Negli ultimi due anni e mezzo, da quando, il 24 febbraio del 2022, è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, una gran parte dei media, così come alcuni analisti e commentatori, hanno parlato di questo conflitto come di un drammatico evento arrivato a rompere ottant’anni di pace ininterrotta in Europa. Una pace che, secondo questa prospettiva, perdurava dal lontano 1945, quando la Germania nazista di Hitler aveva dichiarato la resa di fronte agli Alleati, e che d’altra parte oggi, con la prosecuzione proprio del conflitto in Ucraina e la critica situazione in Medio Oriente, con gli attacchi di Israele in Libano e nella Striscia di Gaza, è una pace sempre più “difficile”.
Tuttavia, questa lettura degli eventi appare un po’ semplicistica: si tende a dimenticare che a solo una manciata di chilometri da Trieste, oltre la linea di confine che oggi separa l’Italia dalla Slovenia, negli anni Novanta si è consumata un’altra tragica serie di guerre, che hanno sconvolto non solo la storia dei Balcani ma quella dell’Europa intera, cambiando il destino di milioni di persone: le guerre di Jugoslavia (1991-1999) che hanno portato alla sua definitiva e violenta dissoluzione, dando origine a quelle che oggi sono 7 realtà politicamente indipendenti e autonome.
Oggi quel conflitto viene spesso “omesso” e trascurato, quasi ignorando quanto fosse stato invece vicino all’Italia, e sopratutto, quanto i suoi lasciti hanno condizionato l’assetto geopolitico contemporaneo dell’Europa orientale. Dove da una parte Stati come Slovenia e Croazia sono definitivamente entrati nell’orbita occidentale dopo l’integrazione in Unione Europea, d’altra parte, a distanza di quasi trent’anni da quei sanguinosi eventi, alcune situazioni non sono ancora risolte: frequenti tensioni all’interno della Bosnia Erzegovina, ancora “parcellizzata” da sentimenti talvolta divisivi a causa della sua identità multietnica e dei complessi rapporti tra autorità bosniache e minoranza serba dell’entità semi-autonoma della Republika Srpska, e soprattutto i rapporti problematici tra Serbia e Kosovo. Eppure, volgendo uno sguardo al passato, cosa rimane oggi di quello che fu lo Stato Federale di Jugoslavia, trent’anni dopo? Cos’ha rappresentato quella fine per la coscienza dei suoi abitanti? E soprattutto, in che modo è stato possibile fare i conti con il trauma che quelle guerre hanno causato?

Un senso di ‘casa’ dopo le guerre in Jugoslavia
Partendo da una riflessione su questo delicatissimo tema, la mostra Moj Dom/Casa Mia, ideata dall’organizzazione sociale Codici e dall’associazione Laboratorio Lapsus presso la Fabbrica del Vapore di Milano, cerca di fornire non una, ma oltre trenta risposte differenti, attraverso le voci e di alcune persone che, in prima linea, hanno vissuto sulla propria pelle gli anni Novanta nella (ex) Jugosalvia, trasferendosi poi in Italia, spesso con lo status di “profughi” di guerra. La mostra, come il nome suggerisce, si sviluppa infatti attorno al concetto di “casa mia”: “Quale oggetto rappresenta per te casa?” è la domanda da cui partire, o semplificando “Che cos’è diventata ‘casa’ dopo la guerra?”
A rispondere riportando le proprie testimonianze dirette, decine di uomini e donne, che nel raccontare la propria nuova vita in Italia hanno trovato in un oggetto specifico il senso di casa, attraverso il ricordo di quello che hanno lasciato nei Balcani: un hijab multicolore per coprire i capelli per una donna musulmana, un mlin za kafu ovvero una “macchina per macinare il caffè a mano” come elemento della quotidianità, ma anche abiti tradizionali di ballerine serbe, icone ortodosse contrapposte al libro di preghiere di un imam, foto di famiglie partigiane, audiocassette di cantanti jugoslavi, centrini ricamati da anziane nonne e persino papuče, ovvero “babbucce” fatte a maglia, da indossare in casa, assieme a tanti altri oggetti e racconti, che per ognuno dei protagonisti trasmettono senso d’intimità, protezione e affetto.
La mostra è caratterizzata da 35 fotografie – realizzate da Marco Carmignan – ognuna ritraente una persona con il proprio oggetto simbolo di ‘casa’, raccontato e spiegato anche attraverso una testimonianza audiovisiva, che rende il tutto un’esperienza interattiva. Un progetto immersivo che scava a fondo nel senso di nostalgia, maturata dopo un’esperienza migratoria spesso traumatica, ma che è in grado di donare un senso di fiducia verso il futuro, rispetto a una realtà “jugoslava” che oggi non esiste più, permettendo anche a chi non conosce a fondo quei contesti di entrarvi a contatto e di provare a comprenderne la complessità storica, linguistica e sopratutto culturale.

Profughi di guerra: testimonianze per il futuro
Tra le testimonianze raccolte poi, non sono in realtà presenti solo persone di origine balcanica, ma anche alcune voci italiane di persone che proprio tra gli anni Novanta e Duemila hanno deciso di dare il proprio attivo contributo, accogliendo profughi che varcavano il confine italiano per fuggire da quelle guerre. Spesso si tende infatti a dimenticare, seppur si tratti di un passato così recente, che l’Italia fu il secondo Paese europeo ad accogliere il maggior numero di rifugiati dalle guerre di Jugoslavia, che solo tra il 1991 e il 1995 erano arrivati all’incredibile cifra di oltre un milione di persone.
Moj Dom/Casa mia, infine, non è solo una mostra, ma un progetto europeo molto più ampio che, attraverso numerose ricerche e attività sul campo, analizza il lascito e l’eredità di quei delicati contesti, con diverse iniziative nelle scuole, uno spettacolo teatrale (attualmente in scena in Slovenia, ma di cui si attende la messinscena anche in Italia nei prossimi mesi) e il documentario La lunga vacanza del regista Davor Marinković, che racconta l’esperienza migratoria di fuga dalla guerra e successivo insediamento in Italia di Almina Bašić. Un racconto personale, che diventa però emblematico per la sorte di migliaia di altre persone con storie e destini affini.
Un progetto unico che spinge a tante riflessioni: non solo sui rapporti tra le realtà politiche odierne dei Balcani, ma anche sul cercare una forma di accettazione verso il passato e quelle guerre, mettendo a freno alcuni rigurgiti nazionalisti e cercando invece di ambire a prospettive di pace. Un’esperienza per meditare sui conflitti, purtroppo, ancora in corso, dove inevitabilmente tante sono i milioni di nuovi profughi e vittime di guerra, ma che, guardando all’esperienza post-jugoslava e alle testimonianze raccolte grazie a Moj Dom/Casa Mia, dona una timida speranza e una traccia per il futuro.

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