I colloqui indiretti che si stanno tenendo a Sharm-el-Shiek (Egitto) per la pace a Gaza sono proseguiti anche nella giornata odierna, segnato dal secondo anniversario dei massacri del 7 ottobre e dello scoppio del conflitto tra Israele e Hamas, e iniziano a delinearsi i punti concreti su cui i belligeranti dovranno concordare l’applicazione del piano proposto dal presidente Usa Donald Trump.
In particolare Hamas, nel confronto mediato dal Cairo, dal Qatar e dagli Usa, sta chiedendo un cronoprogramma preciso. L’organizzazione islamista che governa Gaza si è detta pronta, come già in precedenza, a restituire gli ostaggi rapiti il 7 ottobre 2023 nell’incursione in Israele che sono ancora vivi e i corpi dei defunti ancora nella Striscia, chiedendo in cambio che l’Israel Defense Force avvii il ritiro graduale da Gaza conformemente alla roadmap prevista dal piano Trump.
Si tratta di una deviazione di rotta risposta alla proposta originaria, che prevedeva la liberazione degli ostaggi come premessa al ritiro dell’Idf e, con ogni probabilità, una risposta alle ambigue dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ai connazionali ha dato un’idea opposta delle intenzioni di Tel Aviv.
Hamas è pressata inoltre dalle Brigate Al-Quds della Jihad Islamica che, riporta Al-Jazeera, ha dichiarato che “i prigionieri non saranno rilasciati se non tramite un accordo di scambio in cui Israele si impegna a porre fine alla guerra”, scrivendo ufficialmente nel comunicato che “lrma della resistenza esiste per liberare la terra e combattere il nemico, e non verrà riposta finché questi due obiettivi non saranno raggiunti”.
L’aria che si respira rimane tesa, perché la consapevolezza è che trasmettere il piano in venti punti del presidente americano in realtà comporterà un pesante lavoro diplomatico. The Donald ha fatto cadere, da Washington, ogni “ultimatum” temporale per l’accettazione o meno dei termini del confronto. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar Majed al-Ansari ha dichiarato che i colloqui si svolgono in sessioni di quattro ore l’una intense e volte a far avvicinare le posizioni dei negoziatori.
Il fatto che la data simbolica del 7 ottobre si sia conclusa con leggeri ma simbolici passi in avanti e, perlomeno, con una chiarezza sulle volontà dei negoziatori lascia presagire la possibilità che nei prossimi giorni possa arrivare una risposta definitiva. La certezza che appare è che Hamas non intende essere considerata sconfitta e chiarire aspetti nel piano di Trump che Washington ha presentato a Netanyahu come occasione di cogliere “una vittoria”. Tutto si deciderà nei prossimi giorni a partire da queste posizioni. Per ora non disconosciute da nessuno: è già un risultato.
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