Le dichiarazioni di Trump sul fine guerra tra due o tre settimane fanno tirare un sospiro di sollievo al mondo. Non solo la scadenza, anche la dichiarazione di disinteresse per lo Stretto di Hormuz va in quella direzione, dal momento che la spedizione di terra americana avrebbe come obiettivo la sua riapertura. C’è da fidarsi? Non tanto, purtroppo. Troppe le variabili in gioco e le contraddizioni di Trump.
Resta, però, interessante una nota di Tansim Agency che riporta uno studio svolto dall’agenzia iraniana su 80 think tank internazionali che hanno analizzato la guerra, giungendo alla conclusione che Israele e Stati Uniti hanno fallito in via irrevocabile i propri obiettivi. Fonte di parte ovviamente, ma riferisce conclusioni altrui, più o meno tutte occidentali. Di seguito l’impressionante elenco:
Brookings, Carnegie, Chatham House, Center for Strategic and International Studies (CSIS), RAND, Council on Foreign Relations (CFR), International Institute for Strategic Studies (IISS), Peterson Institute for International Economics (PIIE), Heritage Foundation, Center for American Progress (CAP), Wilson Center, Bruegel, French Institute for International Relations (IFRI), Getúlio Vargas Foundation (FGV), Japan Institute of International Affairs (JIIA), Korea Development Institute (KDI), Konrad Adenauer Foundation (KAS), Friedrich Ebert Foundation (FES), China Institute for Contemporary International Relations (CICIR), Observer Research Foundation (ORF), Atlantic Council, Stimson, Center for Global Development (CGD), Center for International Governance Innovation (CIGI), European Council on Foreign Relations (ECFR), German Institute for International and Security Affairs (SWP), Clingendael Institute, Danish Institute for International Studies (DIIS), SIPRI, World Economic Forum (WEF), Global Public Policy Institute (GPPi), German Marshall Fund (GMF), New America, Aspen Institute, Center for a New American Security (CNAS), Kato, American Enterprise (AEI), Institute for Public Policy Research (IPPR), Demos, New Economy Foundation (NEF), Policy Exchange, Center for European Reform (CER), Center for European Policy Studies (CEPS), Barcelona Institute for Global Health (ISGLOBAL), CESifo Economics Institute, Overseas Development Institute (ODI), Royal United Services Institute (RUSI), Transnational Institute (TNI), Transparency International, International Crisis Group (ICG), Peace Research Institute Oslo (PRIO), Hudson, Eurasia Group, Lavie Institute, Gretchen Institute, International Institute for Sustainable Development (IISD), Japan National Research Institute (NIRA), Taiwan Think Tank, Sustainable Governance Network (SGI), South African Race Relations Institute (IRR/CER), Institute for Security Studies in Africa (ISS Africa), Africa Portal, International Development Research Centre Canada (IDRC), European Union Institute for Security Studies (EUISS), International Institute for Democracy and Electoral Assistance (IDEA), United Nations University (UNU), Gottlieb Datwiler Institute (GDI), Avenir Switzerland, Indian Policy Research Centre (CPR), Institute for Policy Studies (IPS-DC), Economic Policy Institute (EPI), Treadway, Belfer Centre, Australian Governance Institute, Sasakawa Foundation, Asian Development Bank – Institute (ADBI), El Diario Foundation, Fundación Alternativas, CIDOB.
La nota dettaglia come gli attaccanti non siano riusciti nel regime-change, né a disgregare il Paese, né a evitare la chiusura dello Stretto di Hormuz e sono stati trascinati in una guerra di logoramento con il tempo che gioca a favore dell’Iran (tralasciamo le lodi alla macchina da guerra iraniana riportate dalla nota, inevitabili data la fonte).
In sintesi, la conclusione di tale analisi: “Per uscire da questa guerra il più rapidamente possibile, gli Stati Uniti e i loro alleati devono ottenere una vittoria propagandistica oppure porre fine alla guerra immediatamente, senza nemmeno quella vittoria propagandistica”.
La vittoria propagandistica potrebbe concretizzarsi attraverso una missione di successo a terra che riesca a prelevare le scorte di uranio arricchito nascoste dagli iraniani. Non importa se invece dell’uranio i marines porteranno a casa quattro sassi, è sufficiente che sia propagandato così (foto di uranio atte alla bisogna gli Usa ne possono trovare a bizzeffe).
Un’operazione spettacolare, senza vittime (si spera); si dichiara vittoria e si chiude. Ovviamente, dovrebbe essere concordato con l’Iran, anche se successivamente a Teheran sarebbe concesso di negare il furto, tanto non sarebbe creduto da tanti media d’Occidente, ben lieti di assecondare la fola per porre fine un conflitto che sta precipitando il mondo nell’abisso.
Si dovrebbe, cioè, replicare quel che successe a giugno, quando Stati Uniti e Iran si accordarono per un attacco finto ai siti nucleari iraniani, con replica altrettanto fittizia degli stessi contro una base americana. Intesa ardua, ma non per questo impossibile, anche perché Teheran, nonostante il furto, potrebbe cantare legittimamente vittoria avendo resistito all’aggressione.
Il fatto che da alcuni giorni i media riportano che uno degli obiettivi dell’operazione di terra statunitense sia tale prelevamento sembra indicare che sia una delle opzioni sul tavolo. Israele potrebbe continuare la sua guerra da solo, ma questa è un’altra storia.
Al netto di questo scenario irenico, i rischi, sui quali lasciamo la parola a Mohamad Safa, dirigente delle Nazioni Unite che si era dimesso, al tempo, per non essere complice del genocidio di Gaza. Su X Safa ha pubblicato una foto di Teheran con questo commento: “Non credo che la gente comprenda la gravità della situazione, dato che le Nazioni Unite si stanno preparando a un possibile utilizzo di armi nucleari contro l’Iran”.
“Questa è una foto di Teheran. Per voi, falchi guerrafondai ignoranti, che non avete mai viaggiato e non avete mai prestato servizio militare, che vi leccate i baffi al solo pensiero di bombardarla. Non è un deserto scarsamente popolato. Ci sono famiglie, bambini, animali domestici. Persone normali della classe operaia con dei sogni. Siete malati a volere la guerra”.
“Teheran è una città di quasi 10 milioni di abitanti. Immaginate di bombardare con armi nucleari Washington, Berlino, Parigi, Londra o qualsiasi altra città. Ho rinunciato alla mia carriera diplomatica per divulgare queste informazioni. Ho sospeso le mie funzioni per non essere coinvolto o testimone di questo crimine contro l’umanità, nel tentativo di prevenire un inverno nucleare prima che sia troppo tardi”. Conclude con un invito divulgare il messaggio perché si prenda coscienza del momento. Esagerato? Forse sì, forse, purtroppo, no.
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