È il 29 dicembre scorso quando a Mar-a-Lago, la villa californiana di Donald Trump, arrivano i vertici del governo americano. Hanno abbandonato le vacanze natalizie per incontrare il commander in chief e decidere insieme a lui come gestire le rivolte che, a partire dalle ultime settimane del 2019, hanno colpito l’Iraq. Il tycoon lascia i campi da golf e si chiude con i vertici del governo in una stanza per discutere, almeno questa è la versione che è circolata per giorni, dei raid che, qualche ora dopo, colpiranno le milizie filo iraniane di Kataib Hezbollah in Siria e in Iraq.

Come rivelerà più tardi il Washington Post, però, in quella riunione si sarebbe parlato anche di altro. In quel momento, infatti, qualcuno – non si sa ancora con certezza chi – avrebbe introdotto un argomento che, fino a poco tempo prima, era stato considerato tabù: la possibilità di uccidere il generale iraniano Qassem Soleimani, il comandante delle Forze al Quds. Trump avrebbe dato luce verde all’omicidio mirato del comandante proprio in quel frangente e, subito dopo, l’intelligence americana si sarebbe data alla caccia del generale.

Quattro giorni dopo, il 2 gennaio, il presidente americano si riunisce con i suoi più stretti consiglieri. C’è il Segretario di Stato Mike Pompeo; il Segretario alla Difesa, Mark Esper; il capo di Stato Maggiore, Mark Milley; il direttore ad interim della National Intelligence, Joe Maguire, e l’influente senatore repubblicano Lindsey Graham. Ma, come riporta Il Corriere, “l’ospite più attesa è Gina Haspel, la direttrice della Cia. È lei ad aver messo insieme il dossier sugli spostamenti e, soprattutto, sulle ‘trame minacciose’ di Soleimani”.

Si sa che il generale è arrivato a Damasco, che da qui si è spostato a Beirut (per incontrare il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah?) ed è infine ritornato nella capitale siriana dove ha preso un volo che lo ha condotto, alle 00.32 del 3 gennaio, a Baghdad, dove poco dopo troverà la morte. Giorni intensi per il generale. Come mai? E, soprattutto, come mai aveva preso un normale aereo di linea per arrivare nell’aeroporto della capitale irachena? Già perché, come rileva Il Post, “la sicurezza del complesso è garantita da una società britannica privata, la G4S, sotto la supervisione dell’intelligence irachena, mentre quella del perimetro dell’aeroporto e del suo spazio aereo è competenza dell’antiterrorismo iracheno in collaborazione con gli Stati Uniti”. Soleimani sperava – ma come, data la sua rilevanza politica? – di non esser visto? Oppure era convinto di godere di una sorta di “immunità”, di cui ha scritto nei giorni scorsi anche il Corriere?

Forse, una pista da seguire è quella segnata dal premier iracheno, Adel Abdel Mahdi. Ieri, proprio mentre il suo Paese votava per allontanare le truppe Usa dal Paese, Mahdi ha affermato, come è possibile vedere in questo video, rilanciato da Ali Mourad, reporter di Al Akhbar, giornale vicino a Hezbollah“…E menzionerò questo perché venga registrato nella Storia: avrei dovuto incontrare Soleimani alle 8.30 della mattina in cui lo hanno martirizzato. Avrebbe dovuto portare con sé la risposta a un messaggio dell’Arabia Saudita, che noi stessi gli abbiamo consegnato, per trovare un accordo in Iraq e nella regione”.


Se la versione di Mahdi fosse vera, sarebbe lecito supporre che Soleimani si sentisse al sicuro in quanto latore di un messaggio diplomatico. Ma, a oggi, non possiamo smentire questa storia. Possiamo solo aggiungere piccoli tasselli in una vicenda che presenta ancora molti punti oscuri.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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