“Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente. Sulla base del tenore e del tono di questi colloqui approfonditi, dettagliati e costruttivi, che proseguiranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al Dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso”. Così Trump su Truth social. Un fulmine (benedetto) a ciel sereno.

Fonti iraniane hanno smentito che i colloqui, diretti o indiretti che siano. Uno dei tanti gialli ai quali ci ha abituati la presidenza Trump, che vive di contraddizioni. Ma Ria novosti riferisce che il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ismail Baghaei, ha affermato che Washington, tramite intermediari, ha proposto di risolvere il conflitto attraverso il dialogo. Insomma, qualcosa sta accadendo.
In quanto a Trump, Haaretz riporta che in una dichiarazione fatta dopo il post, ha parlato di un uomo forte che avrebbe condotto i negoziati, che molti identificano con il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.

Inoltre, ha aggiunto che gli Stati Uniti “vogliono impedire lo sviluppo di armi nucleari, sebbene l’Iran potrebbe conservare un arricchimento limitato e che sono state prese misure per garantire la sicurezza del materiale nucleare”. Inoltre, si starebbe valutando la gestione condivisa dello Stretto di Hormuz.
Chiaramente Trump ha cantato vittoria, ché non può porre fine alla guerra se non a questa condizione, vera o falsa che sia, e ha spiegato quanto avvenuto come un regime-change riuscito, al mondo del Venezuela. E, ovviamente, che gli Stati Uniti avrebbero “spazzato via” l’apparato militare iraniano e che questi, terrorizzati, siano corsi a pietire Washington di chiudere il conflitto.
“Una fonte informata sui piani di guerra israeliani – aggiunge Haaretz – ha affermato che Washington ha tenuto al corrente Israele dei colloqui con Teheran e che Tel Aviv probabilmente avrebbe seguito l’esempio di Washington sospendendo gli attacchi contro centrali elettriche e infrastrutture energetiche iraniane”.
Tanta nebbia, spiragli di speranza. Dal momento che a mediare, secondo Axios, sarebbero stati Turchia, Egitto e Pakistan, e soprattutto che i colloqui, ammesso che si tengano, proseguirebbero in Pakistan, siamo andati a cercare qualche media pakistano per conferme.
E, pur non trovando conferme attendibili, ci siamo imbattuti in un articolo di certa intelligenza del sito Down il quale, analizzando l’attività social di Trump di questo fine settimana, rileva che in tale lasso di tempo i suoi post si sono concentrati sulla politica interna.

L’attività social di Trump ha un peso, dal momento che, come annota Down, dall’inizio del conflitto sembra che Trump “stesse conducendo la guerra attraverso i social media, pubblicando quasi 90 post sull’Iran in sole tre settimane. E, come ha osservato il Wall Street Journal, ‘a tre settimane dall’inizio del conflitto, il presidente ha utilizzato i social media per condurre la sua singolare forma di diplomazia online'”.
Ma, nel fine settimana, in parallelo all’ultimatum all’Iran di 48 ore per riaprire lo Stretto di Hormuz, pena la distruzione delle sue centrali elettriche, l’attenzione di Trump è virata sulla politica interna. Come rileva il giornale pakistano “l’immigrazione, la sicurezza interna e la dialettica intra-partitica stanno tornando a essere i temi centrali della sua comunicazione”.
“Per i governi regionali che osservano il conflitto con l’Iran ciò è significativo, perché una guerra prolungata richiede un’attenzione politica costante. Quando le questioni interne dominano la comunicazione presidenziale nel corso di un conflitto spesso indica o la fiducia sul fatto che gli obiettivi saranno raggiunti o una riluttanza ad approfondire il coinvolgimento”.
“Nei recenti post di Trump manca, in particolare, qualsiasi argomentazione coerente a favore di un cambio di regime a Teheran o di una strategia per un’occupazione a lungo termine. Il suo linguaggio privilegia la punizione e la deterrenza rispetto al cambiamento”.
“Storicamente le amministrazioni statunitensi che mirano a un cambio di regime inquadrano le guerre in termini ideologici o strutturali. Il linguaggio di Trump, invece, presenta il confronto come qualcosa di già vinto o quasi vinto”.
“Ciò crea le condizioni affinché la Casa Bianca possa un giorno dichiarare che gli obiettivi statunitensi in Iran sono stati raggiunti e, se lo farà, probabilmente presenterà il risultato come un grave deterioramento delle capacità militari iraniane, il ripristino della deterrenza e una dimostrazione della forza americana”.
“Ecco perché alcuni osservatori sostengono che 13 post in 24 ore [su tematiche interne] potrebbero essere più di una semplice comunicazione impulsiva. Potrebbero rappresentare la fase iniziale di una svolta, dalla campagna militare esterna alla politica interna”.
Diverso il taglio, ma dello stesso tenore, lo scritto di Zvi Bar’el su Haaretz dal titolo: “Trump sta forse virando bruscamente verso una clamorosa inversione di rotta nei confronti dell’Iran?”.
Così nel testo: “Mentre Trump parla di successi già conseguiti, che potrebbero avvicinarsi alla definizione di ‘vittoria’ e mentre la pressione economica globale si intensifica, le spese di guerra salgono alle stelle, la pressione politica interna americana aumenta e, soprattutto, essendo notorio il ‘metodo Trump’, è probabile che presto deciderà come definire l’esito politico della guerra”.
Al di là di come si configurerà una possibile exit strategy (sempre se ci sarà, precisiamo per necessaria prudenza), secondo Bar’el ora sembra che “la questione principale, e forse l’unica, che preoccupa Trump non sia quale regime governerà l’Iran, ma come garantire la navigazione nel Golfo senza ripetere un’avventura in stile Vietnam in versione marittima”.
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