“Siamo gli Usa, non un agente di Israele”: Adam Boehler, inviato speciale del presidente Usa Donald Trump per gli affari degli ostaggi conferma le trattative dirette con Hamas in un dialogo con i media dello Stato Ebraico e lancia chiari e netti messaggi.
Le trattative Usa-Hamas sugli ostaggi
Confermate le trattative dirette con il gruppo islamista che governa la Striscia di Gaza, confermati i confronti a Doha per ottenere la liberazione di 5 ostaggi con cittadinanza statunitense rapiti il 7 ottobre 2023 da Hamas in Israele e da allora in avanti prigionieri, confermate le scelte americane di non totale appiattimento sulla linea di Tel Aviv.
Parlando a Kan News, Boehler ha sottolineato che Hamas, ritenuta dagli Usa un gruppo terroristico sin dal lontano 1997, ha proposto a Washington un suo piano per una pace duratura con Israele: “Hanno suggerito di scambiare tutti i prigionieri”, ha detto il 51enne finanziere scelto da Trump per l’incarico delegato di negoziatore, aggiungendo che i leader islamisti hanno prospettato “una tregua di cinque o dieci anni in cui Hamas avrebbe deposto tutte le armi”. Una via di mezzo che va incontro al piano dei Paesi arabi presentato settimana scorsa che non proponeva un ruolo per Hamas nella leadership post-guerra.
“Non una cattiva prima offerta”, ha aggiunto Boehler, la cui diplomazia personale si somma a quella ufficiale del Segretario di Stato Marco Rubio, alle mediazioni dell’inviato Usa per il Medio Oriente Steve Witkoff e alle vulcaniche uscite dello stesso Trump.

La manovra di Boehler
Per Boehler, già assistente di Zalmay Mamozy Khalilzad nelle trattative coi Talebani tenutesi in Qatar dal 2018 al 2020, un accordo sugli ostaggi “è possibile nell’arco di poche settimane”. L’inviato sugli ostaggi ha detto che gli Usa vogliono “far uscire tutti, sia gli israeliani che gli americani” e chiarito la posizione ufficiale della sua missione: il suo obiettivo, negoziando direttamente con Hamas, è quello di “dare una scossa ai negoziati che si trovavano in una situazione molto fragile” dopo che la tregua di gennaio si è sostanzialmente esaurita senza arrivare all’attesa Fase Due.
Gaza è in un limbo e con essa gli ostaggi israeliani. Washington si è trovata nella condizione di dover ridimensionare la sparata di Trump sulla pulizia etnica di Gaza e di non appiattirsi troppo sul governo di Benjamin Netanyahu. Da un lato, è stato proposto il piano Witkoff per estendere la prima fase preparando la seconda sul cessate il fuoco.
Dall’altro è emerso il piano Boehler: trattare direttamente con Hamas la liberazione degli ostaggi, ravvivare i negoziati, dare un segnale ai principali mediatori, Egitto e Qatar, che qualcosa si muove e Washington crede nel processo di pace. L’inviato Usa, che sul suo profilo X non ha mancato di definire Hamas un “gruppo terroristico” e di prendere le distanze dai militanti, non usa mezzi termini. Chiama, come ha fatto parlando con l’emittente israeliana Channel 13 “ostaggi” i detenuti palestinesi nello Stato Ebraico. Boehler, ebreo, ha dichiarato alla Cnn che per trattare con Hamas è necessario “identificarsi con gli elementi umani di quelle persone e poi costruire da lì”.
La reazione israeliana è ambivalente
Una presa di posizione ovvia in qualsiasi negoziato: se non si tratta con chi è diverso da noi, con chi lo si fa? Ma una dichiarazione inaudita in termini di odii serpeggianti. La stampa israeliana ha mostrato un atteggiamento ambivalente sull’inviato di Trump: “Invece di presentare un fronte unito tra alleati contro i terroristi che tengono ancora in ostaggio israeliani (e americani), Boehler ha criticato pubblicamente la gestione della crisi da parte del governo israeliano”, nota il Times of Israel.
Il Jerusalem Post, più cautamente, ricorda che “la vittoria ha molti padri. Il fallimento è orfano. Vale la pena contattare Hamas se succede qualcosa. Se Hamas si sentirà rafforzata e un accordo sarà più lontano, allora questo non sarà uno sviluppo positivo”, ha notato, mantenendo però il beneficio del dubbio. Qualcosa si muove, ed è già una notizia. E si muove senza che Benjamin Netanyahu tocchi palla, per espresso volere degli Usa. Dopo un abbraccio solido all’inizio del mandato all’alleato, Trump inizia a mostrare cautela? I rapporti col mondo arabo e la scarsa collaborazione del premier di Tel Aviv sul negoziato chiamano cautela e pragmatismo. Nelle loro molte diplomazie, gli Usa provano a costruirli.

