L’ultima escalation tra Israele e Hamas e le violenze nelle città miste hanno portato i cittadini israeliani ad interrogarsi sulla tenuta interna dello Stato ebraico e su cosa attendersi una volta cessate le ostilità. A queste domande cerca da tempo di dare risposta Women Wage Peace, un vasto movimento dal basso fondato nel 2014 a seguito dell’Operazione Margine protettivo e che chiede un accordo politico per la risoluzione della questione israelo-palestinese. Women Wage Peace è formato da israeliani e palestinesi, ebrei e arabi con affiliazioni politiche differenti, religiosi o laici, uniti dal desiderio comune di trovare una soluzione al ciclo di guerre e violenze che coinvolge Israele che Palestina. Per capire quali sono gli obiettivi del movimento e cosa attendersi nel prossimo futuro abbiamo intervistato Yael Braudo, co-direttrice di WWP e tra le organizzatrici della manifestazione tenutasi mercoledì 19 maggio a Gerusalemme per chiedere la fine dell’attuale escalation.

Come è andata la manifestazione a Gerusalemme?

È stato un successo a giudicare anche dai video e dalle foto sui social e dalla risposta dei media. Migliaia di uomini e donne provenienti da tutto il Paese e di tutte religioni si sono uniti a noi e alle venti organizzazioni con cui cooperiamo nel promuovere la pace dentro e fuori Israele. Erano tutti contenti di essere lì a diffondere il nostro messaggio, ossia che la pace e la coesistenza sono possibili.

Qual è il vostro messaggio, nello specifico?

Chiediamo una de-escalation fuori dai confini di Israele tra israeliani e palestinesi e al suo interno tra arabi ed ebrei. Da decenni Israele sta cercando di gestire questo conflitto, ma senza una soluzione politica presto o tardi ci sarà una nuova guerra. Serve un accordo politico tra Israele e l’Autorità nazionale palestinese (Anp) che sia accettabile per entrambe le parti, rispettoso e sostenibile. È questo ciò che chiediamo fin dal 2014, quando è stata fondata Women Wage Peace, e che continuiamo tutt’oggi a chiedere. Dobbiamo fermare questo ciclo di violenze, per questo una volta raggiunta una tregua Israele e Anp devono parlarsi e risolvere il conflitto. Quando le guerre finiscono arriva il momento di sedersi al tavolo e negoziare per arrivare alla pace.

 

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Ma è davvero possibile trovare una soluzione?

Assolutamente sì. Se non lo credessimo possibile, WWP non esisterebbe. Il nostro movimento si basa sull’idea che la pace sia possibile. Conflitti peggiori di questo sono stati risolti in altre parti del mondo, perché per noi dovrebbe essere diverso? Adesso inoltre siamo ad un punto di svolta. Dopo quanto sta accadendo, il processo di pace non potrà che accelerare: sempre più persone hanno capito che continuare a combattere non è la soluzione e che l’unica strada possibile è quella politica.

La presenza di alcuni partiti estremisti nella Knesset (il Parlamento israeliano) e nel prossimo governo non sono un ostacolo per la pace?

Prima di tutto voglio sottolineare che WWP non ha alcuna affiliazioni politica. Detto questo, la composizione attuale della Knesset porta con sé vantaggi e svantaggi. In Parlamento adesso siede un partito molto controverso, Sionismo religioso, che è visto come un problema dagli stessi sionisti religiosi. Per quanto riguarda il processo di pace, la presenza di questo partito nel governo potrebbe rappresentare un ostacolo, ma in generale credo possano esserci dei vantaggi dall’avere un esecutivo di destra guidato per esempio da Benjamin Netanyahu.

Il primo ministro potrebbe essere ricordato nei libri di storia come colui che ha raggiunto un accordo di pace e un simile scenario sarebbe nel suo stesso interesse, soprattutto se si considera che la generalità dl pubblico israeliano sostiene questa opzione. Se avessimo un governo di sinistra certamente si parlerebbe di processo di pace ma la destra vi si opporrebbe, mentre la sinistra non bloccherebbe questa stessa iniziativa se ad avanzarla fosse la destra. Per noi di WWP comunque non è importante chi siede nel governo. Noi chiederemo sempre a tutti i leader di trovare una soluzione politica al conflitto.

Secondo te servono più donne nel processo pace?

Certo, questo è un fattore cruciale. Le donne hanno una grande capacità di creare reti relazionali sia dentro che fuori Israele. La nostra richiesta era di fermare le violenze anche all’interno del Paese, dimostrare che possiamo vivere insieme come già facciamo all’interno del movimento e nelle città miste grazie alle donne, che guidano per l’appunto questo modello di coesistenza.

Inoltre Wwp promuove la Risoluzione Onu 1325 del 2000 (che menziona esplicitamente l’impatto della guerra sulle donne ed il contributo delle stesse nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole, nda). Quando le donne sono coinvolte nei negoziati di pace il processo è più facile, più inclusivo e più sostenibile. Le guerre sono sempre fatte dagli uomini, per cui è tempo che venga data alle donne l’opportunità di risolvere i conflitti.

marcia donne israele palestina
Una marcia di Women Wage Peace nel 2016.

Tornando a quanto accaduto nelle città miste, avresti mai immaginato simili violenze tra le comunità?

Credo che nessuno si aspettasse questo tipo di escalation, o per lo almeno non violenze di questa portata. Ma la risposta che abbiamo visto arrivare dal basso è rassicurante. Ci sono state diverse iniziative, anche spontanee e guidate dai leader religiosi, per chiedere la fine delle violenze e il ritorno alla convivenza. Non dobbiamo permettere a delle frange estremiste e minoritarie di dettare l’agenda. Le violenze degli ultimi giorni hanno riempito le prime pagine dei giornali, ma la realtà è bene diversa. Come detto, si tratta di gruppi minoritari, per questo resto positiva.

State organizzando nuove manifestazioni per i prossimi giorni?

Per ora i nostri membri stanno partecipando alle iniziative locali, ma organizzeremo altre marce nelle prossime settimane. Siamo in contatto con attivisti di tutte le città per capire dove e quando fare questi eventi. Anziché un’unica grande manifestazione a Gerusalemme ce ne saranno tante più piccolo in tutto il Paese a cui potrà prendere parte chiunque lo voglia.

Tre anni fa avete proposto al Parlamento l’adozione di una legge (Political Alternatives First Legislation) che prevede la creazione di un organismo specifico in grado di fornire alternative politiche al Gabinetto di sicurezza per ridurre la tensione ed evitare nuove operazioni militari. Se questa legge fosse già entrata in vigore, credi che questa ultima escalation si sarebbe potuta evitare?

Assolutamente sì. Se la legge fosse già stara approvata, il Gabinetto di sicurezza avrebbe potuto valutare anche delle alternative politiche prima di lanciare un’operazione militare. Le possibilità di evitare questa escalation sarebbero state maggiori. Inoltre, se ci fosse un lavoro di ricerca costante di alternative politiche alla guerra, allora si potrebbero anche individuare le occasioni migliori per promuovere i negoziati di pace. Ad oggi la legge è ancora in attesa di essere esaminata, ma se andassimo nuovamente ad elezioni dovremmo ricominciare l’iter dall’inizio.

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