Di certo quelle vissute all’interno dell’ufficio di Benjamin Netanyahu non sono state le ore più semplici, almeno considerando gli ultimi giorni. Il premier israeliano si è dovuto prima assentare, per via di un intervento chirurgico di ernia, successivamente dalla sua scrivania sono passate alcune delle più importanti decisioni intraprese da quando è iniziata la guerra a Gaza. Tra tutte, il via libera dell’attacco a Damasco contro l’edificio che ospita l’ambasciata iraniana. Un’azione che ha generato reazioni in tutto il medio oriente e non solo.
Nelle ultime ore un altro raid, questa volta compiuto nell’area centrale della Striscia di Gaza, ha creato malumori anche tra gli stessi alleati. Un bombardamento ha infatti ucciso sette operatori umanitari dell’Ong statunitense World Central Kitchen. Impegnati nella fase di distribuzione di viveri alla popolazione, il loro mezzo è stato centrato dagli israeliani. È stata la stessa Idf ad ammettere il bombardamento, parlando apertamente di “tragico errore” e annunciando l’apertura di un’inchiesta interna.
Le reazioni dagli Stati Uniti agli ultimi raid
La morte degli operatori umanitari sta rappresentando in queste ore anche una tegola, l’ennesima, sui rapporti tra Israele e Stati Uniti. L’ong colpita è statunitense, tra le vittime è stato registrato un cittadino con doppia cittadinanza statunitense/canadese. Le altre vittime provengono dall’Australia, dal Regno Unito e dalla Polonia. Per questo la Casa Bianca si è detta “afflitta” da quanto accaduto: “Siamo afflitti e profondamente turbati dall’attacco – si legge in una nota scritta su X dalla portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, Adrienne Watson – gli operatori umanitari devono essere protetti mentre consegnano aiuti di cui c’è un disperato bisogno, ed esortiamo Israele a indagare rapidamente sull’accaduto”.
Poche ore prima, sempre dalla Casa Bianca erano arrivati altri commenti sull’altro raid compiuto lunedì da Israele. Quello cioè sull’ambasciata iraniana di Damasco: “Non sapevamo nulla – è la dichiarazione ufficiale trapelata da Washington – né abbiamo aiutato in alcun modo Israele a compiere l’attacco”. Una netta presa di distanze, a testimonianza del filo molto sottile su cui attualmente si reggono i rapporti tra i due alleati.
Tensione a nord
Proprio in relazione al bombardamento di Damasco, il forte timore anche delle stesse autorità israeliane riguarda un’escalation nella zona nord del Paese. Lì dove cioè Hezbollah, principale alleato dell’Iran nella regione, potrebbe scatenare la reazione al raid in cui sono rimasti uccisi almeno sei alti rappresentanti delle Guardie della Rivoluzione. Nelle ore successive all’attacco sulla capitale siriana, gli alti comandi dell’Idf hanno tenuto una riunione all’interno del comando per le regioni settentrionali. Sono stati pianificati alcuni possibili interventi in risposta a eventuali attacchi.
La situazione al confine con il Libano è molto difficile già da giorni. La scorsa settimana, Israele ha colpito in profondità nel territorio libanese, fino ad almeno 120 km dal confine. Al tempo stesso, Hezbollah ha lanciato almeno trenta missili su Kiryat Shmona, principale centro israeliano prima della linea di frontiera. La tensione sembrava però essersi diradata nei giorni successivi, le promesse di vendetta da parte iraniana all’attacco subito dalla propria ambasciata potrebbero però riaccendere il fronte.
Le proteste anti Netanyahu
Il premier israeliano deve guardarsi anche da un altro fronte, quello interno. Le proteste contro il suo governo in Israele stanno aumentando giorno dopo giorno. Tel Aviv è la città epicentro delle manifestazioni, concluse anche con scontri con la polizia in diverse occasioni. I gruppi scesi in piazza, hanno chiesto le dimissioni di Netanyahu ed elezioni anticipate. Il capo dell’esecutivo, dal canto suo, ha replicato sostenendo il rischio paralisi in caso di nuove consultazioni.
Blocchi stradali e proteste non sono organizzati solo dai gruppi anti Netanyahu. In queste ore, anche diversi ebrei ultra ortodossi sono scesi in piazza contro la paventata ipotesi di inserire la leva obbligatoria anche per le comunità religiose fino ad oggi esentate dal servizio militare. Il premier prova a parare entrambi i colpi e al momento la sua maggioranza regge: in parlamento, proprio ieri, è stata approvata la legge da lui stesso richiesta contro l’emittente qatariota Al Jazeera. Quest’ultima è stata considerata come tv terrorista e non potrà più trasmettere in Israele.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

