Non sono certo notizie positive per l’Italia quelle che arrivano da Tripoli: nelle scorse ore infatti, un deposito della Mellitah Oil & Gas Company è stato colpito da un raid dell’aviazione dell’Lna, l’esercito guidato dal generale Haftar. L’episodio è accaduto nel quartiere di Tajoura e non deve far dormire sonni tranquilli alla nostra diplomazia: la Mellitah Oil & Gas Company è infatti una joint venture costituita per metà dalla libica Noc e per metà dall’Eni, le quali assieme gestiscono il grande giacimento di Mellitah, parte occidentale della Tripoliania. L’edificio colpito dunque, è anche di interesse italiano.

Lo scambio di accuse tra Gna ed Lna

L’Eni, già poche ore dopo l’avvio dell’offensiva di Haftar su Tripoli lo scorso 4 aprile, fa evacuare tutto il suo personale dalla Libia. Nonostante ciò i suoi impianti nel paese continuano a funzionare anche grazie ai dipendenti libici: non ci sono quindi nostri connazionali tra i feriti dell’attacco delle scorse ore sul magazzino di Tajoura, i tre feriti di nazionalità libica sono per fortuna giudicati guaribili in pochi giorni. La gravità dell’attacco è dovuta più a ciò che esso rappresenta che alle sue conseguenze materiali. In un comunicato l’Eni conferma che quanto avvenuto non sta pregiudicando l’attività dell’azienda e della stessa joint venture. Del resto il giacimento vero e proprio si trova ben distante dal fronte di Tripoli.

Ma è chiaro che, sotto il profilo politico, colpire un edificio di interesse dell’Eni e della Noc è altamente significativo. Nelle ore immediatamente successive all’attacco, quel che si cerca di capire maggiormente è se il raid dell’Lna sia frutto di un errore oppure un atto premeditato. A far convergere verso questa seconda ipotesi, è una dichiarazione raccolta da AgenziaNova da parte di Mustafa al Mujahie, portavoce del Gna, ossia la coalizione di milizie vicine al governo di Al Sarraj: “Il deposito colpito era un sito puramente civile: non ci sono forze governative nella regione, non ci sono caserme militari o potenziali obiettivi di sicurezza nell’area”. Un modo per dire dunque che, quello delle forze di Haftar, non è un errore in quanto non c’è nulla da colpire nella zona.

Non è dello stesso avviso il portavoce della sala operativa delll’Lna, Khaled al Mahjoub. Raggiunto anche in questo caso da AgenziaNova, l’esponente delle forze di Haftar afferma che all’interno del magazzino erano presenti armi e munizioni e dunque quell’edificio non era da considerarsi civile: “Le munizioni sono state contrabbandate in tre fasi e in tempi diversi – si legge nelle dichiarazioni di Al Mahjoub – All’interno vi erano colpi di mortaio, lanciarazzi e sette scatole di artiglieria calibro 23 millimetri. Tutto è stato portato all’insaputa della società proprietaria del magazzino”.

La dimostrazione della delicatezza della nostra posizione in Libia

Ma a prescindere dalla ricostruzione dei fatti, sono due gli elementi che interessano l’Italia emergenti da questo episodio. In primo luogo, entrambe le principali parti in causa impegnate lungo il fronte di Tripoli, Gna ed Lna, provano a tirarci per la giacchetta. Affermando che nel quartiere del magazzino colpito non vi erano obiettivi militari, le forze di Al Sarraj vorrebbero in qualche modo far notare all’Italia come l’esercito nemico sarebbe solo quello di Haftar, che in maniera indiscriminata colpirebbe obiettivi italiani. Dall’altro lato invece, con l’Lna che accusa i rivali di contrabbandare armi all’interno di un deposito di una società petrolifera per metà italiana, si vorrebbe far puntare l’attenzione su quanto di nascosto verrebbe fatto dagli uomini di Al Sarraj. In entrambi i casi, si cerca comunque una reazione italiana.

Inoltre, anche pensando alla semplice casualità, il bombardamento di un magazzino di una joint venture dell’Eni dimostra come l’Italia in Libia ha interessi in buona parte delle zone dove si combatte oramai da più di due mesi. E quei razzi piovuti sul deposito di Tajoura, servono anche al nostro paese a ricordare che la guerra non è affatto terminata, a Tripoli il fronte è ancora caldo e l’Italia è la nazione più esposta per motivi di interessi economici e di sicurezza all’instabilità libica. In poche parole, il bombardamento del magazzino alla periferia di Tripoli deve suonare come sveglia per ridare impulso alla nostra strategia in Libia.





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