“Il mio istinto iniziale era di ritirarmi, e, storicamente, io seguo i miei istinti. Ma per tutta la vita ho sentito che le decisioni sono molto diverse quando si siede dietro la scrivania nello Studio Ovale”. C’è tutto Donald Trump in queste parole con le quali il presidente ha voluto annunciare la nuova strategia degli Stati Uniti in Afghanistan. Il vecchio Donald, quello del ritiro immediato dalle guerre lontane per imporre la democrazia, cede il passo a un nuovo Donald: meno ribelle, meno eterodosso, meno eclettico, che lascia il campo al realismo e ai poteri più forti anche della stessa presidenza. Per la scelta dell’annuncio della nuova strategia afghana degli Usa, Trump ha scelto come palcoscenico la base di Fort Myer, in Virginia, davanti al suo esecutivo e mila soldati. Una scelta d’immagine che non va sottovalutata, perché dimostra l’importanza del ruolo dei militari nelle scelte di politica estera del presidente Trump.

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Trump è stato chiaro nel suo discorso. Abbandonare l’Afghanistan, a detta del presidente, è impossibile, perché lascerebbe un vuoto di potere immediatamente riempito dai terroristi, siano essi di Al Qaeda o dello Stato islamico o quei talebani che gli Usa hanno deciso di combattere da sedici lunghi anni. Ed è impossibile, secondo Trump, anche perché significherebbe disonorare la memoria dei numerosi caduti che hanno perso la vita combattendo in quel teatro di guerra. Con queste premesse, il presidente ha dunque deciso di annunciare che la sua amministrazione ha dato il via a una nuova strategia per risolvere il conflitto. Quale essa sia, non è stato specificato.

Come ha detto lo stesso Trump, è inutile dare tempi e numeri, perché si finirà soltanto a vittoria ottenuta e si rischia di dare vantaggi al nemico. In questo, c’è molta astuzia ma anche molto realismo: l’Afghanistan è una terra da cui tutti sono usciti con le ossa rotte, e quell’annuncio dei talebani di trasformare il Paese nel cimitero degli Stati Uniti non è un messaggio da prendere sottogamba. È la storia dell’Afghanistan a ricordare che lì gli imperi non hanno mai vinto, ma hanno iniziato il loro declino: lo fu per l’impero britannico, lo fu per l’Unione Sovietica, e i risultati sul campo mostrano che anche gli Stati Uniti stiano fallendo.

Trump ha detto che la guerra in Afghanistan non è un assegno in bianco, che il Pakistan deve collaborare visti i miliardi che riceve, che l’India deve impegnarsi di più nel supporto tecnico, ma questi messaggi, pur importanti, manifestano in realtà l’enorme complessità del problema afghano. Una complessità che Trump e i suoi generali pensano di poter risolvere inviando uomini, ma che rischia in realtà di accendere ancora di più i rischi conflittuali in una zona al centro tra Iran, Russia, Cina e Pakistan, e dove agli interessi geostrategici mondiali s’innesta una popolazione locale assolutamente contraria all’Occidente.

Secondo le fonti di stampa, la strategia di Trump prevede l’aumento del contingente americano nel Paese, forse con l’invio di ulteriori 4mila uomini, come già promesso a Mattis mesi fa. Il Pentagono avrà un potere maggiore sulle scelte nel conflitto, confermando la volontà di Trump di cedere potere decisionale ai generali per ciò che concerne la politica strategica ed anche estera della Casa Bianca. Inoltre, sembra che di questo contingente, almeno 700 uomini saranno inviati come addestratori delle forze speciali afghane e dell’aeronautica militare. Una scelta dettata dall’idea mai sopita di voler delegare quanto possibile la guerra alle forze di Kabul per evitare di dover impegnare eccessivamente sul campo l’esercito americano. E intanto, la svolta di Trump ha ottenuto il plauso dei partner militari più importanti nel conflitto. La Nato ha espresso soddisfazione per il rinnovato impegno militare di Washington dicendo che si è già attivata per chiedere anche agli altri partner un aumento del proprio sforzo. Il Regno Unito, maggior alleato degli Usa anche in quel teatro di guerra, ha dato ampio sostengo alla scelta della Casa Bianca, riaffermando l’importanza della guerra in Afghanistan per la sicurezza del mondo occidentale.

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Al netto dei numeri e delle parole del presidente, quello che conta nella svolta politica di Trump sull’Afghanistan è il fatto che si tratti di un ulteriore segnale del peso che stanno assumendo i militari nelle scelte di politica estera della Casa Bianca. Da quanto Donald Trump è entrato nello Studio Ovale, il cambiamento rispetto a quanto promesso in campagna elettorale è stato formidabile, sconfessando molte delle sue idee sulle relazioni degli Usa con il mondo. Con questo rinnovato impegno in Afghanistan, ma anche con le sanzioni contro Iran, Russia e Corea del Nord, così come con l’escalation nei confronti di Pyongyang, gli Stati Uniti di Trump non sono poi così diversi da quelli delle amministrazioni precedenti. Ed in questo senso, la military industry, il Pentagono e l’ala neocon sono le tre grandi fazioni che sembra stiano prendendo il sopravvento nell’entourage del presidente. L’esclusione di Bannon, il peso di McMaster e la sempre più crescente importanza di Jim Mattis anche per ciò che concerne la politica estera degli Usa sono la dimostrazione del fatto che il Pentagono sia più forte, e in particolare, la casta dei suoi generali. Cosa questo comporterà per adesso è difficile dirlo con esattezza, ma i segnali non inducono a credere che si vada incontro a un periodo di pace.

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