È notte fonda a Tripoli quando a 150 chilometri a sud dalla capitale alcuni movimenti di truppe anticipano l’avvio di una delle fasi più delicate per la città da quando, nell’ottobre del 2011, cade Muammar Gheddafi. È un giovedì ed appena poche ore prima, quasi come per uno scherzo premonitore del destino, la capitale è in preda ad un’improvvisa penuria di benzina e presso i distributori di carburante vi sono file interminabili. Mentre i tripolini ritornano verso casa e la città si avvia verso le ore notturne, arrivano le prime notizie di avanzamenti dell’Lna a Gharian: è quello il segnale dell’inizio dell’offensiva di Haftar per la presa di Tripoli. Da allora è passato adesso un mese esatto: sono 30 giorni in cui è capitato di tutto ma, in fin dei conti, poco o nulla appare essere realmente cambiato.
Cronaca di una guerra lampo trasformatasi in un logorante stallo
Dopo un mese di battaglia, è forse possibile tracciare un primo bilancio. Forse però, perché per l’appunto quando si stila un resoconto emergono vincitori e vinti, fattori positivi e fattori negativi: in questo caso però, nessuno sembra vincere e non esistono fattori positivi. Non sta vincendo Haftar, in primis: il generale, forte del controllo della Cirenaica e delle recenti avanzate nel sud della Libia, crede in una guerra lampo, in un’azione volta a prendere Tripoli senza sparare molti colpi, proprio come avvenuto nel Fezzan. Sono passati 30 giorni ed ancora il suo esercito, seppur meglio posizionato, meglio equipaggiato e rinvigorito dalle promesse di pagamento saudite, risulta ancorato a 25 km a sud della capitale. Non sta vincendo Al Sarraj, che anche se riesce per adesso ancora una volta a rimanere in sella al governo nominato nel 2016 e riconosciuto dall’Onu, mostra ogni giorno che passa la propria incapacità ad avere presa sul territorio e ad avere a sua disposizione un vero e proprio esercito.
Non emergono fattori positivi per l’Italia, che anzi soprattutto durante i primi giorni di battaglia si mostra sorpresa e presa in contropiede dagli eventi, con una diplomazia che prova a recuperare con la cosiddetta “strategia inclusiva” ma i cui risultati al momento appaiono appesi ad un sottile filo legato all’evolversi dei fatti. Non esistono elementi positivi per la Francia, imbarazzata dalla repentina mossa di un alleato, quale Haftar, che mette in risalto l’ambiguità della posizione transalpina. Discorso simile è possibile fare per le petromonarchie: non può ritenersi soddisfatta l’Arabia Saudita, che finanzia il generale per l’impresa di Tripoli nella convinzione di assistere ad una passeggiata del suo alleato anti Qatar, salvo poi ritrovarsi nell’ennesimo pantano internazionale, che di certo dalle parti di Riad con il senno di poi avrebbero volentieri evitato visto lo stallo in cui le forze saudite si trovano dal 2015 nello Yemen. E lo stesso Qatar, per l’appunto, non è certo nella condizione di decantare successi: Doha appare sempre più isolata nel suo sostegno ai Fratelli Musulmani, che ora sono prossimi ad essere inclusi nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dagli Usa.
Ad uscire sconfitte da questo primo mese di battaglia a Tripoli, sono anche se non soprattutto le Nazioni Unite: mesi di lavoro dell’alto rappresentante Salamé vanno in fumo al primo tiro d’artiglieria di quel 4 aprile scorso. Niente conferenza nazionale, niente road map verso le elezioni, niente incisiva azione diplomatica: l’Onu con la sua missione appare quasi costretto ad elemosinare l’appoggio dell’Italia, unico paese rimasto nel dare pubblico sostegno a future iniziative del palazzo di vetro. Ed appresso all’Onu, è poi l’intera comunità internazionale ad essere sconfitta da questi 30 giorni di fuoco a sud di Tripoli: nessuno sembra in grado o sembra avere l’interesse di risolvere una situazione che, del resto, è figlia a sua volta del tragico errore avallato da quasi tutti gli Stati (Italia compresa) di bombardare nel 2011 Muhammar Gheddafi. Nella linea di fronte estesa a 25 km dal centro di Tripoli, da un mese a questa parte nella sabbia degli avamposti del Sahara affondano interessi ed obiettivi politici e militari di attori interni ed internazionali: in parole povere, si dissolve nel vento ogni residua credibilità di chi, in questi anni, si mostra responsabile del pantano libico.
La terribile situazione per i civili
Ed è per questo che, al di là di ogni altra considerazione, ad uscire realmente sconfitta da questo primo mese di battaglia a Tripoli è la popolazione libica. Una tragedia, quella causata dalla guerra di questi giorni, che trova dimostrazione nell’amaro conteggio dei morti, che oramai superano i 300, ma che è possibile rintracciare soprattutto nell’animo di una società civile che appare quasi condannata a vivere lontana dalla normalità. Chi nasce in Libia nel 2011, oggi (in quelle zone dove le scuole esistono ancora) dovrebbe apprestarsi a chiudere il primo ciclo di studi: sta passando quasi una generazione, chi in Libia compie otto anni in questo 2019 ha solo ricordi di guerra o comunque di uno Stato senza Stato. Questo dà l’idea della tragedia libica, maturata a due passi dall’Europa e nel cuore del Mediterraneo.
E forse in fondo a tutti va bene così: del resto, in fin dei conti in Libia in questi anni non spunta fuori nessun nuovo Gheddafi, nessun rais, nessuno Stato forte, nessuna fazione in grado di sopravanzare l’altra, questa anomala guerra dà vita ad un equilibrio tanto precario quanto utile perché accomuna tutti nella sconfitta. Perdono tutti, ma non vince nessuno e dunque, fin tanto che il petrolio continua ad essere ugualmente pompato, anche gli spauracchi del terrorismo e dell’immigrazione possono passare in secondo piano. Con buona pace dei veri sconfitti per l’appunto, ossia i libici.