolare la rivelazione sull’assassinio di Charlie Kirk, che ha definito una “pubblica esecuzione”, avvenuto poco dopo che questi aveva dato un contributo significativo nell’impedire che l’America fosse trascinata in guerra contro l’Iran lo scorso giugno.
Un attivismo constatato personalmente da Kent, il quale ha riferito di aver incontrato Kirk alla Casa Bianca poco prima che questi parlasse con Trump e che, nell’incrociarlo, il giovane politico lo aveva esortato a gran voce di lavorare per impedire la guerra.
Nell’intervista anche la denuncia sugli ostacoli frapposti dall’FBI alle indagini sull’assassinio di Kirk, che hanno impedito all’antiterrorismo di approfondire gli “indizi” riguardanti una possibile pista estera.
Più o meno questi gli elementi dell’intervista che hanno avuto eco. Minor eco ha invece avuto il passaggio forse più esplosivo. Verso la fine dell’intervista, Carlson pone questa domanda: “Mi è stato riferito che il responsabile della sicurezza di Netanyahu è stato pescato due volte dai servizi segreti mentre attaccava un dispositivo sul veicolo di emergenza del servizio di sicurezza presidenziale. Non so se sia vero, ne hai sentito parlare?”
“L’ho letto sui media”, ha risposto Kent, “non so se è vero. Ricordo, però, che un giorno il presidente, il vicepresidente e alcuni membri del gabinetto sono andati a cena a Washington e che i manifestanti di Code Pink fossero a conoscenza del fatto, tanto da prenotare un tavolo [vicino]”.
“Non è facile. Infatti, dovevano sapere dove prenotare e devono aver in qualche modo coinvolto anche il ristorante. Per me, è una sorta di colpo di stato: una velata dimostrazione di forza. [Stanno dicendo] Posso toccarti quando voglio. È andata bene, i Code Pink, non avrebbero fatto niente, lo sappiamo […]. Ma segnala che hai dei seri problemi con la sicurezza”.
“Poi, qualche settimana dopo, un agente di polizia armato, fuori servizio, che non fa parte della scorta del presidente si avvicina al presidente e gli stringe la mano. Quel tizio magari è solo un patriota o qualcosa del genere. Probabilmente voleva solo incontrare di persona il presidente in modo del tutto innocuo”.
“[…] Ma che significa? Trump è molto intelligente… quindi, quando vede che ha problemi con la sua scorta personale, quando vede cosa è successo a Butler e con gli altri tentativi di assassinarlo…”
“Guardate cosa è successo a Charlie [Kirk], credo sia ragionevole pensare che da qualche parte nella sua testa pensi… ‘Forse non ho scelta. Forse possono farmi del male o far del male alla mia famiglia. E se non possono garantire la sicurezza mia…'”
“Credo che [Trump] sia molto coraggioso, che se si trattasse solo della sua sicurezza personale, non gli importerebbe. Lo abbiamo visto a Butler… ma lui ama la famiglia e la sua è numerosa. Quindi, da qualche parte nella sua testa, [deve aver pensato] ‘se non possono garantire nemmeno la mia sicurezza, che ne sarà della mia famiglia?'”
“Insomma forse il presidente [sulla questione Iran] è stato semplicemente ingannato dalla cassa di risonanza che ho descritto prima e siamo arrivati a questo punto per questo motivo. Ma c’è anche la possibilità che ci sia un elemento di coercizione, di intimidazione o qualsiasi altro termine tu voglia usare, che sta influenzando il suo processo decisionale”.
Ricostruzione che fa il paio con quella di Max Blumenthal, secondo il quale Israele e l’FBI hanno influenzato Trump convincendolo che l’Iran voleva assassinarlo, sia accreditando a Teheran i due attentati falliti, sia attraverso falsi attentati costruiti dell’FBI allo stesso scopo. Insomma, l’avrebbero convinto che l’Iran “lo stesse braccando con squadre di sicari altamente specializzate”.

Una ricostruzione seria che però, di fatto, deve necessariamente fondarsi sul fatto che Trump è idiota e, altrettanto necessariamente, non deve tener in nessun conto gli elementi emersi nei due tentativi di omicidio che suggerivano altro (il secondo sicario aveva reclutato mercenari per l’Ucraina).
Più probabilmente, Trump, che è alquanto squilibrato ma non un perfetto idiota, ha capito il senso e la portata di quelle manipolazioni, mettendole in correlazione agli incidenti di percorso raccontati da Carlson e Kent (che l’analisi di Blumenthal deve ignorare), prendendo sempre più coscienza di essere al centro del mirino, e non dell’Iran.
Tutto ciò contribuisce a spiegare le allucinate dichiarazioni di Trump sulla guerra in corso, che si spiegano con la confusione mentale propria di un uomo in trappola, ma sono anche un tentativo per tentare di uscirne creando una cortina fumogena sulle sue reali intenzioni (come si spiega su Haaretz).

Se il tentativo riuscirà, la guerra potrà finire, altrimenti… da tener presente che, man mano che il conflitto logorante si protrae e più i mercati americani, e occidentali in genere, vanno in sofferenza, più può trovare sponde alle quali appigliarsi.
Detto ciò, resta che se è finito in trappola è anche a causa dei suoi tragici errori e al suo stolido narcisismo che l’hanno portato a circondarsi di neocon e ad emarginare quanti potevano aiutarlo, nella convinzione di poter gestire tutto in solitaria. Esemplare quanto racconta Kent, che spiega come le figure più lucide dell’amministrazione Usa siano state escluse dal processo decisionale che ha portato alla guerra.
Coraggioso Kent, che ieri ha rivelato che per portare a compimento il regime-change siriano per conto di Israele, gli Stati Uniti hanno sostenuto al Qaeda e l’Isis. Storia nota, ma che lo dica l’ex capo dell’antiterrorismo Usa… Non stupisce che l’FBI stia indagando su di lui.
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